Aldo Foschini

VIAZ





VIAZ (viaggio in dialetto romagnolo) è una storia un po' strana dove c'è un galeone da trasformare in una motonave e anche un'impresa straordinaria da compiere.

Ambientato un po' in una grande metropoli che assomiglia alla Romagna e un po' in un posto che si può raggiungere soltanto seguendo un uomo col cappello a cilindro bianco, in VIAZ ci sono: un tranquillo marinaio la cui vita viene completamente stravolta dagli eventi, un ex musicista di strada di origini mediorientali che parla in dialetto romagnolo e beve alcolici, un campione di rutti dall'animo gentile, una bellissima ragazza, un ferramenta appassionato di magia, alchimia ed esoterismo, tre Monaci Sinc tra i quali un giovanissimo ex pirata di colore, una volenterosa Sorella e un esperto Abate, un feroce pirata dall'abbigliamento burocratico e lunghe unghie smaltate di rosso, un nano da giardino specializzato nel risolvere problemi, un vecchietto molto particolare, un intraprendente amministratore delegato, una ciurma di pirati bizzarramente assortiti, una voce e quattro gatti anzi una strabambina e quattro stragatti e tanti altri personaggi poco normali.

Tra colpi di scena, scelte personali, eventi eccezionali, situazioni e cose molto particolari, tra le quali un'antichissima e irraggiungibile isola artificiale, la trasformazione non riguarderà soltanto il galeone.

VIAZ è un “romanzo di trasformazionefrutto della fantasia dell'autore e ogni riferimento alla realtà o ad altre fantasie è voluto.



Dedicato a Gli Skalkagnati, a La Musica nelle Aie e al Reiki





VIAZ

non si racconta di un viaggio o forse sì



1

- Il Comandante Pafol e tutto l'equipaggio della motonave La Rossa, vi dà il benvenuto a bordo. Tra pochi minuti salperemo verso L'Isolata, una volta sbarcati sarà possibile visitarla in totale autonomia o aggregarsi al gruppo visite organizzato. Siete pregati di rimanere ai vostri posti. Buon viaggio! -
La voce di Pafol echeggiava dall'altoparlante, tutti i passeggeri erano diligentemente seduti ai loro posti, mentre ogni membro dell'equipaggio stava per prendere posizione là dove sarebbe stato più utile.
Furono levati gli ormeggi e annunciato da un poderoso barrito di sirena il Comandante virò a tutto babordo il timone, un'altra gita della motonave La Rossa stava per cominciare.



2

Molti anni prima, Pafol passando davanti a un grande manifesto che diceva: “non è il comandante a scegliere la sua nave, ma è la nave a scegliere il suo comandante”, si era imbarcato sulla Donquixot agli ordini dell'Ammiraglio Faraglioni, al tempo non aveva ancora la folta barba bionda che adesso gli ornava il viso e non sapeva fumare la pipa caratina con quella maestria che lo contraddistingueva ora, mentre con sguardo sicuro scrutava l'orizzonte marino dalla plancia di comando della sua motonave.
La Donquixot era la più grande nave da guerra mai costruita, essa si muoveva grazie a mille motori a scoppio che davano energia a tre eliche grandi e forti come leviatani che girando vorticosamente nell'acqua montavano le onde a neve.
Con uno scafo costruito con una speciale lega di cemento armato galleggiabile la Donquixot risultava inaffondabile ma ciò che la rendeva inarrestabile era tutto l'armamentario all'avanguardia del quale era fornita, da ognuno dei diecimila oblò che circondavano l'intero perimetro sbucavano altrettanti cannoni per proiettili intelligenti a esplosione silenziosa.
A poppa erano poste cinque rampe per missili a testata termonucleare e da ognuna di esse potevano esserne lanciati tre consecutivamente con un intervallo di pochi secondi uno dall'altro, poi ci voleva un paio di minuti per ripetere la sequenza
A prua della Donquixot erano sempre pronti a fare il loro dovere una coppia di obici spara laser ruotabili, ad angolo giro, orizzontalmente, verticalmente e se necessario obliquamente.
Molto altro tra mitraglie, spingarde, catapulte, fiocine, fionde era sparpagliato un po' dappertutto a disposizione del primo che passava nei paraggi, ma più in alto di tutto quanto l'armamentario c'era il vanto della Donquixot: il Vesuvio, ovvero la più grande bocca di fuoco immaginabile, capace di scaraventare nel cielo tonnellate di lapilli e lava facendo ricadere tutto sulle inermi flotte nemiche.
Ma in tutte le battaglie navali che la Donquixot si era trovata ad affrontare, nessuna di queste armi, nemmeno la più primitiva fionda, fu mai utilizzata, questo perché l'Ammiraglio Faraglioni preferiva sempre fare affidamento a ciò che la Donquixot celava nelle sue viscere, un prodigio ancora più grande e sorprendente, quello di essere la prima e unica nave da guerra completamente commutabile.
Essa infatti, grazie a un complesso sistema di nebbie provocate artificialmente, doppi fondi, giochi di specchi e argani messi in movimento da un semplice giro di chiave, in breve tempo era in grado di diventare una lussureggiante nave da crociera e viceversa, ingannando così le flotte nemiche che trovandosi all'improvviso al cospetto della più devastante delle navi da guerra alzavano senza pensarci tanto, bandiera bianca.
Tutti i novecentonovantanove marinai che formavano l'equipaggio della Donquixot agli ordini dell'Ammiraglio Faraglioni, oltre che alle classiche manovre militar marinaresche erano addestrati a una serie di abilità tipiche degli attori trasformisti così che quando la Donquixot effettuava la sua commutazione in nave da crociera anche i suoi abitanti da disciplinati soldati del mare rapidamente assumevano le sembianze di spregiudicati uomini d'affari o di vanitose dame ingioiellate per ingannare alla perfezione il nemico.
A capo di tutto c'era ovviamente lui, l'immarcescibile Faraglioni, ammiraglio tra gli ammiragli con le sue ventinove patacche appuntate al petto, ricordo di altrettante eroiche battaglie mai combattute, però vinte tra le onde del mare. Faraglioni era un uomo tutto d'un pezzo, un monolite che era diventato ammiraglio in seguito ad un regolare torneo di Bim Bum Bam così come era usanza da quelle parti e senza essere mai stato nemmeno una volta al mare, dimostrò molto presto di che pasta era fatto.
Sulla Donquixot tutto procedeva con una certa monotonia per Pafol, ma tutto cambiò quando l'Ammiraglio Faraglioni decise di sferrare l'attacco decisivo alla Collina dei Mille Fichi, un cruccio che lo tormentava ogni notte da quando era salito sulla plancia di comando della Donquixot.
La sera dopo cena convocò a rapporto nella sua cabina tutti i membri del Gran Consiglio Supremo della Donquixot per illustrare quella che sarebbe stata la strategia utilizzata nelle ore successive. Faraglioni spiegò col suo solito fare sbrigativo i vari passaggi, lo specchio destro acconsentì entusiasticamente, seguito immediatamente a ruota dallo specchio di fronte, dopo un brevissimo tentennamento anche lo specchio sinistro diede la sua approvazione e lo stesso fecero lo specchio in alto e lo specchio in basso, la strategia proposta dall’Ammiraglio Faraglioni aveva ottenuto come al solito la maggioranza assoluta dei consensi.
L'Ammiraglio Faraglioni infilò la chiave che teneva sempre appesa al collo nell'apposita serratura e diede inizio alla trasformazione della nave da guerra Donquixot nella nave da crociera Dolcinia, diede ordine a novecentonovantotto dei suoi uomini di restare vestiti militarmente, di salire a bordo di tutte le scialuppe di salvataggio e di calarle in mare; mentre al novecentonovantanovesimo ordinò di cambiarsi, andare al pianobar e mettersi a suonare al massimo del volume, infine si lanciò con ardimento su una delle scialuppe, indicando fieramente la direzione per la conquista della Collina dei Mille Fichi. Appena arrivati col favore delle tenebre, sulla costa della Collina dei Mille Fichi tutti scesero agilmente dalle scialuppe di salvataggio ma la metà degli uomini venne dilaniata dalle fameliche piccole vongole sparpagliate sulla battigia, metà della metà rimasta fu inghiottita dalle sabbie mobili in mezzo alla spiaggia.
La metà della metà ancora in grado di procedere verso la conquista della collina dei Mille Fichi precipitò in un crepaccio nascosto ai bordi della boscaglia e la metà degli uomini rimasti si smarrì nel mezzo della boscaglia ed è lecito supporre che siano ancora lì in cerca di una via d'uscita.
Ormai erano rimasti pochissimi uomini insieme all'Ammiraglio Faraglioni ma poiché in una bettola incontrarono delle prostitute, per un poco d'amore facile, disertarono all'istante. L'Ammiraglio Faraglioni arrivò da solo in cima alla Collina dei Mille Fichi, stava per piantare la bandiera di conquista ma un caprone nascosto tra gli sterpi gli corse addosso e con una poderosa testata nelle chiappe lo gettò dall'altra parte.
Così ebbe fine la carriera dell’Ammiraglio Faraglioni e cominciò quella nuova di Pafol mentre seduto al pianobar suonava l'ennesimo brano che nel titolo conteneva la parola mare.



3

Ora Pafol era diventato l'unico membro dell'equipaggio della nave da crociera Dolcinia, ormai per la nave da guerra Donquixot non c'era più niente da fare, era del tutto perduta così come la chiave rimasta al collo dell'Ammiraglio Faraglioni. Lo stesso giorno le sirene intonarono il loro canto più triste, Poseidone padrone dei mari, ordinò onde a lutto, il cielo, in rispetto, si coprì di uno strato omogeneo di nuvole nere mentre la Dolcinia navigava in direzione del Triangolo delle Perdute, il cimitero di tutte le navi.
Quando Pafol cominciò a udire il brontolio del Gorgone, un vortice eterno posto esattamente al centro del Triangolo e vide il frenetico agitarsi delle onde, capì e si preparò ad abbandonare la nave.
Non c'erano più scialuppe di salvataggio a disposizione, ma nella sua cabina aveva un piccolo canotto gonfiabile a forma di drago vichingo, lo abbracciò e si lanciò con quello nelle acque burrascose; pagaiando con tutta l'energia che aveva si allontanò per non essere risucchiato nel Gorgone.
Uno dei tre angoli che formavano il Triangolo delle Perdute era l'isola di Tortura, un covo di malagente ma tutto questo Pafol lo ignorava quando giunse al porto di Saint-Arembage cantando a squarciagola, per sua fortuna era già tarda sera e tutti quanti erano a far bisboccia alla Taverna di Barbarara; c'era soltanto un ragazzo dalla pelle scura intento a picchiettare ritmicamente sulla lamiera di un grigio galeone. Pafol tentò di ottenere la sua attenzione chiamandolo, ma il ragazzo continuava col suo tamburellare, prese allora da terra un sassolino e lo lanciò facendolo rimbalzare a pochi centimetri dalla dita del moretto; la stecca ritmica riuscì a fermare il ragazzo che vedendo Pafol sul molo, lo apostrofò:
- Cosa vuoi da me non l'ho capito/ Ma ascolta bene quello che ti dico/ My name is Julius and i am black/ E parlo solo e soltanto in rap/ Fai attenzione al galeone/ Se vuoi arrivare alla pensione/ Io in questo posto ci sono nato/ Ma chi comanda è L'Unghiato/ Quindi lo dico e poi lo nego/ Dì ciò che vuoi io me ne frego. -
detto questo invitò Pafol a salire a bordo, ma non fece in tempo a farlo accomodare che un'improvvisa tromba d'acqua sollevò l'intero galeone ricollocandolo in mare aperto a diverse miglia di distanza.
La tromba d'acqua fu così improvvisa, rapida e chirurgica che nient'altro a Saint-Arembage subì il ben che minimo danno, tanto meno la Taverna di Barbarara dove tutti erano intenti a far baracca.
Lo spostamento fece sbattere la testa a Pafol e Julius che rimasero svenuti per diverse ore. Quando si ripresero stranamente le vele del galeone erano spiegate e gonfiate dal vento, tutto sembrava procedere come in una normale navigazione, se non per il fatto che sul galeone c'erano soltanto loro due ancora un po' intontiti e che entrambi sentivano una voce dire:
- Scendete nella stiva, prendete tutti i barattoli che trovate, portateli sul ponte e apriteli, poi rimettetevi a dormire. -
Una voce infantile eppure determinata che sentivano provenire dalla loro testa gli stava dando quello strano ordine che istintivamente Pafol e Julius eseguirono senza battere ciglio.
La mattina dopo furono svegliati da dei miagolii, sul galeone insieme a loro c'erano quattro gatti saliti a bordo chissà quando. Miagolavano e si leccavano soddisfatti il pelo, tutto il galeone era diventato come d'incanto completamente rosso. La voce misteriosa tornò a farsi sentire nelle loro teste: - Scendete in cucina e aprite il frigorifero, troverete delle scatolette di tonno, datele ai quattro gatti. -
Automaticamente Julius a Pafol eseguirono anche quell’ ordine e per diverse settimane di navigazione le cose andarono avanti così, con la voce che indicava a Pafol e Julius cosa fare e che loro eseguivano in maniera automatica senza mai confidarsi che lo facevano perché una voce nella loro testa gli diceva di farlo.



4

A Saint-Arembage, dentro alla Taverna di Barbarara nel frattempo il feroce pirata Torquato L'Unghiato era alla cassa per pagare tutto quello che avevano tracannato lui e la sua ciurma al completo, tutta tranne ovviamente Julius che essendo minorenne non poteva frequentare la Taverna e tantomeno mettersi a bere alcolici, una regola sulla quale lì a Saint-Arembage nessuno era disposto a trasgredire.
Insieme a Torquato L'Unghiato c'era Spugna un vecchio pirata dedito all'alcool e a raccontare strane storie riguardo a una fantomatica isola che non c'era, Squalo un tipo tanto magro quanto famelico, Magilla un gigante villoso dalla forza sovrumana, Kabul, Turiddu eTartaja, tre brutti ceffi che presi ognuno per conto proprio erano in grado di sgominare un esercito intero, Sgrunz capace di far raggelare il sangue col solo potere del suo sguardo da gargoile e infine i Gemelli Banzaj, piccoli e veloci come ninja.
Torquato L'Unghiato era il capo indiscusso di quella masnada, non aveva assolutamente nessuna caratteristica fisiognomica che potesse far immaginare tanta crudeltà, di corporatura tracagnotta sormontata da un rudimentale riporto per malcelare una testa calva, vestiva un burocratico completo grigio topo, unica eccentricità le sue unghie lunghe smaltate di un rosso sanguigno.
Appena uscì dalla Taverna, Torquato L'Unghiato lanciò un grido stridulo e prolungato che ferì in profondità il cielo sopra l'Isola di Tortura, subito dopo stramazzò al suolo, inanimato come un sacco di patate.
La voce che il galeone di Torquato L'Unghiato era misteriosamente scomparso non tardò a circolare per tutta Saint-Arembage e tutti corsero a mettersi al riparo, sapevano infatti che appena si sarebbe ripreso dallo shock, l'ira di Torquato l'Unghiato non avrebbe dato scampo a nessuno. Anche gli uomini della sua ciurma apparivano spaesati, tuttavia restarono lì fermi immobili attorno al loro capo che pian piano riprese conoscenza.
Ansimando continuamente e con un tick all'occhio destro che si apriva e chiudeva a intermittenza ordinò ai suoi sodali di impossessarsi di un'altro galeone, del primo galeone che avessero trovato.
Trovarono quello di un tal Capitan Carcassa, pirata di quarta categoria con più naufragi che arrembaggi sulla groppa, bastò lo sguardo di Sgrunz per risolvere la questione.
A Squalo fu affidato il compito di razziare quanti più viveri era possibile trovare in tutta Saint-Arembage e poco dopo tutta la ciurma si radunò sul ponte del galeone al cospetto di Torquato L'Unghiato.
La sua figura tracagnotta si ergeva sulla plancia di comando, lo stridio delle sue unghie che grattavano sulla lamiera fu il segnale per mettersi in marcia, in cima all'albero maestro fu issata bandiera nera e gonfiate le vele si levarono i canti di battaglia mentre il galeone cominciava a masticare voracemente le onde.



5

Gli strilli rauchi provenienti da uno stormo di gabbiani svegliarono di soprassalto Julius che stava dormicchiando al posto di vedetta in cima all'albero maestro, tanto da farlo quasi precipitare in mare. 
Aperti bene gli occhi, vide all'orizzonte uno skyline di silos e ciminiere.
- Terra/ Terra terra/ Terra/ Terra terra! -
non riusciva a dire altro che quello mentre scivolava giù per andare a svegliare Pafol ancora beatamente assopito tra i cuscini del lettone di Magilla.
Ancora una volta fu la voce misteriosa proveniente dalle loro teste a indicare ciò che dovevano fare:
- Avvicinatevi alla riva e dirigete il galeone dentro al canale.-
fidandosi ciecamente della voce, Pafol e Julius cominciarono le manovre di avvicinamento alla terra ferma con i quattro gatti ritti a prua che parevano dirigere col movimento delle loro code tutte le operazioni.
L'imboccatura del canale apparì a loro ben evidenziata da due giganteschi bracieri, il galeone entrò agevolmente proseguendo la navigazione a velocità moderata; due lunghe file di silos e capannoni industriali intervallati da slanciate ciminiere da cui scaturiva un fumo denso e indigesto, facevano da contorno.
Col calar del sole la nebbia cominciò a celare alla vista tutto l'osservabile; seguendo sempre le indicazioni della voce misteriosa, Pafol e Julius deviarono il galeone lungo una diramazione secondaria del canale, un tratto più stretto nel quale si intravedevano a malapena le grandi reti da pesca appese fuori dai padelloni.
Presso uno di questi, Pafol e Julius attraccarono il galeone così come indicato dalla voce, lì fuori seduto ai bordi del padellone, mentre era intento a pescare con una rudimentale canna, stava un nano da giardino con la sua folta barba bianca e il berretto rosso a punta.
- Salve, mi chiamo Deusex Machina e risolvo problemi. -
il nano si presentò a Pafol e a Julius consegnando il suo biglietto da visita
- Salve.-
risposero Pafol e Julius un po' sorpresi.
- Grazie, ma al momento non abbiamo problemi.-
disse Pafol mettendosi il biglietto da visita in tasca.
- Sicuri? Con un galeone sottratto al più tremendo pirata che c'è in circolazione? -
Il nano informò Pafol e Julius che Torquato L'Unghiato era alla spietata ricerca di colui che aveva osato rubargli il galeone, per sfuggire all'ira del tremendo pirata, il nano consigliò a Pafol di trasformare il galeone in una motonave, perché anche se il galeone non era più grigio ma rosso, un rosso sanguigno raccolto e conservato in barattoli di latta e poi utilizzato da Torquato per smaltarsi le sue lunghe unghie, in ogni suo più piccolo dettaglio era riconoscibilissimo.
Per trasformare il galeone in una motonave l'unica maniera era quella di recarsi fino alla Ferramenta Budellazzi.



6

Pafol e Julius si congedarono dal nano il quale aveva consegnato a loro un foglio con tutte le indicazioni, lasciarono i galeone in ai quattro gatti che nel frattempo avevano cominciato a fare amicizia con qualche anatra di passaggio e si avviarono di buona lena lungo una cavedagna.
La Ferramenta Budellazzi si trovava quasi dall'altra parte della GRAN MADR, così era chiamato il luogo dove erano approdati, la Grande Metropoli Agricola Diffusa Rumagliola, questo era il nome ufficiale di una metropoli sorta nella Rumaglia all'estremità sudorientale di una grande pianura fertile, in riva al mare e protetta da rigogliose colline.
Una metropoli che si era andata a formare con l'unione di sette città sorelle, dei loro tanti borghi e sobborghi tentacolari, continuando a mantenere, nonostante un'urbanizzazione più che evidente, un fortissimo legame con le antiche tradizioni contadine. Pafol e Julius erano arrivati nel grande porto di Ramiana, la più grande delle sette città sorelle, una città di antichi e nobili fasti, si era sviluppata attorno al grande porto nel quale il canale attraversato col galeone fungeva da arteria principale.
Ravvegna che frequentemente rimaneva nascosta dalla nebbia era unita alle altre città che formavano la GRAN MADR da lunghi sobborghi tentacolari alle spalle dei quali si estendevano ampi campi coltivati, e nella GRAN MADR si coltivava di tutto.
Le altre sei città che costituivano la GRAN MADR erano: Aremina, Xezena, Livvì, Fiordargilla, Kornelja e Labassa, le prime cinque si trovavano in quell'ordine, lungo la Rumagliese una strada che partendo dal mare separava la grande pianura dalle colline, mentre Labassa si trovava un po' più a settentrione dove la grande pianura si estendeva fino a perdersi nell'orizzonte.
Leggendo attentamente le indicazioni che Deusex Machina aveva scritto sul foglio, Pafol e Julius sapevano che per arrivare alla Ferramenta Budellazzi dovevano arrivare fino a Kornelja ma la voce che sentivano dentro le loro teste li convinse a passare prima da Labassa, dove in una piazza avrebbero conosciuto qualcuno che sarebbe diventato un loro compagno di viaggio.
Così si incamminarono, Pafol era il più teso tra i due, nell'ultimo periodo gliene erano capitate di tutti i colori, tutto sommato non era passato molto tempo da quando era uno dei novecentonovantanove marinai della Donquixot e ora si trovava braccato dal più temibile tra i pirati. Julius invece era tranquillo, saltellava in qua e in là lungo la strada, si guardava attorno con curiosità, ogni tanto si tratteneva a raccogliere sassolini e rametti che poi gettava dopo pochi passi, appariva spavaldo come si conviene a un giovane pirata.
Il lungo sobborgo tentacolare che stavano attraversando sembrava dissolversi nel buio e nella nebbia, secondo la segnaletica stradale per raggiungere Labassa mancavano pochi chilometri ma ormai non si vedeva più niente e temendo di perdersi Pafol e Julius decisero di riposarsi riparandosi nell'androne di un fatiscente palazzo nobiliare presso l'argine di un fiume.
Il mattino successivo, con la nebbia che si era completamente diradata, ripresero il cammino e in men che non si dica arrivarono nella periferia orientale di Labassa, la città meno abitata di tutta la GRAN MADR, che tuttavia si sviluppava in maniera alquanto vasta in mezzo alla pianura e a differenza di tutte le altre città non si diramava partendo da un unico centro storico, ma era il frutto di vari borghi anticamente separati gli uni dagli altri e costituiti di tantissime case basse e pochissimi palazzi mai più alti di quattro piani.
La piazza al centro del quartiere di Cavalanghé era il luogo in cui erano diretti Pafol e Julius, si trattava di una piazzetta ovale, completamente circondata da un porticato e proprio sotto a uno dei suoi archi avrebbero conosciuto colui che li avrebbe accompagnati nel proseguimento del loro viaggio verso la Ferramenta Budellazzi.
Arrivati finalmente nella piazzetta ovale, cercarono di scorgere qualcuno e dalla parte opposta del porticato videro un uomo, un barbone sdraiato sopra una panchina arrugginita, stava ronfando beatamente, tra le braccia stringeva un vecchio violino, Aziz si chiamava.



7

Aziz era figlio di un mercante di spezie e di una danzatrice del ventre, uno zio tzigano lo aveva introdotto all'arte del suonare il violino facendolo diventare uno dei maggiori virtuosi su scala mondiale.
Aziz aveva perso tutta la sua famiglia nel naufragio del Titania al largo della Foce Eridia. Lui fu l'unico a salvarsi in quella tragedia, rimanendo aggrappato alla custodia del suo violino, fu soccorso, ormai stremato, da una famiglia di Afrumaglioli che si prese cura  di lui crescendolo come un figlio.
Diventato grande andò ad abitare da solo in un piccolo appartamento a Vall'Amone, un borgo sulle colline sopra Fiordargiilla. Ogni mattina si svegliava e in sella alla sua graziella scendeva a valle per esibirsi col suo violino nelle piazze dove si svolgevano i mercati e alla sera tornava nella sua umile dimora per rilassarsi sul divano davanti alla tivù. Una sera d'autunno, mentre stava tornando a casa pedalando sotto la pioggia si sentì chiamare:
-Hei, Aziz! -
si voltò ma non vide nessuno.
Pensando di essersi confuso, proseguì per la sua strada cercando di fare più in fretta possibile per non bagnarsi troppo ma ancora una volta si sentì chiamare:
- Hei, Aziz! -
questa volta gli parve proprio di sentire il suo nome scandito chiaramente, si voltò, vide soltanto un ombra scura poi un lampo.
La pallottola lo colpì facendolo cadere al suolo, la sua fortuna fu che prima di penetrargli nel corpo fu deviata da una piccola medaglia con un immagine sacra e non colpì nessun organo vitale.
Fu immediatamente soccorso e portato all'ospedale più vicino per curargli la ferita. Tutti conoscevano Aziz il violinista e, quando si riprese dall'anestesia, tutti rimasero stupiti e perplessi, non sembrava più l'Aziz che tutti avevano conosciuto.
- S'èl sté? -
(Cos'è stato?)
sbraitò improvvisamente Aziz, i medici e le infermiere al suo capezzale rimasero per un attimo ammutoliti, non aspettandosi una reazione del genere.
- Alora? U'n scòr inció? Neca me, to mò!”-
(Allora? Non parla nessuno? Anch'io, ecco!)
e si rinchiuse in un profondo silenzio interrotto ogni tanto solamente da una frase:
- Dasim da bé, ch'an spud piò. -
(Datemi da bere, che non sputo più)
per poi redarguire bruscamente l'interlocutore
- No d l'aqua! A voj de ven ross, boia de Singuler!” -
(Non dell'acqua! Voglio del vino rosso, boia del Singolare!)
ogni volta che gli veniva versato un bicchiere pieno d'acqua e ciò sconvolgeva chiunque avesse conosciuto Aziz perché non lo si era mai visto bere qualcosa di alcolico, nemmeno per errore.
Inutili furono i vari tentativi per tentare di farlo tornare in sé, Aziz si ostinava a tacere o a proferire solo quelle poche parole quando proprio non ce la faceva più.
Lentamente cominciò a isolarsi da tutto e da tutti, abbandonò il suo appartemento a Vall'Amone e cominciò a vagabondare per le strade della GRAN MADR, tra le braccia aveva sempre il suo vecchio violino che ormai non suonava più.



8

Ad accorgersi per primo di qualcuno sopra a una panchina fu Julius:
- Guarda là/ Proprio là/ Sopra quella panca là/ Ci sta uno/ Forse è meglio/ Che se dorme/ Io lo sveglio. -
Pafol non fece in tempo a bloccare Julius, il ragazzo aveva già dato un calcio a una lattina che si trovava proprio lì tra i suoi piedi; un calcio diretto verso la panchina dove un uomo si stava riposando, si senti uno sdeng-dleng e un brontolio, la lattina aveva colpito proprio le corde del violino che Aziz teneva stretto tra le braccia.
Il brontolio era quello di un barbone che si tirò su molto lentamente. Appena fu seduto alzò lo sguardo, vide dall'altra parte della piazza un uomo e un ragazzo che lo stavano fissando.
Sembrava di assistere a uno di quei duelli western con i protagonisti uno di fronte all'altro e attorno soltanto silenzio. Durò pochi secondi, ma il tempo sembrava andare al rallentatore.
Lo sguardo di Aziz si soffermò in particolare sul ragazzo, il colore della sua pelle, quegli occhi, quel naso, avevano risvegliato in lui ricordi ormai sopiti da tempo:
- Hoi te, ad chi sit ‘e fiól? -
(Hei tu, di chi sei figlio?)
- Te murett, ad chi sit ‘e fiól? -
(Tu moretto di chi sei figlio?) riinterrogò Aziz.
- Vèn a cva! -
(Vieni qua)
indicando Julius e invitandolo col gesto delle mani ad avvicinarsi. Julius si indicò il petto per chiedere conferma di essere lui l'interpellato
- Sè! Propri te. -
(Sì! Proprio te.)
confermò Aziz, allora Julius fece qualche passo in avanti, Pafol avrebbe voluto trattenerlo, ma un attimo di esitazione e Julius era
già troppo in là.
Ora Julius e Aziz si trovavano uno di fronte all'altro a poca distanza.
- T'é j'occ d'la Rusina, t’al acnos la Rusina vera? -
(Hai gli occhi della Rosina, la conosci la Rosina vero?)
Julius rimase in silenzio e a quel punto anche un po' spaventato.
Anche Aziz rimase qualche secondo in silenzio, poi gli tornò improvvisamente la voglia di suonare il violino e attaccò eseguendo una ninna nanna, quella che aveva imparato anni fa durante la sua permanenza nella famiglia di Afrumaglioli che l'aveva adottato.
A sentire quella musica Julius ebbe un rewind di tutta la sua breve vita:
- Nonna.-
quella musica risvegliò in Julius ricordi che pensava ormai cancellati, ricordi di quando non era ancora un pirata, ma era un bambino come tanti altri, un bambino afromagnolo che viveva felice insieme a tutta la sua famiglia. Julius si ricordò di quella ninnananna che gli cantava sempre sua nonna per addormentarlo, si ricordò del nonno e di quando tornando dai lavori nei campi prima di entrare in casa si fermava a dare due calci al pallone insieme a lui.
- Questa è la ninnananna di mia nonna/ Quando sedevo sulle sue ginocchia/ Me la cantava sempre prima di dormire/ I pomeriggi prima di giocare nel cortile / Con la palla/ Che rimbalzava sulla ghiaia e sulla sabbia/ Che io sappia/ Io non ricordavo proprio niente/ Per favore mi racconti/ Quel che sa di quella gente - 
chiese Julius rappando come al solito.
Aziz lo guardò inarcando le sopracciglia e poi si volto verso Pafol:
- E vo, chi siv? -
(E voi, chi siete?)
- Come? Dice a me? -
rispose Pafol avvicinandosi alla panchina.
- Chi siv? -
(Chi siete?)
Pafol cominciò a raccontare un po' di cose iniziando da quando era un bambino grassottello e i suoi compagni di scuola lo prendevano in giro, quando arrivò a raccontare del suo incontro con Julius, Aziz lo interruppe bruscamente:
- A j’ ò capì. -
(Ho capito.)
fece un breve sospiro, poi riprese.
- Te ut à rubè Torquato L'Unghiato cvand' tc'ira incora znì.”
(Ti ha rapito Torquato L'Unghiato quando eri ancora piccolo.) disse rivolgendosi a Julius.



9

Aziz aveva conosciuto Rosina, la nonna di Julius. quando viveva presso la comunità Afrumagliola, gente dalla pelle nera che si era insediata nella GRAN MADR all'epoca della sesta migrazione, fu proprio la Rosina a insegnargli quella ninnananna.
Julius apprese così di non essere sempre stato un pirata ma di essere stato rapito da Torquato L'Unghiato e anche Aziz una volta aveva avuto dei problemi con quel pirata, ma non volle raccontare il fatto.
A quel punto i tre decisero di proseguire insieme la strada per raggiungere la Ferramenta Budellazzi. Aziz qualche passo avanti sembrava fare da guida mentre Julius e Pafol camminavano uno fianco all'altro, le persone che incrociavano lungo la strada si facevano da parte e appena venivano superate si voltavano indietro e mormoravano tra loro:
- Ma quello non è Aziz il violinista? -
stupiti di vederlo insieme ad altra gente e con uno sguardo sveglio che gli mancava da molti anni.
Stavano attraversando Labassa ed erano da poco entrati nel quartiere di Cà Barrak dove ogni mercoledì nella Piazza del Pavaione si svolgeva il mercato ambulante più imponente di tutta la GRAN MADR, che a Julius venne sete.
Aziz fece cenno di entrare nel primo bar, andò verso il bancone e con fare deciso si rivolse al barista: - - Dasim da bé, a'n spud piò. E neca dl'acva pr’ ‘e bastêrd. -
(Datemi da bere, non sputo più. E anche dell'acqua per il ragazzo.)
aggiunse indicando Julius, poi rivolgendosi a Pafol
- E te? -
(e te?)
- Una birra media, grazie. - Julius si era già sfiondato al flipper, ma fu subito invitato da Aziz a sedersi insieme a loro; sul tavolino c'era una copia del Manicomial Sport, il più diffuso quotidiano sportivo, macchiata di caffè. Nel locale a parte loro tre e il barista c'erano solo quattro pensionati intenti a sfidarsi a carte.
Si dedicarono alle loro bevande, Julius si scolò la bottiglietta d'acqua tutta d'un fiato, Pafol assaporò la sua birra con brevi sorsate, mentre Aziz con fare da intenditore aveva appena annusato l'odore del suo bicchiere colmo di liquore extra forte.
Si era accorto che Julius lo stava fissando come quando si guarda qualcosa di sconosciuto e dal quale si rimane affascinati.
- Al vut sintì? - (Lo vuoi assaggiare?)
disse porgendo il bicchiere a Julius che incerto lo prese in mano.
- Va pian cl'è fôrt. - (Vai piano che è forte.) -
lo avvisò Aziz, ma ciò nonostante Julius si rovesciò di colpo l'intero contenuto del bicchiere direttamente in gola, così come aveva visto fare migliaia di volte ai pirati.
L'alcool gli piombò nello stomaco come una pietra arroventata mentre i suoi effluvi gli arrivarono alla testa stordendolo, Julius si addormentò di colpo.
- A l'aveva det cl'éra fôrt, mo u'n era abitué ‘e basterd? - (L'avevo detto che era forte, ma non era abituato il ragazzo?)
disse Aziz rivolgendosi a Pafol che intanto aveva terminato di sorseggiare la sua birra.
- No, non l'avevo mai visto bere alcolici prima di adesso. -
- Os-cia fat lavor. - (Urca che lavoro.)
commentò Aziz.
Si prese sulla spalle Julius e uscì fuori dal bar, andando verso una di quelle fontanelle pubbliche che si trovavano a ogni angolo della Piazza del Pavaione, mise la testa di Julius sotto il rubinetto e diede
il via allo scroscio di acqua quasi gelata.
La reazione convulsa di Julius provocò le sguaiate risate di Pafol e Aziz, ma anche un gesto di tenerezza nei confronti del più piccolo tra loro; un abbraccio a tre sancì definitivamente l'amicizia che si era creata tra Pafol, Julius e Aziz.
Con ancor maggior convinzione procedettero nel loro cammino, per raggiungere la Ferramenta Budellazzi la strada era ancora lunga per cui decisero di prendere il Trenino, il servizio di trasporto su rotaia della GRAN MADR.
Si fecero i conti in tasca e si resero conto che non avevano spiccioli a sufficienza, Pafol e Julius non avevano in tasca il becco di un quattrino, Aziz aveva appena speso quel poco che aveva al bar. Davanti alla stazione di Labassa-Cà Barrak a Pafol venne un'idea
- Aziz, la conosci Minnie L'Impicciona? -
- Me a cnuseva la Mina mata -
(Conoscevo la Mina matta)
rispose Aziz d'istinto
- Ma no, dico il brano, quello che fa ... -
disse Pafol canticchiando le prime note per farsi capire meglio da Aziz
- Mo' sè! -
(Ma sì!)
rispose Aziz senza indugio e preso in mano il violino cominciò a suonare.
Subito Pafol appoggiò il suo cappello rovesciandolo sull'asfalto in modo che la gente potesse gettarci dentro qualche moneta e cominciò a canticchiare, intanto Julius che si era messo a tamburellare su un bidone del rusco proprio lì a fianco aveva aggiunto alla performance anche degli estemporanei passi di danza.
Suonarono davanti a un capannello di curiosi per più di mezz'ora raccogliendo spiccioli a sufficienza per fare il viaggio fino a Kornelja, entrarono nella stazione e si misero in fila alla biglietteria automatica.
La loro destinazione finale era un borgo periferico di Kornelja, quasi al confine con Gran Bullagna, ma avevano soldi sufficienti solo per arriva alla Stazione Centrale di Kornelja, dopo avrebbero proseguito a piedi.
Si misero ad aspettare il Trenino della Linea Gialla, quella che aveva come capolinea la Stazione Centrale di Ravvegna e appunto quella di Kornelja, salirono appena si aprirono le porte e riuscirono a mettersi comodi a sedere, non essendo, quello, orario di punta. Il Trenino fece sosta alle stazioni di Labassa-Santegta, LabassaLamassa, Kiavicca, Kornelja-Selize e finalmente arrivò alla Stazione Centrale di Kornelja.
Scesi dal treno Pafol, Julius e Aziz andarono a informarsi sulla strada da prendere per raggiungere Ozz, il borgo nel quale avrebbero trovato la Ferramente Budellazzi, la signorina dell'informazione guardò perplessa il trio e prima di dare una risposta fece una telefonata a una sua collega che si trovava dall'altra parte della stanza, Pafol, Julius e Aziz stanchi di aspettare la fine della telefonata che si stava prolungando oltre ogni limite decisero di chiedere a qualcun'altro.



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Dopo oltre un'ora di cammino, durante la quale si ritrovarono spesso nello stesso punto dal quale erano passati poco prima, finalmente riuscirono a raggiungere l'estrema periferia occidentale di Kornelja, da dove cominciava Ozz un borgo dominato da un castello che, narra una leggenda, pare fosse abitato da un mago molto potente.
La strada cominciava a salire verso il castello, tutti i muri erano completamente ricoperti di murales e di graffiti, alcuni in ottimo stato, altri deteriorati dal tempo, dalle intemperie e da qualche vandalo. Sotto a un murales che rappresentava un'epica vendemmia stavano sedute delle comari intente a sferruzzare maglioni di lana, Aziz chiese a loro da che parte stava la Ferramenta Budellazzi.
- Per di là. -
risposero in coro continuando a sferruzzare.
- Ad là in dov? -
(Di là dove?)
replicò Aziz.
- Là. -
indicò a quel punto la più anziana.
Si voltarono tutti e tre nella direzione indicata e videro un cartello pubblicitario con su scritto: Ferramenta Budellazzi – 100mt avanti.
Quando arrivarono la saracinesca era abbassata, si intravedeva soltanto una luce penetrare attraverso le persiane socchiuse al piano superiore e sul campanello nella porta a fianco c'era scritto: Budellazzi, Pafol provò a suonare nonostante l'ora tarda; alla finestra si affacciò un signore di mezz'età:
- Chi è? -
chiese da dietro un paio di occhiali da vista
- Scusi se la disturbiamo a quest'ora ma c'è stato indicato da un

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nano di venire fino alla Ferramenta Budellazzi -
- Che nano? -
- Aveva un berretto rosso e la barba lunga. -
- Ah, Deusex Machina, entrate, entrate. -
Pafol, Julius e Aziz entrarono e salirono le scale; ad aspettarli fuori dall'uscio dell'appartamento c'era il Signor Budellazzi, un'omarino minuto, coi capelli bianchi e un paio di spessi occhiali da vista.
- Prego entrate, vi stavo aspettando. -
Il Signor Budellazzi fece accomodare i suoi ospiti sul divano mentre lui si accomodò sulla poltrona.
- Allora, io posso offrirvi ospitalità su all'ultimo piano, in cambio però dovete darmi una mano giù in ferramenta. -
il Signor Budellazzi mise subito le cose in chiaro e invitò i tre ad alzarsi dal divano e a raggiungere l'appartamento al piano superiore.
L'appartamento in questione era la soffitta arredata con tutti i confort di base, angolo cucina con tanto di fornello, frigorifero e tavolo con quattro sedie, angolo gabinetto separato dal resto dell'ambiente da un modesto quanto opportuno separè in cartongesso e per la zona notte un letto a castello, un divano letto e un grande armadio a muro dove riporre il necessario. Una finestra dava su un cortile interno, un'altra sulla strada. Pafol e Aziz si accordarono con il Signor Budellazzi per stare in ferramenta a turno uno la mattina e uno il pomeriggio, mentre per quanto riguardava Julius non essendo possibile farlo lavorare in regola la decisione fu quella di coinvolgerlo nelle varie faccende domestiche.
Erano talmente stanchi che si dimenticarono di accennare al Signor Budellazzi del perché erano arrivati fin lì e senza mangiare nemmeno un tozzo di pane si addormentarono così com'erano.
La Ferramenta Budellazzi era un negozio di vecchio stampo, con tutte le scaffalature in ferro e decine di cassetti dove veniva riposta la minutaglia e un grande bancone di legno dietro al quale venivano serviti i clienti.
La mattina dopo mentre Pafol era giù in bottega insieme al Signor Budellazzi, Aziz e Julius restarono su nell'appartamento preparando qualcosa da mangiare con quello che c'era nel frigorifero, mentre al pomeriggio, come da accordi presi, era Aziz a occuparsi del negozio insieme al Signor Budellazzi.



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La notte, Pafol, Julius e Aziz furono svegliati da un gran baccano che proveniva dalla strada, si precipitarono alla finestra per vedere cosa stava succedendo e videro il Signor Budellazzi attorniato da quattro tipi che sbraitavano.
Con altruismo scesero di corsa per andare in aiuto del loro padrone di casa, arrivati più vicino si accorsero però che i quattro non sembravano affatto minacciosi col Signor Budellazzi che sembrava anzi molto a suo agio, tutti e cinque infatti avevano tra le mani delle lattine di birra e il baccano che si sentiva dal piano superiore si rivelò essere fatto di sguaiate risate alternate a sonori rutti, in particolare quelli potenti e modulati del più robusto tra di loro.
Pafol, Aziz e Julius rimasero interdetti di fronte a quella scena il tempo sufficiente per essere scorti dal Signor Budellazzi che con un cenno li invitò ad unirsi alla compagnia, scoprirono così che quella cagnara era in onore del figlio del Signor Budellazzi, Libero Budellazzi da tutti soprannominato Arlòt, un campione di rutti che quella sera, insieme agli amici di tante bevute, festeggiava la vittoria a uno dei più importanti trofei.
I festeggiamenti a base di birra e rutti non potevano che finire sotto le finestre di casa Budellazzi, Arlòt, infatti, quando non era a zonzo abitava ancora con il babbo; della mamma invece non si sapeva più niente da molti anni, l'ultima volta che fu vista stava passeggiando lungo il rivalino del fiume Amone nei pressi del ponte detto delle Bambocce a Fiordargilla.
I tre compresero il coinvolgimento del Signor Budellazzi nei festeggiamenti in onore del figlio, ma rimasero incuriositi dal buffo cappello a forma di piramide che il Signor Budellazzi stava indossando in quel momento, non sapevano ancora nulla della vita
segreta che conduceva il loro padrone di casa. Ogni sera mentre Aziz, Pafol e Julius si ritiravano nella loro appartamento, il Signor Budellazzi attraverso una botola posta dietro al bancone della ferramenta scendeva attraverso una scala a chiocciola in un tunnel che portava direttamente ai sotterranei del castello di Ozz, che in linea d'aria distava poche decine di metri.
Qui si trovava un laboratorio pieno di polveri, spezie, alambicchi, paioli, pietre, amuleti e libri antichi, infatti nel Signor Budellazzi dietro la parvenza di un anonimo bottegaio si nascondeva un appassionato di alchimia, esoterismo e magia varia.
Quando il Signor Budellazzi si intratteneva nel suo laboratorio, gli capitava sovente di inalare i vapori dei suoi esperimenti, ciò ne cambiava completamente il carattere e dalla persona serie e precisa che era si trasformava in una scheggia impazzita senza freni inibitori. Di solito tutto rimaneva occultato all'interno del laboratorio e all'alba ogni cosa ritornava nella normalità, quella volta però suo figlio era tornato in piena notte e non ci fu maniera di aspettare che l'effetto fosse terminato.



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Il giorno dopo era un festivo; il Signor Budellazzi andò a bussare alla porta dell'appartamento in cui erano alloggiati Pafol, Julius ed Aziz per invitarli ad unirsi a lui e al figlio per il pranzo, i tre accettarono e si diedero appuntamento per la mezza.
Fu un pranzo molto soddisfacente per gli stomaci di Pafol, Julius e Aziz che da tempo non avevano avuto occasione di riempirli a dovere.
Il Signor Budellazzi approfittò della situazione per parlare del galeone e di come fare a trasformarlo in una motonave. Pafol , che non si aspettava che il Signor Budellazzi sapesse già il motivo per cui erano arrivati fin lì domandò: - Ma com'è possibile trasformare un galeone in una motonave? -
- Andiamo. -
rispose il Signor Budellazzi esortando tutti ad alzarsi da tavola e andare giù nella bottega. Lì, il Signor Budellazzi toccando un punto preciso sotto al piano del bancone fece scattare la serratura della botola, scesero per la scala a chiocciola e proseguirono in fila indiana lungo un cunicolo, in fondo c'era una porta chiusa a chiave, dietro a quella porta il laboratorio del Signor Budellazzi.
Da quella volta i tre inquilini e i due Budellazzi si frequentarono sempre più spesso; delle volte si incontravano tutti a mangiare una pizza o a guardare una partita davanti alla tivù, il Signor Budellazzi e Pafol dopo la chiusura della Ferramenta trascorrevano il tempo insieme giù nel laboratorio per cercare la maniera per trasformare un galeone in una motonave. Il Signor Budellazzi si diceva certo che lì da qualche parte c'era la soluzione. Arlòt, che dietro un'apparenza un po' grezza nascondeva un animo gentile, si era offerto di insegnare a Julius quelle cose che un ragazzo della sua età avrebbe dovuto già sapere, Aziz invece oltre a passare le

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giornate sempre più frequentemente dietro al bancone della Ferramenta Budellazzi, il suo tempo libero lo passava prevalentemente seduto al tavolino di un bar, ogni volta un bar diverso e senza dare confidenza a nessuno.



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Le cose funzionarono così per diverse settimane al termine delle quali Julius manifestò il desiderio di andare a scuola; la più accessibile per i costi d'iscrizione ero lo I.E.I. (Istituto d'Educazione Infantile) che si trovava a Livvì.
Per raggiungere lo I.E.I. Julius ogni mattina si sarebbe dovuto svegliare molto presto ed essere accompagnato in auto da Arlòt. L'Istituto di Educazione Infantile di Livvì era un grande edificio squadrato di cemento grezzo, con rade finestre molto strette e lunghe per tutta l'altezza, attorno c'era una cancellata sormontata da rotoli di filo spinato, l'unico accesso era un grosso portone al quale si accedeva tramite una rampa. Quando arrivò dentro allo I.E.I. Julius era l'unico scolaro ad essere scuro di pelle, tutti gli altri ragazzi erano di un colorito piuttosto pallido, con i capelli biondo platino, tutti con la riga sulle ventitre, indossavano una camicia bianca con cravatta bianca, pantaloni di velluto a coste bianco, mocassini bianchi, intimo, si suppone, bianco.
Unica eccezione a quell'eccesso di candore, un oggetto che tutti quanti tenevano in mano, un parallelepipedo simile a un quaderno che sfiorato dalle pallide dita degli scolari si illuminava e di tanto in tanto emetteva strani suoni, questo parallelepipedo veniva chiamato Nero perché quello era il suo colore.
Julius era l'unico a non essere in possesso di un Nero e la cosa non passò inosservata insieme al suo dress-code decisamente non conforme e al colore della pelle così tremendamente in contrasto con quello di tutti gli altri alunni. Le videocamere di sorveglianza poste all'ingresso della scuola segnalarono immediatamente qualcosa di anomalo alla centrale di controllo, immediatamente due U.P.N.D. (Unità Personale Non Docente) uscirono dalle loro sedi e si diressero verso Julius, senza chiedere permesso lo presero su di forza e lo nascosero alla vista degli altri alunni, che occupati con i loro Nero nemmeno si erano accorti di essere entrati dentro allo I.E.I dove li attendeva il primo giorno di scuola.
Il braccio meccanico di una delle due U.P.N.D. spruzzò un gas che fece entrare Julius in uno stato di ipnosi, lo portarono in una stanza e lì lo spogliarono gettando tutti i suoi indumenti in un bidone blu elettrico, finita questa operazione le due U.P.N.D. Si divisero i compiti, una sigillò il bidone con una spessa fascia di ceralacca per poi rotolarlo su un tapis roulant che portava a un inceneritore, l'altra aprì un armadio a parete in cui in preciso ordine di taglia erano posti degli indumenti bianchi come quelli indossati dagli altri scolari.
Con uno strumento di precisione furono prese le misure di Julius, e,in un batter d'occhio tutto il necessario fu posto su un tavolino, dopo cinque minuti Julius uscì da quella stanza ancora stordito ma vestito di tutto punto. Le uniche cose a cui le U.P.N.D. non avevano potuto porre rimedio: la crespatura dei capelli corvini, la pigmentazione della pelle decisamente poco chiara e un Nero in dotazione, giacchè solitamente questi venivano acquistati direttamente dai genitori degli alunni.
Le cose per Julius dentro allo I.E.I. si erano decisamente messe male fin da subito e non migliorarono certamente col suo ingresso in classe, l'unico banco rimasto libero era in primissima fila, attaccato alla cattedra e in bella vista sia dei professori che di tutti gli altri studenti, l'unico banco tra l'altro non accoppiato, una solitaria struttura di fòrmica, truciolato e ferro.
La prima ora di lezione fu tenuta dalla Professoressa Rottenmai, un ologramma di statura bassa e corporatura sgraziatamente curvilinea, occhiali da vista calati su un naso aquilino, due ampi pendenti alle orecchie, un tailleur color crema rancida, calze scure e scarpe dal tacco alto che a stento servivano a nascondere la scarsa statura. Per il resto la Professoressa Rottenmai si distingueva per la voce stridula e la notevole stronzaggine con cui teneva in riga intere classi, spesso contemporaneamente.
Appena apparve sulla sedia dietro la cattedra tutti gli scolari scattarono in piedi in un tripudio di:
- Buongiorno Professoressa! -
soltanto Julius restò seduto e fece appena un gesto con la mano accompagnato da un tiepido:
- Ciao Prof. -
La cosa non passò inosservata dalla Professoressa Rottenmai che senza esitazioni segnò a biro rossa la prima nota negativa sul registro di classe in corrispondenza del nome di Julius. Quando fu il momento di mettere mano ai Nero tutti gli altri ragazzi accesero all'unisono i loro Nero e in punta di indice si apprestarono a trascrivere ciò che l'ologramma della Professoressa Rottenmai dettava. Julius invece, rimasto con le mani in mano, si era messo a guadarsi attorno; quell'atto valse a Julius la seconda nota dopo nemmeno un'ora del suo primo giorno di scuola.
La mattina del giorno successivo Arlòt accompagnò Julius fin dentro allo I.E.I. così come espressamente richiesto nella nota ricevuta, insieme a loro c'era anche Aziz.
Entrarono prima di tutti quanti gli altri, Julius essendo stato privato degli unici vestiti che aveva, indossava una felpa di Arlòt di almeno quattro taglie più larga, una di quelle a righe orizzontali bianche e blu con la faccia di un maiale urlante e tra le mani anche quella mattina non aveva un Nero.
Julius si mise a sedere sul suo banco, mentre Aziz a Arlòt non trovarono di meglio che piazzarsi, gambe a penzoloni, sopra alla cattedra.
La classe si riempì rapidamente con tutti gli altri studenti, come al solito già impegnati a maneggiare i rispettivi Nero, vera e propria protesi di ognuno.
Al suono di una campanella martellante cominciò a materializzarsi l'ologramma della Professoressa Rottenmai, questa volta vestita con un austero tailleur verde scuro. Al completamento della materializzazione della Professoressa Rottenmai tutti quanti, compreso Julius, si alzarono dai rispettivi banchi e si esibirono nel più ossequioso dei saluti, contemporaneamente dalla cattedra, cioè da dietro l'ologramma, Arlòt si esibì in uno dei suoi tonanti rutti da campione.
Tutti i ragazzi furono improvvisamente distolti da quello che stavano facendo in quell'istante, per prima cosa si incurvarono leggermente le labbra poi scoppiarono tutti quanti in una fragorosa risata che ruppe l'ordine costituito. A nulla servì il celere intervento delle U.P.N.D. Ormai il danno era fatto, quel rutto aveva costretto ogni alunno a guardarsi attorno scoprendo gli altri, soprattutto Julius che fu osservato con curiosità, una curiosità positiva, alcuni compagni gli concessero addirittura di appoggiare i polpastrelli sui propri Nero.
Per quanto riguarda la Professoressa Rottenmai sparì olograficamente così come era entrata e la ritrovarono a chilometri di distanza ricoverata in un clinica psichiatrica per una forte crisi da esaurimento nervoso.
L'ordine fu ristabilito quando in classe si materializzò l'ologramma del Direttore dello I.E.I., il tipico dirigente scolastico di fine '800, longilineo, candido pizzetto a ornamento del mento e sguardo severo.
Julius cercò di simulare la catatonificazione implorando con le pupille spalancate un possibile supporto da parte di Arlòt e di Aziz, ma nessuno dei due si mosse. Aziz aveva riconosciuto nel Direttore un vecchio cagacazzi sempre pronto a criticarlo e a fargli le pulci sulla sua maniera di suonare il violino, ad Arlòt invece non stimolò nessun rutto. 
Comunque la decisione di non mandare più Julius all'I.E.I. era stata presa con un cenno d'intesa tra i due, ma che il ragazzo dovesse continuare a frequentare una scuola non era in dubbio.



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Arlòt e Aziz si misero insieme a Pafol e al Signor Budellazzi a cercare una scuola adatta a Julius, ma ogni tentativo che facevano non andava a buon fine o perché non c'erano più posti disponibili o perché i costi d'iscrizione risultavano proibitivi.
Stavano per arrendersi e riconsiderare di rimandare Julius allo I.E.I. quando Julius che nel frattempo si era addormentato, si svegliò tutto agitato ripetendo:
- Monte Arcanzal!/ Monte Arcanzal! -
Gli altri non capirono quello che stava dicendo, tranne il Signor Budellazzi:
- Libero, vammi a prendere la mappa della GRAN MADR. -
il Signor Budellazzi era ormai l'unico a chiamare il proprio figlio col nome di battesimo.
Monte Arcanzal era un luogo sulle colline tra Xezena e Aremina in cui si trovava un Monastero Sinc; non si trattava di una vera e propria scuola ma forse lì Julius avrebbe potuto imparare di più e meglio, tra l'altro l'Abate del Monastero Sinc di Monte Arcanzal era Fratello Chj col quale il Signor Budellazzi aveva spesso avuto occasione di scambiare delle e-mail.
Con qualche perplessità degli altri, il Signor Budellazzi scrisse a Fratello Chj, informandolo della situazione che si era venuta a creare. Poco tempo dopo arrivò la risposta:
- Carissimo Gisto, come te la passi? Questo è sicuramente un segno e sarò lieto di accogliere il giovane Julius, lasciate che venga da solo, non deve portare niente perché qua troverà tutto ciò di cui ha bisogno. Dovrà restare rinchiuso nel Monastero Sinc per un anno intero e non potrà incontrare nessuno al di fuori prima di aver imparato abbastanza.
Con affetto,
Fratello Chj -
La lettura dell'e-mail inviata da Fratello Chj non dissipò i dubbi che avevano Arlòt, Aziz e soprattutto Pafol che non nascondeva col suo silenzio tutta la sua contrarietà. Julius però appariva convinto di quella scelta.

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La pensilina della stazione di Kornelja Centrale era già stipata di pendolari, Julius prima di salire sul Trenino della Linea Rossa salutò Aziz, Arlòt e per ultimo Pafol, il quale fece un grande sforzo a non trattenerlo in un abbraccio quasi paterno. Julius guardava fuori dal finestrino mentre il Trenino faceva sosta nella stazioni di Kornelja-Zellva e poi in quella di Castel sul Segno dove salirono numerosi passeggeri provenienti dalla coincidenza con la Linea Celeste che collegava Labassa con Valsegno.
Dopo fu la volta delle stazioni di Pontesegno e di Fiordargilla-Borgomarte prima di arrivare a fare una sosta più prolungata alla a Fiordargilla Centrale, che tra tutte le stazioni della GRAN MADR era tra le più importanti essendo il crocevia di molte Linee e anche il collegamento con le metropoli limitrofe: Gran Bullagna e Floremagno.
Passata la Stazione Centrale di Fiordargilla, il Trenino si fermò in successione nelle stazioni di: Fiordargilla-Durbecchio, Villa Kozina, di Livvì-Montonese, Livvì Centrale, passata la quale a Julius venne istintivo un gesto di scherno all'indirizzo dello I.E.I la cui massa grigiasta faceva capolino tra i palazzi. Poi Livvì-Ronchese, Frappul, Bartnora, Xezena-Oltrezavio e Xezena Centrale.
Mancavano soltanto le stazioni di Xezena-Gambetla e quella di Rubicona, poi finalmente il Trenino sarebbe giunto a Sottarcanzal, il borgo sviluppatosi ai piedi di Monte Arcanzal. Julius scese veloce dal Trenino che proseguì il suo viaggio verso la vicina Arèmina, e si diresse all'uscita della stazione da dove partiva uno stretto sentiero che si inerpicava su per Monte Arcanzal; il Monastero Sinc si trovava proprio dietro la vetta, in mezzo a una valle nascosta. Fratello Chj stava lì fuori dall'uscio del Monastero ad aspettarlo, con una lanterna accesa nonostante il sole fosse ancora alto, prese Julius per mano e insieme entrarono dentro al Monastero, il portone di legno si chiuse lentamente da solo. Il Monastero Sinc di Monte Arcanzal aveva una struttura a fiore, lo stelo era un lungo corridoio che dall'ingresso andava verso una corolla a otto petali, ognuno di questi petali corrispondeva alla camera personale di ogni novizio, camere dentro la quale i futuri Monaci Sinc si trattenevano per dormire, studiare e meditare. Al centro della corolla la grande sala comunitaria, dove si svolgevano tutte quante le attività che prevedevano la compartecipazione. Fratello Chj trascorreva i suoi momenti privati in una tenda tonda situata in un luogo appartato a cui nessuno aveva il permesso di accedere.
Per diventare Monaci Sinc, oltre a trascorrere un anno intero nel Monastero bisognava trascorrere un periodo indefinito in totale eremitaggio; molti si accontentavano di trascorrere soltanto il primo anno e poi cercavano di sfruttare al meglio tutto ciò che avevano imparato ritornando a vivere tra la gente, altri tentavano l'esperienza dell'eremitaggio, chi riusciva a resistere abbastanza poteva diventare un Monaco Sinc. non tutti ce la facevano e alcuni rinunciavano a metà del loro percorso, ma chi aveva la forza di diventare Monaco Sinc a quel punto non aveva più nulla da temere perché aveva raggiunto una conoscenza e una consapevolezza tale da renderlo capace di “stringere le palle alla bestia”.



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Passavano le settimane e mentre Julius a Monte Arcanzal assimilava sempre nuove conoscenze e Arlòt aveva ripreso a girare per tornei di rutti, a Ozz era rimasto Aziz che ogni giorno feriale non mancava di servire dietro al bancone della ferramenta insieme al Signor Budellazzi.
Pafol invece ogni mattina saliva su un vecchio furgoncino e raggiungeva il porto di Ramiana, fino al padellone dove era ancora attraccato il galeone, saliva a bordo e lentamente cominciava a smontarlo perché quella era la soluzione che lui e il Signor Budellazzi erano riusciti a trovare, smontare tutto il galeone pezzo per pezzo e poi provare a rimontarli in modo da realizzare una motonave. Inoltre c'era un'altra cosa da fare sul galeone, dare da mangiare ai quattro gatti che impazienti si presentavano sulla passerella ogni volta che sentivano in lontananza il brontolio del furgoncino guidato da Pafol.
La loro leccornia preferita era un misto di pollo ruspante e pesce azzurro triturato grossolanamente e inzuppato preferibilmente in un brodo tiepido ottenuto con la lessatura di pollo e pesce, non insieme, ma separatamente. Il più delle volte però si accontentavano di scatolette o croccantini a basso costo.
Dopo aver mangiato, per tutto il giorno i gatti non si facevano vedere, poi, quando il sole cominciava a tramontare, tornavano miagolando come sirene d'ambulanza. Quello era il segnale per Pafol di levare le tende, caricare sul furgone tutti i pezzi staccati dal galeone e tornare a Ozz.
Da quel momento il galeone era totalmente custodito dai quattro gatti, così aveva ordinato quella voce misteriosa che ogni tanto continuava a parlare nella testa di Pafol.
Lui non aveva mai osato fare diversamente da ciò che quella voce gli chiedeva e pensava di essere l'unico a sentirla al punto che per non essere preso per matto non ne aveva mai parlato con nessuno.
Una volta, Pafol, invece di fare la sua pausa pranzo, mangiandosi il solito panino imbottito, scelse di andare in un bar poco lontano, un bar frequentato da gente del posto che passava le giornate a giocare a carte, bere vino e a raccontare ai rari forestieri di un galeone attraccato a un padellone, dal quale di notte era possibile intravedere le sagome di quattro gatti reggersi sulle zampe posteriori e iniziare a ballare.
Pafol, che ascoltava incuriosito, sospettò che si stesse parlando proprio del suo galeone, così decise che una di quelle sere invece di andare via sarebbe rimasto, quella fu la prima volta in cui non ascoltò la voce.
Quando i quattro gatti arrivarono sul galeone cominciarono a girargli intorno miagolando in un modo come non avevano mai fatto, il sole era quasi tramontato del tutto e il cielo fino a quel momento completamente pulito, si riempì di minacciose nuvole temporalesche. Appena sentì i primo goccioloni cadergli sulla testa, Pafol cercò riparo giù in coperta, ma invece di abbassare la testa al momento giusto, andò a sbattere la fronte sullo stipite svenendo sul colpo



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Si risvegliò non ricordando niente di ciò che gli era capitato la sera prima e nemmeno di quella storia che aveva sentito al bar, però aveva la testa fasciata con una tela bianca sporca di orme di gatto.
Avendo già il furgone pieno dei pezzi di galeone decise di tornare a Ozz. Ad aspettarlo trovò un preoccupatissimo Aziz, quella mattina il Signor Budellazzi non si era ancora fatto vedere giù nella ferramenta e bussando alla porta di casa non rispondeva nessuno. Pafol pensò subito che al signor Budellazzi fosse successo qualcosa giù nel laboratorio, cercò di aprire la botola nascosta dietro al bancone, ma non riusciva a trovare il modo per farlo.
- Csa fasegna? -
(Cosa facciamo?)
chiese Aziz.
- Chiudiamo bottega e troviamo un modo di raggiungere il laboratorio.-
rispose Pafol, che cominciava ad agitarsi:
- Quand'è stata l'ultima volta che hai visto il Signor Budellazzi? - Ajir sira prema d’ sré la butéga, pù me a'so andé a ‘e marché di cuntadèn a Fiordargilla, e te duv' a sit sté tota not? -
(Ieri sera prima di chiudere la bottega, poi io sono andato al mercato dei contadini a Fiordargilla, e te dove sei stato tutta notte?)
- Ah boh.-
rispose Pafol continuando a cercare la maniera di sollevare la botola per arrivare al laboratorio del Signor Budellazzi. Finalmente si sentì un claclang e, sollevata la botola, Pafol e Aziz cominciarono a scendere la scala a chiocciola chiamando:
- Signor Budellazzi? Signor Budellazzi? -
anche attraversando il tunnel che portava al laboratorio:
- Signor Budellazzi? Signor Budellazzi? -
La porta del laboratorio era socchiusa, la aprirono e continuarono a chiamare:
- Signor Budellazzi? Signor Budellazzi?
Il Signor Budellazzi dentro al laboratorio non c'era e sembrava tutto al proprio posto, l'unica cosa era una pergamena stesa sul tavolo sulla quale disegnati c'erano dei geroglifici: un uomo con un cappello a cilindro bianco in testa teneva in mano un orologio da taschino, poi c'era disegnato un ponte e un treno, nella riga sotto una serie di alberi, in quella sotto ancora una scala con una freccia che indicava in giù, infine delle case tutte colorate.
Aziz provò a sollevare la pergamena, ma sembrava incollata al tavolo.
- Signor Budellazzi? Signor Budellazzi?
riprovarono a chiamare, ma niente. Nell'uscire dal laboratorio l'occhio di Pafol cadde su qualcosa che prima non aveva notato, un foglietto di carta per terra. Lo prese su e vide che con la calligrafia del Signor Budellazzi c'era scritto:
- Io vado, se non mi vedete tornare vuol dire che ho trovato quello che cercavo. Gisto p.s. seguite l'uomo col cappello a cilindro bianco. -
- Cosa vorrà dire? - - Un oman cun un capel bianc in testa u'i sarà in zir a Fiordargilla -
(Un uomo con un cappello bianco ci sarà in giro a Fiordargilla) pensò Aziz ad voce alta
- Allora andiamo, forse lo troviamo ancora là. -
disse Pafol già sulla scala a chiocciola.
Spèta che a vég prema a ‘e lucomud, che a me sté a cva zo u'm fa vnì e caghèt. -
(Aspetta che a vado prima al gabinetto, che a me stare quaggiù mi fa venire mal di pancia.) segnalò Aziz, tenendosi una mano sulla pancia.



18

Pafol e Aziz partirono alla volta di Fiordargilla col furgoncino della Ferramenta Budellazzi prendendo una scorciatoia per non infilarsi nel traffico della Via Rumagliolese, l'arteria principale di tutta la GRAN MADR, tra Kornelja e Fiordargilla. Sulla strada incrociarono nell'ordine: una comitiva di cinquanta cicloamatori sovrappeso tutti stretti nelle loro tutine colorate che procedevano rigorosamente in doppia o tripla fila; un trattore con rimorchio pieno di stallatico che procedeva a zigzag e un'utilitaria che procedeva alla folle velocità di 20 chilometri orari.
Lasciarono il furgoncino parcheggiato nei pressi del piazzale dove si svolgeva il mercato dei contadini, ma non incontrarono nessuno. Si incamminarono quindi verso il centro storico di Fiordargilla; trattandosi di una città d'arte non era difficile imbattersi in gente un po' eccentrica, tuttavia continuavano a non scorgere chi stavano cercando.
Fatto quattro, cinque volte il giro delle piazze centrali di Fiordargilla, Pafol e Aziz decisero di andare a sedersi sulla gradinata del Duomo, un ottimo punto d'osservazione.
- Stiamo qui altri dieci minuti, poi torniamo a casa. -
disse Pafol con lo sguardo un po' perso nel vuoto.
Stavano per alzarsi quando improvvisamente Aziz scorse in mezzo al brulicare di teste un cappello a cilindro bianco
- L' è a là! -
(E' là!)
Senza perdere di vista il cappello a cilindro bianco che sgattaiolava tra la gente, Pafol e Aziz scesero di corsa i gradini. Ora si trovavano a un centinaio di metri di distanza e vedevano tutta la figura di quell'uomo con addosso un abito da cerimonia bianco intento a controllare l'ora dal suo orologio da taschino.
L'uomo si voltò indietro come se volesse assicurarsi di essere stato visto e cominciò a incamminarsi verso il Ponte delle Torri; Pafol e Aziz lo inseguivano a distanza mantenendo sempre il contatto visivo.
In prossimità del ponte si accorsero di non vederlo più, sul ponte non c'era e indietro non lo avevano visto tornare. Si guardarono attorno, finalmente Pafol lo vide che era a metà del rivalino:
- E' laggiù! -
Lungo il rivalino c'erano soltanto loro tre, l'uomo col cappello camminava a passo veloce, ogni tanto guardava il suo orologio da taschino, si voltava indietro e riprendeva a camminare. Pafol e Aziz lo videro scendere verso il fiume in corrispondenza del Ponte delle Bambocce.
L'uomo col cappello a cilindro bianco era sparito nuovamente, le sue orme finivano in corrispondenza di una porta appoggiata a un pilone del ponte.
- Ma dov'è andato? -
- U s’ è buté in t'e fiòm. -
(si è gettato nel fiume)
ipotizzò Aziz senza troppa convinzione
- Ma no, impossibile, avremmo sentito il tonfo nell'acqua. - considerò Pafol che intanto aveva messo le mani sulla porta. La porta si spalancò, dietro c'era un pertugio e Pafol provò a entrarci, era buio pesto, ma sembrava ci fosse modo di andare avanti, chiamò Aziz invitandolo ad andargli dietro.
Nel buio Aziz provò a illuminare l'ambiente con un accendino che portava sempre in tasca, sentirono i passi di qualcuno che si allontanava e provarono a seguire quel rumore confidando che fosse provocato dall'uomo col cappello a cilindro bianco. Voltato un angolo si ritrovarono sulla pensilina di una stazione sotterranea che a Fiordargilla non c'era, insieme a loro c'era tanta altra gente in attesa davanti al binario, c'era anche l'uomo col cappello a cilindro bianco che continuava a voltarsi nella loro direzione.
Non capivano più dove si trovavano, ad un tratto un fischio annunciò l'arrivo di una vecchia locomotiva a vapore che trainava i vagoni di un convoglio futuristico.
Appena si aprirono le porte l'uomo col cappello a cilindro bianco si voltò verso Pafol e Aziz inviatandoli inequivocabilmente a salire e ad accomodarsi sui comodi sedili di quel treno, comode poltrone ergonomiche, i vagoni erano privi di finestrini, soltanto una sottilissima linea di vetro oscurato scorreva per tutto il treno.
Appena le porte furono chiuse, i passeggeri si ritrovarono bloccati sui loro sedili da appositi dispositivi automatici, la locomotiva ricominciò a masticare carbone e a girare le bielle per riprendere il viaggio. Il treno cominciò a muoversi lentamente arrancando come su una cremagliera, una salita molto ripida, quasi verticale. Un altro fischio annunciò l'inizio di una discesa altrettanto ripida, la locomotiva con tutti i vagoni dietro precipitò a spirale, poi il treno cominciò a rallentare fino a fermarsi poco prima che le rotaie si confondessero con le radici superficiali degli alberi di un bosco.
Ci fu l'applauso di tutti i passeggeri e le porte del treno si riaprirono, attorno c'erano soltanto alberi e cespugli.



19

Tutti scesero da quel treno e cominciarono a inoltrarsi nel bosco in ordine casuale, anche Pafol e Julius fecero lo stesso continuando a seguire l'uomo col cappello a cilindro bianco. Lo videro nascondersi dietro il tronco di una grossa quercia e poi salutarli per un attimo con la mano prima di sparire definitivamente. A quel punto Pafol e Aziz si fecero forza e andarono a vedere dietro quella quercia, si ritrovarono con i piedi appoggiati sui gradini di una scala mobile che scendeva giù.
Arrivarono a poter camminare lungo un ampia strada, ai lati c'erano gli ingressi e le vetrine di negozi di ogni tipo, bar, ristoranti e templi per qualsiasi etnia e religione, insegne luminose che si accendevano e si spegnevano al ritmo di una musica che si diffondeva ovunque.
Tutti si muovevano a piedi e lo facevano in maniera molto tranquilla, salutando festosamente chiunque incontravano, Pafol e Aziz procedevano con stupore, ormai dell'uomo col cappello a cilindro bianco avevano perso le tracce, distratti com'erano nel guardarsi intorno.
Una ragazzina dai riccioli color pistacchio che indossava un vestito floreale e un sorriso smagliante, si accorse di loro e senza presentarsi li invitò a seguirla:
- Cosa fate lì imbambolati? Seguitemi. -
Pafol e Aziz presi alla sprovvista iniziarono a seguire quella ragazzina.
- State cercando qualcosa o qualcuno? -
- Stiamo cercando qualcuno.
rispose Pafol alla domanda della ragazzina.
- E siete sicuri che è qua? -
- Non lo sappiamo. non sappiamo nemmeno dove siamo.- - Eh, propi, in duv a segna? - (Eh proprio, dove siamo?) - Siete nel BOSCO, è stato l'uomo col cappello a cilindro bianco a portarvi fin qua? - - Sì, sai dov'è andato? - - Non lo so e poi non esiste nessun uomo col cappello a cilindro bianco. -
- Come? -
-Seguitemi.-
La ragazzina passò sotto a una freccia blu che indicava verso il basso, le scale mobili erano subito lì che scendevano.
- Forse chi cercate è più giù. -
- Ma cosa vuol dire che l'uomo col cappello a cilindro bianco non esiste, noi lo abbiamo visto bene, vero Aziz? -
- Ció, sé. -
(Cio, sì) -
- Cosa vuol dire lo avete visto? Lo avete toccato? Avete sentito la sua voce? -
- No, quello no però... -
- Eccovi arrivati, io quaggiù non posso starci, buona fortuna! - La ragazzina dai capelli color pistacchio stava già risalendo le scale mobili contro mano.
- Ma noi cosa facciamo qua? -
- Tranquilli, ci sarà qualcun'altro ad aiutarvi. -
Furono le ultime parole della ragazzina dai capelli color pistacchio udite da Pafol e Aziz.



20

Dove si trovavano ora era completamente diverso, c'era sempre una larga strada ma attorno non c'era niente e nessuno, tutto era incolore, non era bianco, non era nero, nessuna gradazione di grigio e neppure trasparente. Videro però una porta, provarono ad aprirla, delle luci si accesero di scatto e davanti al bancone di un bar apparì un orso con una canottiera attillata e un foulard di seta rosa avvolto attorno al collo.
Benvenuti, in cosa posso esservi utile?
Aziz che aveva adocchiato la schiera di superalcolici e vini d'annata dietro al bancone del bar, rispose senza indugio:
- Dasim da bè c'a'n spud piò. -
(Datemi da bere che non sputo più.)
L'orso andò dietro al bancone del bar e miscelò per entrambe un cocktail ad alta gradazione alcolica.
- State cercando qualcosa o qualcuno? Pafol e Aziz interruppero per un momento il sorseggiare dai loro tumbler. - Boh, non lo sappiamo, ci ha accompagnato quaggiù una ragazzina dai capelli color pistacchio. -
rispose Pafol
- Lo so, vi stavo aspettando.-
- In verità stiamo cercando qualcuno, però non ci stiamo capendo più niente. -
- Meglio se adesso vi andate a riposare, domani sarà una lunga giornata, eccovi le chiavi, la stanza è proprio dietro di voi. -
Si girarono e videro la porta da cui erano rientrati, questa volta invece che una strada incolore c'era una camera d'albergo la luce di una lampadina a basso voltaggio penzolante dal soffitto, illuminava due letti singoli appoggiati al muro e un tavolino di legno con due
sedie da cucina. Una finestra si affacciava sul nulla limitrofo e così
com'erano, senza slacciarsi nemmeno la cintura dei pantaloni, si sdraiarono sui letti dove favoriti dall'effetto dei cocktail appena bevuti si addormentarono di schianto.
La mattina dopo si presentarono al bar, l'orso vestito questa volta con una sgargiante tuta, era lì ad aspettarli con la colazione già pronta.
- Oggi, vi accompagno nella vostra ricerca. - - Ci dica, lei ha mai visto un uomo col cappello a cilindro bianco da queste parti? -
domandò Pafol intanto che si imburrava una fetta biscottata. - State cercando lui? - si informò l'orso intento a miscelare latte e caffè. - U j’ è alora? -
(C'è allora?) - Sì, ma è inutile cercarlo, è lui a farsi vedere quando vuole
- La ragazzina dai capelli color pistacchio diceva che non esisteva nessun uomo col cappello a cilindro bianco. - intervenì Pafol
- Perché è vero. -
rispose l'orso
-Oh! T’é dèt c'u j' è. - (
Oh, hai detto che c'è) reagì Aziz un po' stizito 
- C'è, ma non ho detto che c'è veramente.-
continuò l'orso mettendosi sulle spalle uno zaino e invitandoli a seguirlo.
Uscirono dalla solita porta e si trovarono su una strada lastricata di pietre dorate, una strada che saliva dolcemente, ai lati non c'era una siepe abbastanza alta e folta da non poter vedere oltre.
- Forza, andiamo, dobbiamo arrivare fino in cima.-
- Cosa c'è in cima? -
chiese Pafol.
- In duv a segna? - (Dove siamo?)
aggiunse Aziz.
- Vi sto portando a conoscere l'origine. -
rispose l'orso senza rivolgere lo sguardo.
Pafol e Aziz guardandosi negli occhi s'intesero di non fare più domande.
Camminarono per diverse ore, sempre su quella strada di pietre dorate, l'orso avanti di qualche passo e loro dietro affiancati.
- Fermiamoci un po' qui. -
disse finalmente l'orso.
- Mangiamo qualcosa che c'è ancora tanta strada da fare. - aggiunse subito dopo.
Aprì lo zaino, tirò fuori una tira di pane, un salame a lardelli grossi, mezzo formaggio stagionato, una brazadèla, tre mele, tre bottiglie di acqua e un fiasco di vino e cominciò con lo sfettolare pane, salame e formaggio offrendolo a Pafol e ad Aziz.
Restarono in silenzio, ognuno assorto nei propri pensieri, impegnati soltanto a masticare e a riprendere le forze, poi l'orso iniziò a raccogliere quel poco che era avanzato e lo riinfilò dentro lo zaino.
- Via, dobbiamo arrivare prima che si faccia troppo tardi. - Pafol e Aziz si alzarono con malavoglia e seguirono l'orso, convinti di dover camminare ancora per tanto; preferirono star zitti per non sprecare fiato, l'orso però non era dello stesso parere e iniziò a intonare una canzoncina dietro l'altra stimolando Pafol e Aziz a fare altrettanto.
- Eccoci arrivati, quella là è la casa dove dovete entrare, io torno indietro.-
- Ma... -
- Tranquilli, suonate al campanello. -
Come era successo con la ragazzina dai capelli color pistacchio,
anche l'orso abbandonò Pafol e Aziz senza dare spiegazioni. Questa volta almeno sapevano già cosa dovevano fare, si avvicinarono alla casa che vedevano in fondo alla strada, la siepe la circondava tutta a indicare che oltre a quella casa non c'era più niente; si poteva soltanto tornare indietro, ma arrivati fin lì che senso avrebbe avuto tornare indietro?



21

Pafol suonò al campanello, venne ad aprire un vecchietto appoggiato alla sua zanetta.
- Benvenuti, accomodatevi pure. -
La casa era piena di gabbie per uccelli, in ognuna ce n'era uno di una specie differente dalle altre, alcune piccole, altre più grandi a seconda della dimensione del volatile ospitato.
- Accomodatevi qui. -
Il vecchietto invitò Pafol e Aziz a sedersi su dei comodi cuscini imbottiti al centro di una stanza con un buco nel soffitto.
- State cercando qualcosa o qualcuno? -
Aziz bloccò con un cenno della mano Pafol che stava per rispondere.
- Prema, vò chi siv? - (Prima, voi chi siete?) -
- Io sono il Vecchietto del BOSCO, ultimo discendente dei Codardi Coraggiosi. -
- Chi? -
Il Vecchietto del BOSCO allora si alzò dal suo cuscino e andò a prendere un antiquato televisore, infilò dentro l'apposita fessura una chiavetta USB che teneva in tasca e fece partire un breve documentario in bianco e nero:
- Tanto tempo fa, la Terra era un grande campo di battaglia, le tribù combattevano l'una contro l'altra, ma nessuna riusciva mai a prevalere, quel periodo di terrore e distruzione, fu chiamato il Periodo del Fuoco.
Mentre le tribù continuavano a combattersi tra loro, alcune decisero di allearsi con quelle più vicine, si formarono così due grandi schieramenti talmente potenti che smisero di combattersi. Si trattava però di una tregua dettata più dalla paura che da una vera e
propria voglia di pace, quel periodo fu chiamato il Periodo del Ghiaccio.
Dopo parecchio tempo in quella situazione, i ricchi e i potenti di entrambe le fazioni opposte iniziarono ad accordarsi segretamente tra loro a danno di tutti i poveri e di tutti gli emarginati.
Fu allora che alcuni tra la gente la più povera e la più emarginata della Terra decise di farla finita; il loro capo era un sordomuto che si guadagnava quel poco per sopravvivere facendo il mimo davanti ai centri commerciali.
Fu lui il primo a capire che ribellarsi sarebbe stato inutile, bisognava cercare un'altro posto in cui iniziare una nuova vita, per questo insieme a pochi amici decise di partire alla ricerca di quel posto.
I ricchi e i potenti venuti a saperlo cominciarono a chiamarli codardi scacciandoli da ogni posto in cui arrivavano; anche chi non era affatto ricco e potente li scacciava e li derideva.
Ormai allo stremo delle forze e senza più nulla da mangiare, si fermarono a dormire in mezzo a un bosco, nascosti da tutti quanti gli altri. Quella notte fecero il medesimo sogno: fondare proprio lì una città che non era mai stata immaginata e così fecero. Quegli uomini chiamati codardi dimostrarono il coraggio di non fermarsi davanti all'impossibile, questa è la storia dei Codardi Coraggiosi. -
Il Vecchietto del BOSCO riprese la sua chiavetta USB e si rimise a sedere sul suo cuscino. - Questo è capitato tanto tempo fa, io sono l'ultimo di quelli nati e vissuti sempre qui nel BOSCO. -
- Cosa ci può dire di una ragazzina dai capelli color pistacchio, di un orso e di un uomo col cappello a cilindro bianco? - domandò Pafol. 
- La ragazzina e l'orso che avete incontrato, non sono propriamente una ragazzina e un orso. - - Csa vôl dì? -
(Cosa vuole dire?) - Loro sono entità eteree che abitano il BOSCO da molto tempo, molto prima che fosse fondato dai Codardi Coraggiosi, noi li chiamiamo Traghettatori perché, assumendo sembianze antropomorfe, accompagnano chiunque arriva qui e si sente perduto. -
- Anche l'uomo col cappello a cilindro bianco? -
No, l'uomo con il cappello a cilindro bianco non esiste, è stato il vostro inconscio a crearlo come scusa necessaria per farvi arrivare fino qui. -
A quella affermazione sia Pafol che Aziz si guardarono tra loro perplessi.
- Ma il Signor Budellazzi è qui? -
- Il Signor Budellazzi? -
Sì, è sparito e ci ha lasciato questo biglietto Pafol tirò fuori dalla tasca il foglietto ritrovato sul pavimento del laboratorio e lo diede da leggere al Vecchietto del Bosco.
Ah, Gisto! -
esclamò il Vecchietto del BOSCO riconsegnando il foglietto a Pafol:
- E' passato qualche giorno fa che stava cercando la sua Lice, non so dov'è ora, ma se non è ancora tornato indietro allora deve averla trovata qui nel BOSCO.-
Mo indóv? -
(Ma dove?) -
Questo non lo so, mica so tutto, io non mi muovo mai da qui.-mentre lo diceva il vecchietto si era nuovamente alzato dal suo cuscino, uscì di casa e andò a raccogliere una manciata di foglie dalla siepe dietro casa poi rientrò, da un cassetto tirò fuori una pipa dalla foggia arcaica e la riempì con una trinciatura delle foglie appena colte, la accese e cominciò ad aspirare il fumo con ampie boccate, infine la offrì a Pafol e ad Aziz dicendo:
- Questa qui è l'origine, ora anche voi potete andare oltre a tutto ciò che per voi era possibile. -


22

Pafol e Aziz dopo aver aspirato due e tre boccate si ritrovarono da un'altra parte, era un posto pieno di case sparse, ognuna con un'architettura diversa a seconda del gusto di chi l'abitava, all'interno di una di queste forse avrebbero ritrovato il Signor Budellazzi insieme alla sua Lice. Il problema per Pafol e Aziz era che le case erano veramente tante.
- Proviamo a chiedere? -
propose Pafol.
- Pruvegna pu. -
(Proviamo pure.)
rispose Aziz, che stava cercando di ricordare qualcosa. Intanto Pafol aveva suonato al campanello della prima casa incontrata, era abbastanza strana, tutta ricoperta di pannelli fotovoltaici che la facevano sembrare un satellite in orbita. Venne ad aprirgli un tipo con una lunga tunica argentata che toccava terra, era pelato e portava un paio di occhiali da sole con lenti molto grandi che gli coprivano quasi tutta la parte superiore del volto.
- State cercando qualcuno o qualcosa? -
- E' un Traghettatore. -
pensò tra sè e sè Pafol prima di rispondere
- Stiamo cercando il Signor Budellazzi. -
e mentre lo diceva cercava di immaginare come potesse essere nella realtà quell'entità eterea.
- Il Signor Budellazzi ... fatemi pensare ... no, non conosco nessun Signor Budellazzi. -
Il tipo chiuse la porta in faccia a Pafol e ad Aziz.
- Quel l'è mat.
- (Quello è matto.)
-
Forse non era un Traghettatore. - - Quel u n’ vô dì. - (Quello non vuol dire)
Stavano per andare a suonare al campanello di un'altra casa che la porta dietro di loro si aprì nuovamente.
- Ma cercavate il marito della Lice? Venite con me. - disse il tipo di prima invitandoli a seguirlo.
Si ritrovarono davanti a una casa come quelle che si vedono nei borghi marittimi, di quelle color pastello, col balconcino infiorato e che dà direttamente sulle onde che si infrangono sugli scogli.
- Abitano qui. -
disse il tipo dileguandosi.
Pafol guardò Aziz per avere il suo consenso prima di suonare al campanello. Si affacciò alla finestra una robusta signora, coi capelli biondi raccolti in un elegante chignon.
- Salve signora cercavamo il Signor Budellazzi, ci hanno indicato che abita qui. -
- Chi lo cerca? -
- Siamo due suoi amici. -
a rispondere era sempre Pafol, mentre Aziz se ne stava più indietro e cercava di ricordare sempre quella cosa.
Mentre la signora stava squadrando con gli occhi quei due individui che avevano appena suonato alla porta, da dentro la casa si sentì qualcuno chiedere.
- Lice, chi ha suonato? -
A Pafol e ad Aziz sembrò di sentire proprio la voce del Signor Budellazzi e quindi si misero a gridare
- Signor Budellazzi! Signor Budellazzi! Siamo noi, Pafol e Aziz! -
Subito dopo il Signor Budellazzi si affacciò alla porta e li invitò a entrare.
- Gisto, conosci questi signori? -
- Certo, Lice.-
I quattro, seduti nel salotto si presentarono a vicenda, fu una
chiacchierata piacevole nella quale Pafol e Aziz ebbero modo di apprezzare la bontà dei biscotti appena sfornati dalla Signora Budellazzi, ad Aziz venne in mente quella cosa che prima non riusciva a ricordare e si rese conto che non era poi così importante.
- Sgnór Budellazzi, dmã bsogna arvì butega che l'è du dé c'l è srêda, a vent cun nujetar? -
(Signor Budellazzi, domani bisogna aprire la bottega che è chiusa da due gioni, vieni con noi?)
il Signor Budellazzi strinse tra le sue mani quella della sua Lice, poi rispose:
- No, ci ho messo tanto a ritrovare la mia Lice, resto qua.
-Ma Signor Budellazzi. -
intervenne Pafol.
- Il laboratorio? Quel lavoro che stiamo facendo col galeone, ha presente? -
- Pafol, a proposito mi sono ricordato di come fare, devi cercare nel laboratorio un libretto piccolo e sottile, c'è scritto: Trasmutarium, sono sicuro che riuscirai a fare tutto anche senza di me. -
- Ma Arlòt? -
- Libero ormai è grande, capirà. -
- Mo adès che t’e savù in du clé la tu sgnóra, t' pu vni cvand ch’ut pé? O si no la po' avnì lì a la butega -
(Ma adesso che hai saputo dove la tua signora, poi venire quando ti pare, o può venire lei alla bottega)
- No, non è così semplice. -
disse il Signor Budellazzi tenendo sempre le mani della sua Lice. 
- La mia Lice ha già ingoiato la pillola rossa e io credo proprio che lo farò stasera prima di andare a letto -
- Cos'è la pillola rossa? -
domandò Pafol.
- A tutti quelli che arrivano nel BOSCO viene consegnata una
pillola rossa e una pillola blu, ingoiando la pillola rossa si rimane qui per sempre, ingoiando la pillola blu si torna da dove si è venuti e non si può più tornare qua nel BOSCO. -
- Ma noi non abbiamo avuto nessuna pillola. -
- Controllate bene in tasca, non ve ne siete accorti ma sicuramente avrete una piccola scatola contenente due pillole, una rossa e una blu.
Pafol e Aziz infilarono le mani nelle tasche e con grande sorpresa tirarono fuori un piccola scatola di latta, l'aprirono e dentro c'erano due pillole, una rossa e una blu come aveva detto il Signor Budellazzi.
- E adesso cosa facciamo? -
domandò Pafol ad Aziz
- A n’e so. -
(Non lo so.)
- Signor Budellazzi è proprio sicuro? -
- Sì, ho voluto aspettarvi prima di prendere la pillola rossa, adesso posso, voi invece dovete prendere assolutamente la pillola blu e quando sarete di là portate i nostri affettuosi saluti a Libero. -
- Ma non possiamo aspettare anche noi a prendere la pillola? - Aspettare cosa? Che motivo avete per restare? -
Pafol e Aziz si azzittirono poi aprirono le loro scatoline di latta, presero le rispettive pillole blu, guardarono i Signori Budellazzi, si guardarono tra loro, contarono fino a tre e poi, chiudendo gli occhi, le ingoiarono.



23

Si risvegliarono sotto il Ponte delle Bambocce.
- Stai bene? -
domandò Pafol ad Aziz
- Me sè. -
(Io sì.)
rispose Aziz.
Risalirono lungo il rivalino per andare a riprendere il furgoncino che era parcheggiato quasi dall'altra parte della città, partirono a tutta velocità alla volta di Ozz, questa volta prendendo la Rumagliolese. Arrivati a Ozz nei pressi della Ferramenta Budellazzi videro che fuori c'era Arlòt tutto agitato. - Arlòt! -
gli gridarono mentre erano ancora in fase di parcheggio
- Ma dove eravate? -
Arlòt corse incontro a Pafol e ad Aziz
- Non trovo mio babbo! -
aggiunse con un’ espressione preoccupatissima.
Prima di dire qualcosa Pafol guardò Aziz indeciso se dire la cruda verità o far finta di niente. Aziz che per carattere non era portato ai giri di parole, mise una mano sulla spalla di Arlòt.
- Ven dëntar cun nó. -
(Vieni dentro con noi.)
Andarono su nell'appartamento di Pafol e Aziz, fecero accomodare Arlòt sul divano e, mentre Aziz dal frigorifero prendeva tre lattine di birra, Pafol si cercava addosso il foglietto che il Signor Budellazzi aveva lasciato sul pavimento del laboratorio, trovatolo lo mostrò ad Arlòt.
E questo cos'è? -
- Leggilo. -
- E' la calligrafia di mio babbo, mi volete spiegare cosa diavolo sta succedendo? -
Arlòt appariva molto agitato.
- Bona. -
(Calma.)
intervenne Aziz.
- L'è capité un fat, cl'è un po' fadiga da di -
(E' capitato un fatto che è un po' faticoso da dire)
- Cosa?! -
Arlòt non riusciva proprio a calmarsi.
- Quel foglietto lo abbiamo trovato l'altro giorno nel laboratorio. - Come? L'altro giorno quando? -
- Due mattine fa, quando stavamo cercando tuo babbo. -
Pafol raccontò ad Arlòt tutto quello che era capitato, con Aziz che scuotendo la testa su e giù confermava tutto quello che diceva. Arlòt stava ad ascoltare, ma non riusciva a capire perché gli stessero raccontando una storia così assurda.
- Dai ragazzi, per favore, basta con sto scherzo, ditemi cos'è successo veramente, dov'è babbo adesso? -
- Mo l'è propi acsè Arlòt -
(Ma è proprio così Arlòt)
disse Aziz, alzandosi per andare a prendere dell'altra birra.
- Scusatemi un attimo. - Arlòt si alzò in piedi e andò a rinchiudersi nel bagno, Pafol e Aziz lo sentirono imprecare e piangere, capirono che era meglio lasciarlo un po' solo.
Dopo lo sfogo Arlòt tornò in salotto, Pafol si stava facendo un solitario a carte, Aziz si era aperto un'altra lattina di birra.
- Scusatemi.-
esordì Arlòt, a sciugandosi le ultime lacrime.
- Ma com'è la storia delle pillole? -
Pafol gli spiegò nuovamente che la pillola rossa serviva per rimanere per sempre nel BOSCO, mentre quella blu per non
tornarci mai più.
- Ma io che non ci sono ancora stato nel BOSCO, se ci vado e prendo la pillola rossa potrei rimanere per sempre con mamma e babbo. -
- Ohi, e funzionareb acsè. -
(Oi, funzionerebbe così)
rispose Aziz con la birra in mano a portata di bocca.
- Come faccio?! -
Arlòt si buttò a peso morto sul divano.
- Ho trovato la morosa proprio ieri sera ed ero venuto a dirlo a babbo. -
disse Arlòt con voce affranta.
- Mo dai?! -
(Ma dai?!)
reagì con curioso entusiasmo Aziz.
- Chi è? chi è? -
gli diede manforte Pafol.
- Si chiama Teofània, l'ho conosciuta in un locale a Arémina. - - Com'è? -
- Guardate. -
Arlòt mostrò una foto di Teofània fatta col telefonino, Pafol e Aziz rimasero a bocca aperta, Teofània era bellissima.
- Fam capì un cvël, cs’ et da capì? -
(Fammi capire una cosa, cosa hai da capire?)
- Però, babbo ... e poi mamma … -
- Gvêrda, ch'u n’ è mort inció. Adess fa la tu vita -
(Guarda che non è morto nessuno, adesso fa la tua vita.).



24

La mattina dopo la Ferramenta Budellazzi rimase chiusa, Pafol, Aziz e Arlòt avevano deciso che non l'avrebbero mai più riaperta. Scesero giù nel laboratorio del Signor Budellazzi per cercare il Trasmutarium; questa volta la botola dietro al bancone si aprì subito, la porta del laboratorio in fondo al tunnel era aperta ancora dall'ultima volta che c'erano passati Pafol e Aziz. la pergamena con i geroglifici era sempre sul tavolo e nel riguardarla Pafol e Aziz riconobbero tutti i riferimenti al BOSCO.
Arlòt, che da tanto tempo non aveva avuto più occasioni per trattenersi un po' nel laboratorio, rimirava con la curiosità di un bambino tutti gli alambicchi, seguendo con gli occhi le evoluzioni che i liquidi al loro interno avrebbero dovuto fare per passare da uno all'altro in successione.
Aziz invece si era dedicato ai libri, libri molto antichi che il Signor Budellazzi era riuscito a recuperare chissà dove e in che maniera.
- Pafol, gvêrda! -
(Pafol, guarda!)
Pafol lasciò aperti i cassetti che stava rovistando e andò da Aziz che teneva un libretto in mano, era il Trasmutarium
- Cosa c'è scritto? -
domandò Pafol che non riusciva a comprendere quello che c'era scritto.
- A ne so, parò u'm pé di incantesum. -
(Non lo so però mi sembrano degli incantesimi)
- Arlòt, vieni a vedere anche te. -
Arlòt raggiunse Pafol e Aziz e tutti si misero a dare un'occhiata a quel libretto.
- Il Signor Budellazzi ha detto che è quello che ci serve per
trasformare il galeone in una motonave, andiamo su alla luce del
sole per vedere cosa c'è scritto. -
- Io devo andare da Teofània, mi raccomando, niente scherzi. - Arlòt lasciò la compagnia per raggiungere la sua morosa con la quale si era dato appuntamento al parco della rocca di Xezena.
- Ok, ma portacela qua uno di questi giorni. -
lo salutarono ridacchiando Pafol e Aziz.
Loro erano rimasti a cercare di capire cosa c'era scritto su quel libretto, intanto avevano cominciato a chiedersi se aveva ancora senso stare li a Ozz oppure era il caso di trovare una casa più vicina al porto di Ravvegna dove era attraccato il galeone.
La mattina dopo mentre facevano colazione, ascoltando il radiogiornale sentirono una notizia che aumentò la loro preoccupazione: si diceva che Torquato L'Ungolato con la sua ciurma era al largo di Spritzlanda e aveva anche inviato un comunicato a tutti i mezzi d'informazione:
- Io Torquato L'Ungolato giuro che troverò chi mi ha rubato il galeone, lo troverò quel maledetto! Dovessi graffiare via tutto il mare con le mie unghie! -
Spritzlanda, la cui zona più antica e nobile era formata da tanti isolotti che ora si trovavano sotto al mare protetti da una grande cupola di vetro collegata tramite a un tunnel alla terra ferma, non era molto distante dal porto di Ravvegna e anche se i pirati si fossero messi a saccheggiarla per benino prima o poi sarebbero arrivati.
Uscirono di corsa per andare al galeone e, intanto che Pafol guidava a tutta velocità, Aziz si era messo a cercare in un giornaletto di annunci se ci fossero appartamenti in affitto adatti alle loro esigenze; quella mattina la nebbia avvolgeva Ravvegna e il suo porto, e per raggiungere la zona dei padelloni dove era attraccato il galeone bisognava stare attenti a non finire dritti nel
canale.
Il galeone era ancora lì, i quattro gatti benché fossero già passati diversi giorni dall'ultima volta che Pafol gli aveva dato da mangiare non sembrarono particolarmente affamati, anzi apparivano estremamente satolli.
Pafol salì sul galeone seguito da Aziz che i quattro gatti squadrarono e annusarono come cani poliziotto a un controllo doganale, poi una volta avuto il loro benestare cominciarono a smontare il galeone pezzo per pezzo e a riempire il cassone del furgoncino.
- Hai trovato qualche appartamento, Aziz? -
- Moché, i gosta un òc dla testa. -
(Macché, costano un occhio della testa.)
- Proviamo a sentire cosa dice Arlòt, magari lui ha qualche buona idea. -
- Ciãmal pu, s'u n’ a da fê cun la ‘mbrosa. -
(Chiamalo pure, se non è impegnato con la fidanzata.)
Mentre Aziz continuava a staccare pezzi di galeone, Pafol si assentò un attimo per andare alla cabina telefonica di fronte al bar tavolacalda per chiamare Arlòt. dopo mezz'ora tornò al galeone, tutto pimpante.
- Arlòt, ha detto che ha un’idea, ci raggiunge stasera così ce ne parla. -
- E vé neca la su dona? -
(Viene anche la sua donna?)
Non me l'ha detto. -
Pafol e Aziz continuarono a smontare pezzi del galeone per tutta la giornata facendo solo una breve pausa per mangiare, il furgoncino era stracarico e i gatti si stavano preparando per la notte, da lontano sì sentì arrivare l'auto di Arlòt con la musica a tutto volume, era da solo.
- Beh, ci da par te? - (Beh sei da solo?)
- Sì, Teofània è andata a raccogliere la frutta.-
- Noi stavamo andando via, ci fermiamo da qualche parte a mangiare? - Ok, vi seguo. -
- Me a vag so cun lo. -
(Io vado su con lui.)
Pafol salì sul furgoncino e partì mentre Arlòt e Aziz, che era salito in auto con lui, gli stavano dietro. Si fermarono in una baracchina lungo la strada e davanti a tre panini superimbottiti e tre bottiglie di birra artigianale i tre parlarono del problema di trovare una posto più vicino al porto di Ravvegna dove portate tutto il galeone smontato, prima dell'arrivo dei pirati.

Arlòt sapeva che c'era una casa abbandonata sulla strada che da Ravvegna andava fino a Xezena, una zona quasi disabitata della GRAN MADR circondata da vasti campi, da lì si arrivava facilmente un po' dappertutto, anche alla zona del porto di Ravvegna dove era attraccato il galeone; decisero quindi di andarla a vedere. - Andiamo domani. -



25

Il giorno dopo invece di andare subito a smontare il galeone decisero di passare prima a vedere la casa abbandonata; si trattava di una casa colonica a due piani, con un capannone sul retro e un cortile completamente invaso dalle erbacce.
La casa si trovava quasi al centro di tutta la GRAN MADR, abbastanza isolata da tutto, ma vicina una strada di grande scorrimento. Per Arlòt e per Aziz era perfetta, Pafol invece mostrò qualche dubbio; secondo lui era troppo rischioso lasciare tutto quanto incustodito, aveva infatti notato che le serrature erano tutte quante rotte e poi si sarebbe pur trattato di un'occupazione abusiva.
- Os-cia s’ci premuros. -
(Os-ci se sei premuroso.)
lo apostrofò Aziz e anche Arlot cercò di tranquillizarlo ricordando che alla ferramenta c'era materiale sufficiente per sistemare tutte le serrature nella casa.
Pafol, Aziz e Arlòt passarono il resto della giornata al porto di Ravvegna a smontare il galeone, coi quattro gatti che non si allontanarono troppo rimanendo a osservare quei tre dal padellone.
A sole già tramontato e coi quattro gatti nuovamente su un galeone che ormai stava mostrando la propria intelaiatura, Pafol, Aziz e Arlòt partirono per trascorrere la loro ultima notte a Ozz.
Quell'ultima notte a Ozz la passarono in bianco, un po' per caricare il furgoncino e l'auto di Arlòt con i pezzi del galeone che erano stati stipati, nei giorni precedenti, all'interno della Ferramenta Budellazzi, un po' perché, prima di andare a coricarsi, ad Arlòt venne la curiosità di accendere il computer e scaricando la posta si era accorto di un email da parte di Fratello Chj.
- Oh, venite qua! -
urlò a Pafol e ad Aziz che si stavano recando su nel loro appartamento.
- C'è un'email di Fratello Chj, parla di Julius. -
Nell'email di Fratello Chj indirizzata a Gisto, si informava che Julius era in procinto di concludere il suo anno nel Monastero Sinc e molto presto avrebbe scelto se proseguire il suo percorso per diventare Monaco Sinc. L'email si concludeva con i saluti di Fratello Chj che chiedeva come andavano gli affari con la ferramenta.
Arlòt non sapeva se rispondere, ma la curiosità di conoscere la decisione di Julius che lo accomunava a Pafol e ad Aziz, lo convinse a farlo, svelando anche ciò che era capitato a suo babbo. Si risvegliarono che era già pomeriggio inoltrato, per andare a smontare il galeone si era fatto tardi, andarono quindi a prendere possesso della casa abbandonata.
La prima cosa che fecero fu scaricare il furgoncino e l'auto di Arlòt che avevano riempito fino all'inverosimile con tutti i pezzi del galeone e coi quali riempirono il capannone dietro la casa, poi passarono a sistemare le varie serrature con quello che avevano racimolato tra gli scaffali della Ferramenta Budellazzi.
L'ultima cosa che fecero prima di cenare fu di accendere il computer per vedere se c'era qualcosa d'importante; tra le decine di spam c'era anche un'email di Fratello Chj e Arlòt la lesse per tutti.
- Ciao Libero, ciò che tuo babbo Gisto ha deciso di fare non deve rattristarti, anzi devi gioire per lui che ora è con la sua Lice e sono sicuro che un giorno la famiglia Budellazzi si riunirà.
Per quanto riguarda Julius, proprio oggi mi ha rivelato il suo desiderio di diventare Monaco Sinc.
Con affetto,
Fratello Chj
p.s. non è vero che c'è solo una pillola rossa o solo una pillola blu.- Chiuso il computer andarono a prepararsi la cena e poi subito dopo a letto per svegliarsi presto il giorno dopo.
La mattina dopo furono svegliati dal cinguettio di una combriccola di uccelli, scesero convinti di farsi una tranquilla colazione, ma le notizie del giornale radio non erano affatto buone. Torquato l'Unghiato e la sua masnada avevano finito di depredare e devastare Spritzlanda e si stavano spostando verso sud prosciugando tutto quello che incontravano sulla loro rotta, a separarli dalla GRAN MADR e in particolare dal porto di Ramiana era rimasta soltanto la Foce Eridia e le Paludi Comace, un territorio dove a proliferare erano soltanto delle ignorantissime zinzale, ditteri di dimensioni preistoriche. Quando Pafol, Aziz e Arlòt arrivarono al galeone erano determinati a finire tutto il lavoro che ancora era rimasto da fare e, sistemati i quattro gatti con una doppia razione di cibo, cominciarono a svitare, schiodare, scollare, staccare di tutto; Aziz col furgoncino caricato faceva su e giù tra il porto di Ramiana e la casa, mentre Pafol e Arlòt continavano a darci di buona lena, senza sosta.
Erano impegnati a smontare il galeone che non fecero caso a una voce che proveniva dal padellone.
- Heilà! -
insistette la voce.
- Heilàà! -
si voltarono ma non videro nessuno.
- Heilà! sono qua. -
guardarono un po' più in basso e Pafol riconobbe Deusex Machina, il nano che aveva incontrato la prima volta che era arrivato col galeone.
- Salve.-
rispose Pafol continuando a staccare parti di galeone.
- Come procede? -
domandò il nano alzandosi in punta di piedi per vedere meglio, - Eh, ce n'è ancora tanta da fare ma dobbiamo fare prima possibile, immagino che avrà saputo. -
rispose Pafol riferendosi all'imminente arrivo dei pirati.
- Eh sì, le voci girano. -
confermò il nano che era sempre molto informato su tutto quello che succedeva.
- Avete per caso bisogno di un aiuto? -
Pafol si fermo un attimo guardandosi attorno e guardando il nano
- Beh sì ... ma ... come potrebbe? -
- Sono un risolutore di problemi. -
Deusex Machina fece un fischio alla maniera dei pastori, da dietro il padellone uscirono fuori altri nani, con barba bianca e berretto a punta d'ordinanza.
- Questi sono tutti miei parenti. -
disse presentandoli.
- E siamo qui per aiutarvi. -
Pafol non fece in tempo a dire una parola che i nani erano già saliti sul galeone e si erano già messi a smontarlo tutto al ritmo di una canzoncina che parlava di lavoro in miniera.
Il lavoro dei nani agevolò Aziz che così fu in grado di fare più viaggi col furgoncino pieno fino alla casa, mentre Arlòt che non si incontrava con Teofània da un paio di giorni approfittò della situazione per andare a trovarla.
Pafol invece rimase lì e ogni tanto guardava verso nord temendo di vedersi piombare addosso da un momento all'altro Torquato L'Unghiato.
Poco prima del tramonto del galeone non era rimasto più niente tranne la polena che ora galleggiava sull'acqua e i nani, dopo aver
staccato l'ultimo pezzo, erano spariti nelle nebbia.
I quattro gatti arrivarono puntuali come era loro abitudine però questa volta non scacciarono subito Pafol e Aziz, anzi si strusciarono sulle loro gambe facendo le fusa, poi andarono a piazzarsi sulla polena.
Arrivati nella casa, Pafol e Aziz scaricarono per l'ultima volta il furgoncino, il galeone era praticamente tutto lì pezzo per pezzo dentro al capannone, però non sapevano ancora come fare a trasformarlo in una motonave, avevano il Trasmutarium ma non erano ancora riusciti a decifrarlo.
- E cun ‘e rëst? Cum a fasegna? -
(E con il resto? Come facciamo?) Aziz fece notare a Pafol che la polena del galeone era rimasta ancora nel porto di Ravvegna, rossa come rossi erano tutti gli altri singoli pezzi, si trattava di un pezzo ingombrante che non era possibile trasportare col furgoncino.
La polena effettivamente era un grosso problema, il radiogiornale continuava a dire che Torquato L'Unghiato si stava avvicinando a forte velocità nonostante le ignorantissime zinzale delle Paludi Comace, bisognava trovare una soluzione, rapidamente.



26

A sole appena sorto Pafol e Aziz partirono in direzione del porto di Ravvegna, durante la notte avevano escogitato a una soluzione per portare via la polena da lì, bisognava farla scivolare il più possibile verso la parte più interna del porto, fino al Navei, un canale che collegava Ravvegna con Fiordargilla e nasconderla dietro le canne che crescevano sulle sue rive.
Quando arrivarono i gatti pretesero di ricevere il cibo come al solito, poi, sempre come era loro abitudine, lasciarono spazio a Pafol e ad Aziz che cominciarono a organizzare lo spostamento della polena. Per prima cosa slegarono la gomena che tratteneva la polena al padellone, la corrente del canale però la spingeva verso il mare e loro facevano una gran fatica a trattenerla e trainarla nella direzione opposta. Per riuscire a portare la polena fino al Navei avrebbero avuto bisogno di altre braccia, braccia che arrivarono appena in tempo: erano quelle di Arlòt arrivato lì facendo fischiare le ruote della sua auto.
- Hei! sono qua, avete bisogno? -
- Sì! -
urlarono in contemporanea Pafol e Aziz.
Arlòt, si voltò un attimo verso il posto del passeggero, poi scese dall'auto.
- Ci sono! -
gridò mentre Pafol e Aziz provvedevano a convocare in loco tutte le divinità zoomorfe.
- Non riusciamo a portarla via, la corrente è troppo forte! -
Arlòt li aiutò a riannodare la gomena al padellone.
Da settentrione giunse uno sciame di zinzale che stava fuggendo dalle Paludi Comace, un vento acre portava i canti trucidi di pirati pieni di collera e sete di vendetta.
Torquato L'Unghiato e i suoi compari stavano arrivando, ormai era una questione di pochi minuti, le acque del porto avevano cominciato ad ondeggiare come se fossero in mare aperto, per Pafol, Aziz e Arlòt c'erano pochissime speranze di riuscire a nascondere la polena, non erano degli incoscienti e nemmeno degli eroi, fu abbastanza ovvio per loro abbandonare la polena e andare a nascondersi il più rapidamente possibile.
Poco dopo un galeone issante bandiera nera arrivò come uno tsunami nel porto di Ravvegna, legata a un padellone Torquato L'Unghiato riconobbe la polena del suo galeone.
- Nooooooooooooooooo! -
L'urlo lacerante di Torquato L'Unghiato si propagò per tutto il porto.
- Trovatemi i bastardi che hanno distrutto il mio galeone! E datemeli vivi che li voglio scarnificare con le mie unghie! - sbraitò con voce crudele.
Pafol, Aziz e Arlòt in quel momento avrebbero desiderato essere da tutta un'altra parte, il loro nascondiglio sotto a una vecchia barca rovesciata non poteva certo considerarsi efficace.
Tutti i pirati, tranne Torquato L'Unghiato, scesero dal galeone per perlustrare e devastare la zona, ognuno lo avrebbe fatto alla sua maniera, chi menando fendenti a destra e a manca con le lame delle loro armi bianche ben affilate, chi sparando a raffica, chi facendolo di precisione, chi usando soltanto le mani, chi usando soltanto lo sguardo.
Lo avrebbero sicuramente fatto, ma lì non troppo distanti dalla polena c'erano ancora i quattro gatti che non erano incoscienti e non erano eroi, però erano speciali, infatti, proprio come nella storiella che si raccontava al bar, potevano drizzarsi sulle zampe
posteriori e diventare più grandi.
I pirati si trovarono al cospetto di quattro stragatti molto infastiditi da quella presenza estranea e benché in maggioranza non poterono far nulla per difendersi dai graffi e dai morsi che i quattro stragatti non lesinarono dal dargli. Malconci e terrorizzati i pirati indietreggiarono fino a rifugiarsi in fondo alla stiva del galeone, soltanto Torquato L'Unghiato accecato dalla sete di vendetta non indietreggiò di fronte ai quattro stragatti:
- Venite avanti brutti gattacci, sono pronto ad affrontarvi con le vostre stesse armi. -
disse mostrando le sue lunghe unghie rosse, ma ai quattro stragatti non interessava salire su quel galeone, tornarono ad assumere le sembianze di comuni felis catus e, con le code dritte, se ne tornarono tranquilli alle loro faccende.



27

Ancora nascosti sotto alla barca, Pafol, Aziz e Arlòt non avevano visto e capito assolutamente nulla di quello che era successo, da qualche minuto era tornata la calma, provarono a sbirciare e videro Torquato L'Unghiato dritto in piedi sulla prua del galeone, schiumante di rabbia, mentre la polena era ancora lì legata al padellone.
- Csa fasègna? -
(Cosa facciamo?)
domandò Aziz agli altri due.
- Proviamo ad andare via ...molto lentamente ... piano piano ... senza far rumore ... -
rispose Pafol cominciando ad allontanarsi seguito da Arlòt e da Aziz.
Erano quasi fuori pericolo, ma uno dei tre appoggiò accidentalmente il piede su un sacco di iuta pieno di richiami per uccelli, scatenando un concerto di cinguettii e starnazzi subito imitato da una moltitudine di pennuti che si alzarono in volo. Fu così che Torquato L'Unghiato individuò Pafol, Aziz e Arlòt e capì che potevano essere stati soltanto loro a rubare e distruggere il suo galeone.
- Uomini! eccoli là, portatemeli! -
urlò Torquato L'Unghiato alla ciurma, ma i pirati erano ancora molto restii a scendere dal galeone, temevano infatti che i quattro stragatti sarebbero riapparsi. D'altro canto, Torquato L'Unghiato, durante gli assalti, rimaneva sempre a bordo del galeone godendo in sicurezza del bottino che i pirati gli procuravano e fu grazie a quell'abitudine che Pafol, Aziz e Arlòt, correndo a gambe levate, si salvarono arrivando fino al canale Navei.
Ad aspettarli dentro l'auto di Arlòt c'era Teofània che nell'attesa si era messa a chattare con delle sue amiche. Arlòt mollò un bacio con lo schiocco alla sua morosa, si mise al posto di guida e partì a tutta velocità verso la casa mentre gli altri due seduti su sedili posteriori non avevano fiato per aprire bocca.
Il sole stava per tramontare, la polena era ancora lì e Torquato L'Unghiato prese la decisione di scendere dal galeone per andare a riprenderne possesso. Anche i quattro stragatti arrivarono per accomodarsi sulla polena e appena i pirati li videro mandarono il galeone indietro tutta:
- Che cazzo state facendo! -
sbraitò Torquato L'Unghiato.
- Tornate subito indietro! -
il galeone con i pirati se ne stava andando mentre lui era rimasto aggrappato alla polena.
I quattro stragatti non dovettero nemmeno graffiarlo perché Torquato L'Unghiato essendo allergico al loro pelo, starnutì e nel farlo mollò la presa, la corrente lo portò al largo lontano dalla polena. Senza un galeone e senza uomini cosa ne sarebbe stato di lui?



28

Dentro la casa nessuno sapeva cosa fare con tutti quanti quei pezzi di galeone accatastati nel capannone, l'unica cosa certa per Pafol, Aziz e Arlòt era che la polena era tornata in mano a Torquato L'Unghiato e senza di essa non avrebbero potuto trasformare il galeone in una motonave.
Teofània credeva invece che c'era ancora la possibilità di recuperare la polena e suggerì all'orecchio di Arlòt di fare ancora un tentativo.
- Ma no. -
reagì Arlòt scossando la testa
- E' troppo pericoloso tornare là. -
sussurrò a Teofània, a cui però non piacque la motivazione:
- Fatemi capire un po', avete riempito il capannone per niente? Vi manca solo l'ultimo pezzo che magari è ancora là ad aspettarvi, dai andate al porto! -
Pafol, Aziz e Arlòt rimasero mogi in silenzio. - Quindi? - li provocò Teofània, - Domani proviamo a tornare al porto -
provò a rispondere Pafol - Eh no, dovete andarci subito. -
-Ma ... -
provò a giustificarsi altrettanto timidamente Arlòt, - Niente ma, ci andate adesso a prendere la polena. -
disse Teofània prima di abbandonarli salendo le scale per andare a letto.
Aziz che fino a quel momento era stato zitto, sottovoce disse: - Cio, e sarà mej ch'ai degna rëta. -
(Cio, sarà meglio che le diamo retta.) - Eh, già. -
annuirono gli altri due.
- Alora andèn a avdé s'u i’ è incora. -
(Allora andiamo a vedere se c'è ancora.)
Pafol, Aziz e Arlòt salirono sul furgoncino per andare verso il porto di Ravvegna, però, col terrore di ritrovarsi al cospetto dei pirati, avevano deciso di parcheggiarlo un po' distante dal padellone a cui era legata la polena e di procedere cautamente a piedi, pronti a nascondersi o a fuggire a gambe levate.
Era una notte senza luna e riuscivano a vedere soltanto a pochi passi davanti a loro grazie alla luce del telefonino di Arlot. Si sentiva solo lo sciabordio dell'acqua,il frinire delle cicale e il gracidare delle rane e non si accorsero di essere arrivati vicino al padellone. A spaventarli furono otto piccoli occhi che li stavano osservando e il miiiiiiiiiaaaaaooooooooo! che ne seguì. Presi alla sprovvista si strinsero tra loro trovandosi così nell'impossibilità di nascondersi o fuggire, ad Arlòt, nella concitazione del momento, aveva girato il telefonino ed ora lo stesso stava illuminando proprio in direzione del canale.
- Un gn’ è. -
(Non c'è.)
sussurrò Aziz che si era ritrovato a guardare proprio da quella parte.
- Allora i pirati se la sono proprio ripresa. -
disse Pafol un po' affranto,
- No, un gn’ è piò e galeon di pirëta. -
disse, questa volta con un tono di voce più forte, Aziz.
I tre si divincolarono e si misero a guardare verso il canale illuminandolo con la luce del telefonino di Arlòt; del galeone e dei pirati non c'era più alcuna traccia e la polena era ancora lì a galleggiare placida. Stravaccati su di essa i quattro gatti ora non particolare attenzione a quello che succedeva sulla riva. Felici per
lo scampato pericolo si abbracciarono fraternamente tra loro e non si preoccuparono più di non far rumore, poi cominciarono a pensare al modo migliore per portare la polena via da lì.
- A questo punto aspettiamo che si faccia giorno, così riusciamo a lavorare meglio. -
propose Pafol trovando gli altri d'accordo con lui.
- Intanto vado a prendere il furgoncino disse Arlòt. Aziz e Pafol rimasero lì seduti appoggiati alla parete del padellone.
- Ci pensi mai, se invece di ingoiare la pillola blu ingoiavamo la pillola rossa? -
cominciò Pafol.
- Me, dal vôlt sè. -
(Io, delle volte sì) rispose Aziz - Pu a pëns cl’è sté mej acsè ...forsi - (Poi penso che è stato meglio così ...forse)
- Proprio così ...forse -



29

Arlòt era arrivato con il furgoncino, il sole aveva fatto capolino sull'orizzonte marittimo e il porto di Ravvegna stava cominciando ad animarsi. I quattro gatti ora erano in posizione di attesa. Aziz slegò la gomena dal padellone e insieme ad Arlòt la legò all'auto mentre Pafol era sceso a pelo dell'acqua in modo da assicurarsi che la polena fosse legata per bene all'altro capo della gomena. Pensavano infatti di trascinarla via con la forza del furgoncino. Fecero un primo tentativo, ma la polena muovendosi andò a incastrarsi tra i pali di sostegno del padellone con i quattro gatti che, sempre lì sopra, mostrarono di non apprezzare. Pafol, Aziz e Arlòt si prodigarono dunque a disincastrare la polena spingendola via con un asse di legno per fare un ulteriore tentativo di traino col furgoncino, ma nonostante la maggiore attenzione ancora una volta la polena andò a impattare contro i pali che sostenevano il padellone.
- Non c'è due senza tre. -
disse Pafol, proponendo di rinunciare al terzo tentativo sicuro che anche quello sarebbe fallito.
- Allora in che modo possiamo fare a portare via da qui la polena? -
domandò Arlòt che intanto stava slegando la gomena dal furgoncino.
Per tutto quel tempo i quattro gatti non si erano mossi dalla polena, Pafol aveva provato a farli spostare aprendo le ultime scatolette che aveva a disposizione, ma loro erano rimasti lì immobili come sfingi. Fu dopo che Arlòt ebbe finito di separare la polena dal furgoncino che cominciarono a muoversi in girotondo sempre più vorticosamente e velocemente, tanto da provocare una tromba d'acqua che sollevò la polena insieme a loro mentre Pafol, Aziz e Arlòt osservavano attoniti, senza essere sfiorati da uno sbruffo o da un soffio di vento. Improvvisamente tutto finì, i quattro gatti e la polena non c'erano più, svaniti nel nulla, Pafol, Aziz e Arlòt decisero di fare mestamente ritorno alla casa dove ad attenderli c'era Teofània, che difficilmente avrebbe creduto a quello che andavano a raccontarle. Erano appena saliti in auto che Arlòt sentì squillare il telefonino, dall'altra parte c'era Teofània tutta raggiante:
- Che bravi! siete riusciti a portare a casa la polena, lo dicevo io, ma voi adesso dove siete che non vi vedo, qua ci sono soltanto quattro gatti che non avevo mai visto prima. -
Arlòt senza dire niente agli altri partì a tutto gas verso la casa abbandonata.
Cs'èl capité? -
(Cos'è successo?)
domandò Aziz, Arlòt non gli rispose, però si vedeva che era felice e si divertiva a suonare il clacson alle auto che incrociava,
- Ma cos'hai? -
chiese Pafol.
- Vedrete, vedrete! -
rispose euforicamente Arlòt.
Arrivati alla casa si ritrovarono Teofània che li aspettava davanti all'uscio di casa,
- Beh, ma dove eravate finiti? -
Pafol e Aziz non sapevano cosa dire e non capivano perché sia Arlòt che Teofània fossero così contenti; lo capirono appena voltarono l'angolo della casa. Là in mezzo al giardino c'era la polena con i quattro gatti intorno.
Pafol rimase letteralmente senza fiato, mentre Aziz non faceva altro che ripetere:
- Fati robi, fati robi, ... -
(Che roba , che roba, …) Arlòt e Teofània si scambiarono un appassionato bacio, i quattro gatti si posizionarono a guardia della polena e da lì non si mossero più finché non videro Pafol, Aziz, Arlòt e Teofània rientrare in casa.
Erano tutti seduti attorno al tavolo in cucina, Pafol aveva tra le mani il Trasmutarium trovato nel laboratorio del Signor Budellazzi.
- Proviamo a capire cosa c'è scritto qui? -
domandò guardando gli altri
- Proviamo! -
risposero unitamente Arlòt e Teofània
- A sèn a cvè apòsta! -
(Siamo qui apposta!)
ribadì Aziz versando del vino nei bicchieri.
- Allora, cosa c'è scritto? -
- Non lo so. -
- Fasìm lèzar a me -
(Fate leggere a me.)
Pafol passò il libretto ad Aziz che cominciò a sfogliare le pagine, leggendo sommariamente a bassa voce mentre gli altri aspettavano di sapere cosa c'era scritto e, soprattutto, di scoprire in quale maniera si sarebbe avverata la magia della trasformazione di ogni pezzo del galeone in pezzi per costruire una motonave.
Aziz chiuse il libretto, si scolò il vino che era nel bicchiere e poi alzandosi in piedi disse:
-E bsogna armunté tot cvãnt -
(Bisogna rimontare tutto quanto)
- Cosa? -
Pafol ricominciò ad agitarsi e a girare su e giù per la stanza fermandosi a guardare fuori dalla finestra,
- Ma come facciamo? -
disse Arlòt.
- E' un problema. -
rispose Pafol continuando a guardare fuori dalla finestra che dava verso la strada.
In quel momento proprio fuori dal cancello comparve il nano Deusex Machina,
- Ancora problemi? -
- Ma come? ... -
- Cosa c'è da fare questa volta? -
chiese Deusex Machina che intanto non si sa come, era entrato in casa,
- Bisogna rimontare tutto il galeone. -
rispose Pafol distrattamente.
- Qui? -
domandò Desex Machina facendo un'espressione di perplessità
- Qui. -
confermò Pafol senza pensare a cosa stava dicendo.
In quattro e quattrotto arrivarono tutti gli altri nani parenti di Deusex Machina e cominciarono a prendere i pezzi del galeone dal capannone, rimontandolo tutto nel cortile. In poco tempo fu completato, mancava soltanto la polena che i nani, già spariti, chissà per quale motivo avevano lasciato appoggiata alla prua, senza rimontarla.



30

- Mo e sra un bèl lavor andé a fé un galeone in t'un curtil?- (Ma sarà un bel lavoro andare a fare un galeone in un cortile?) pensò Aziz a voce alta,
- Adesso come lo riportiamo fino al mare? -
domandò Arlòt, anche lui perplesso per la decisione che aveva preso Pafol.
Pafol non rispose direttamente ai suoi amici.
- Adesso abbiamo di nuovo il galeone, ma a noi serve una motonave, cosa dice di fare il Trasmutarium? -
Aziz lo riaprì alla pagina in cui aveva letto che l'oggetto originale doveva risultare unito prima del rito di tramutazione e proseguì nella lettura riferendo agli altri delle istruzioni in esso contenute.
Per trasformare un oggetto così grande occorrevano almeno quattro persone e loro eran giusto giusto in quattro; ognuno doveva tenere in mano una candela le cui fiammelle dovevano risultare unite in unica fiamma, rivolgerla verso l'oggetto in questione e recitare all'unisono la seguente formula magica, con i relativi movimenti richiesti:
- Ma va là -
avvicinando le candele verso l'oggetto,
- Vieni qua -
riportandole verso di sé, - Ciò che è non sarà -
ruotando le candele in senso orario, - Se sarà non è più - ruotandole in senso antiorario,
- Guarda in su - sollevando in alto le candele
- Guarda in giù -
abbassandole, - Ora non guardare più! - spegnere la fiamma con uno sputo, chiudere gli occhi e pensare intensamente in cosa trasformare l'oggetto originale. Attendere così per un po' di tempo, il tempo che il prodigio si possa compiere.
- Abbiamo delle candele? -
si informò Pafol
Ce n'è una scatola. -
rispose Teofània aprendo un cassetto della cucina,
- Farmiv! Farmiv! -
(Fermatevi! Fermatevi!)
- Che c'è Aziz? -
- La polena, l'è armasta zo. U n’ s’ pò fé gnìt. -
(La polena è rimasta giù, non si può fare niente.)
- Proviamo a montarla noi. -
propose Arlòt, gonfiando il petto alla maniera dei culturisti e uscendo in cortile.
I quattro gatti che fino a quel momento erano rimasti a sonnecchiare nei pressi della polena incuranti di tutto si svegliarono e cominciarono a soffiare minacciosi,
- Non li ho mai visti così nervosi. -
disse Pafol che aveva seguito Arlòt,
- Avranno fame. -
ipotizzò Teofània,

- Ai gatti piace il cetriolo? -
domandò Arlòt -
-E zizarnèl? mo csa dit? -
(Il cetriolo? ma cosa dici?)
lo canzonò Aziz.
- C'è rimasto solo quello nel frigo. -
rispose Arlòt rientrato in casa e uscito con un cetriolo in mano. I gatti appena lo videro si mostrarono ancora più nervosi, talmente nervosi che avevano cominciato a gonfiare il pelo e a drizzarsi sulle zampe posteriori; spaventati Pafol, Aziz, Arlòt e Teofània andarono a rinchiudersi dentro la casa, a quel punto i gatti tornarono a stravaccarsi vicino alla polena. - Adesso come facciamo a trasformare il galeone? -
interrogò Pafol, guardando gli altri tre,
- A j’ a pinsarè dmatèna, u s’ è fata ora d'zèna: csa magnègna? -
(Ci penseremo domattina, si è fatta ora di cena, cosa mangiamo?)
rispose Aziz sedendosi a tavola. - Ci mangiamo questo cetriolo. -
propose Arlòt agitando la cucurbitacea, - Me a m’ vegh a lèt, a s’ avdè dmatèna. -
(Io vado a letto, ci vediamo domattina.)
Arlòt, Teofània e Pafol si divisero il cetriolo e poi andarono a dormire anche loro,
Mentre i due morosi passarono una notte serena abbracciati amorevolmente, Pafol trascorse una notte insonne a pensare al galeone lì fuori al cortile, all'impossibilità di trasformarlo in una motonave e all'altissima probabilità di vedersi piombare all'improvviso i pirati proprio lì nella casa.
Aziz che si era andato a letto prima degli altri fu anche il primo a svegliarsi, sceso in cucina per fare colazione col solito bicchiere di vino bianco frizzante, vide il Trasmutarium lasciato la sera prima sul tavolo da Pafol e cominciò a rileggerlo. Nel farlo notò che le istruzioni dicevano che l'oggetto originale doveva risultare unito, non diceva che doveva essere intero, andò alla finestra per guardare il galeone e si rese conto che la polena appoggiata alla prua era di fatto unita al galeone,
- Forsi ?!... -
(Forse ?!...)
pensò, 
- Svigìv, cl'è ora! -
sbraitò affacciandosi alle scale che portavano al piano superiore,
- L'incatesum, sbrighìv! -
(L'incantesimo, sbrigatevi!)
- Ma la polena? -
domandò Pafol sbadigliando ad ogni gradino che scendeva, - Fa l'istes! -
(Fa lo stesso!)
rispose Aziz, dal cortile
Arlòt avvisò di essere sveglio lanciando un sonoro rutto fuori dalla finestra della sua camera, due minuti dopo era anche lui in cortile insieme a Pafol e ad Aziz che spiegava a loro cosa aveva scoperto rileggendo il Trasmutarium.
Ora mancava soltanto Teofània per essere in quattro ed eseguire il rito
-Teofània sei pronta? -
- Cinque minuti e arrivo. -
rispose l'unica donna del gruppo da dietro la porta del bagno. - Sbrigati! -

31

Sulla stessa strada che passava davanti alla casa, un uomo tracagnotto con le mani nelle tasche di una giacca grigia un po' sdrucita, camminava con passo nervoso e sguardo all'asfalto, non si era accorto che aveva quasi investito un Monaco Sinc che era appena sceso alla fermata della Corriera; il Monaco Sinc però si era accorto di lui e lo aveva riconosciuto.
- Scusa?! -
lo chiamò il Monaco Sinc,
l'uomo tracagnotto si fermò per voltarsi indietro e vedere chi lo stava chiamando e vedendo che si trattava di un Monaco Sinc rispose con tono arrogante: - Che c'è? -
Monaco Sinc abbassò il grande cappuccio sulle spalle, mostrando il volto di un giovane afrumagliolo, i capelli crespi erano raccolti in tante piccole treccine, mentre il taglio degli occhi e il bianco del sorriso erano sempre quelli.
- Julius?! -
esclamò con sorpresa l'uomo tracagnotto.
- Fratello Julius, caro Torquato L'Unghiato -
rispose scandendo bene il nome col quale voleva essere chiamato il Monaco Sinc
- Sei diventato un Monaco? -
sbraitò Torquato L'Unghiato, puntando gli indici muniti di lunghe unghie rosse, contro Fratello Julius, il quale non disse niente ma si avvicinò a Torquato L'Unghiato, sorridente e a braccia aperte, mostrando orgoglioso il suo saio arancione. Preso dall'ira Torquato L'Unghiato balzò addosso a Fratello Julius con l'intento di strozzarlo, ma con una mossa fulminea, il giovane
Monaco Sinc, si chinò sollevandosi con una mano il grande cappuccio sulla testa e e con l'altra strinse a tenaglia i testicoli del pirata, immobilizzandolo e rendendolo momentaneamente innocuo. Sconvolto da quanto gli era appena successo Torquato L'Unghiato proseguì con passo incerto la sua camminata andando nella direzione contraria a quella da dove era venuto, mentre Fratello Julius procedeva tranquillo per la sua strada. Tutto si svolse in quei cinque minuti abbondanti che ci vollero a Teofània per scendere in cortile, ora erano tutti e quattro pronti per recitare la formula magica, le candele erano accese e pronte per essere unite a formare un'unica fiamma.
- Av'arcurdìv gnicôsa? -
(Vi ricordate tutto?)
domandò Aziz,
- Proviamo prima con qualcos'altro? -
propose Arlòt che non era sicuro di ricordarsi tutta la sequenza.
- Un's po'. -
(Non si può,)
disse Aziz ricordando che quattro persone erano necessarie solamente per trasformare oggetti molto grandi.
- Rileggiamo bene insieme il Trasmutarium. -
consigliò Teofània.
- Rileggiamolo. -
acconsentirono i tre maschi del quartetto, - Tutto chiaro? - - Tutto chiaro! - Ora i quattro erano pronti, i quattro gatti che fino a quel momento li avevano ignorati continuando a sonnecchiare sulla polena aprirono gli occhi e drizzarono le orecchie.
- Ma va là. Vieni qua, Ciò che è non sarà. Se sarà non è più. Guarda in su. Guarda in giù. Ora non guardare più! - La formula magica fu recitata facendo tutti i movimenti previsti,
adesso Pafol, Aziz, Arlòt e Teofània erano fermi a occhi chiusi e pensavano intensamente a una motonave.
A fargli aprire gli occhi fu una voce infantile, davanti a loro si stagliava una splendente motonave tutta rossa, davanti a essa c'erano i quattro gatti diventati di una dimensione maggiore e al posto della polena c'era una bambina in formato gigante.
-Ciao! -
salutò la strabambina agitando la mano; spaventati, Pafol, Aziz, Arlòt e Teofània corsero a nascondersi in casa ma la strabambina li seguì saltellando allegramente insieme ai quattro stragatti.
- Ciao! - disse di nuovo la strabambina affacciandosi all'ingresso, mentre i quattro stragatti si erano intrufolati in casa.
Al secondo saluto della strabambina Pafol riconobbe l'identica voce che sentiva ogni tanto dentro la sua testa,
- Ciao. -
rispose un po' titubante uscendo da dentro lo sgabuzzino in cui si era nascosto insieme agli altri tre, la strabambina e i quattro stragatti gli corsero incontro abbracciandolo e strusciandoglisi contro.
- Grazie! -
disse la strabambina schioccandogli un bacio sulla guancia, mentre gli stragatti si esibivano in un concerto di fusa.
A quel punto Pafol fece segno agli altri di uscire e anche loro si presero la meritata razione di affetto.

32

Davanti a una tazza di latte la strabambina raccontò di essere di un'altra dimensione come lo erano i quattro stragatti, erano precipitati in questa dopo essere caduti in un buco transdimensionale fuggendo da un Babau. Nel passaggio, per un'inspiegabile ragione, mentre i quattro stragatti erano diventati più piccoli, ma a piacimento potevano tornare alla loro dimensione originale e avevano mantenuto i loro straordinari poteri, lei si era trasformata nella polena del galeone comandato da Torquato L'Unghiato. Per tutto questo tempo, in quanto oggetto inanimato, aveva perso la possibilità di muoversi e di parlare; poteva comunicare esclusivamente attraverso il pensiero entrando nella testa delle persone con le quali interagiva. Fin dal principio i quattro gatti le erano restati vicini, senza mai farsi vedere da anima viva, nell'attesa del giorno in cui la polena sarebbe potuta ridiventare una strabambina e insieme sarebbero potuti tornare alla loro dimensione.
Quando Pafol arrivò a Saint-Arembage e su invito di Julius salì sul galeone di Torquanto L'Unghiato, i quattro stragatti capirono che quello era il momento di agire, così diedero vita alla tromba d'acqua, il seguito della storia era abbastanza noto a chi stava ascoltando.
- Ma adesso come fate a tornare alla vostra dimensione? - domandò Pafol.
- Non lo sappiamo. -
rispose mogia la strabambina, - Bisogna cadere dentro a un'altro buco transdimensionale, ma non sappiamo come sono fatti. -
- Ció, e cum us fa a savél, an putrì miga andè in zir acsè spiané. -
(Cio, e come si fa a saperlo, non potrete mica andare in giro messi così) - Nel laboratorio di mio babbo! - gridò inaspettatamente Arlòt, - Nel laboratorio di mio babbo, un giorno ho visto un opuscolo che parlava dei buchi transdimensionali. - - Sei sicuro? - gli domandò Pafol, - Ne ho un vago ricordo, ma non saprei dove altro cercare. - rispose Arlòt. - Andegna prema ch’u’s fèga trop têrd. - (Andiamo, prima che si faccia troppo tardi) suggerì Aziz consegnando le chiavi dell'auto nelle mani di Arlòt. Teofània si offrì di restare in casa insieme alla strabambina e i quattro stragatti intanto che Pafol, Aziz e Arlòt andavano a Ozz a recuperare l'opuscolo in questione.
Quando arrivarono davanti alla Ferramenta Budellazzi si resero conto di non avere più le chiavi per entrare dentro, aprire la bottola, scendere la scala a chiocciola, attraversare il tunnel ed entrare nel laboratorio.
- E adesso? -
disse Pafol, rivolgendosi agli altri.
- Mo un'gn’ era un camèn in t'é laboratôri? -
(Ma non c'era un camino nel laboratorio?)
- Sì, perché? - - Ohi, ui sarà neca un camè da una cvêlca pêrt. -
(Oi, ci sarà anche un comignolo da qualche parte.)
I tre alzarono lo sguardo per cercare di vedere se, oltre le grondaie delle case di Ozz, si riuscisse a scorgere un comignolo che potesse essere quello corrispondente al camino che si trovava all'interno del
laboratorio magico del Signor Budellazzi. Osservarono, ma non riuscirono a scorgerne nemmeno uno di plausibile, i comignoli infatti stavano fumando tutti, indice che in quel momento qualcuno stava cucinando, cosa assolutamente impossibile riguardo al laboratorio. Decisero quindi di cercare un'altra soluzione per scoprire come erano fatti i buchi transdimensionali.
Stavano percorrendo la Rumagliolese tra Kornelja e Fiordargilla quando, fermi a un semaforo rosso, furono affiancati da uno scooter bianco cavalcato da un uomo vestito del medesimo colore che con un cenno della mano invitò chi era alla guida a seguirlo, Arlòt si mise immediatamente all'inseguimento dello scooter che procedette dentro Fiordargilla finendo per costeggiare un tratto di Lungo Amone. Qui l'uomo parcheggiò lo scooter e si levò il casco rivelando un cappello a cilindro bianco; immediatamente anche Arlòt fermò l'auto e si incamminò sul rivalino seguendo quell'uomo col cappello a cilindro bianco.
Anche Pafol e Aziz scesero dall'auto, ma non capivano le intenzioni di Arlòt, loro infatti non si erano accorti di quell'uomo sullo scooter e tanto meno dell'uomo col cappello a cilindro bianco lungo il rivalino. Soltanto quando raggiunsero Arlòt sotto al Ponte delle Bambocce, non vedendolo più, a Pafol venne un sospetto:
- Vuoi vedere che ha visto l'uomo col cappello a cilindro bianco? -
disse ad Aziz che come lui si stava guardando intorno.
- Csa dit? -
(Cosa dici?)
- Ricordi cosa ci disse a proposito dell'uomo col cappello a cilindro bianco il Vecchietto del BOSCO? -
Aziz fece mente locale e poi cominciò a chiamare:
- Arlòt, Arlòt! - subito imitato da Pafol che si rivolgeva soprattutto verso il pilone dove ci sarebbe dovuta essere una porta che però loro non erano in
grado di vedere.
Il loro timore era che una volta arrivato nel BOSCO, Arlòt avrebbe scelto di ingoiare la pillola rossa.
Resosi conto che le loro grida risultavano vane, mesti se ne tornarono verso l'auto, le portiere però erano chiuse e le chiavi le aveva rimaste Arlòt in tasca.
Si avviarono verso una fermata della Corriera coscienti che una volta arrivati a casa avrebbero dovuto ammettere il loro fallimento alla strabambina e raccontare a Teofània che Arlòt era andato nel BOSCO.



33

La Corriera si fermò a meno di un centinaio di passa dalla casa, Pafol e Aziz scesero e si incamminarono per raggiungerla, ma nel farlo non si erano accorti che Fratello Julius era dietro a loro di qualche passo, anche lui era diretto alla casa,
- Pafol! Aziz! -
li chiamò poco prima di giungere a destinazione,
- Julius?! -
esclamarono insieme Pafol e Aziz senza aver l'istinto di voltarsi
- Fratello Julius. -
precisò il Monaco Sinc inserendosi tra di loro e abbracciando i fianchi dei suoi vecchi amici.
Così abbracciati entrarono insieme nella casa; Pafol e Aziz avevano scordato completamente la tristezza che li aveva accompagnati fin lì pensando ad Arlòt che era sparito sotto al Ponte delle Bambocce e al non essere riusciti a scoprire com'è fatto un buco trans dimensionale. Appena la vide Fratello Julius fu molto felice di conoscere Teofània,
- Arlòt dov'è? -
domandò Fratello Julius non avendolo ancora visto,
- Proprio, Arlòt? -
chiese Teofània rivolgendosi a Pafol e ad Aziz. I due restarono un attimo silenziosi poi Pafol tirò su un respirone e cominciò a raccontare tutto quello che era successo: 
- Quando siamo arrivati davanti alla Ferramenta Budellazzi ci siamo accorti di non avere più le chiavi per entrare, abbiamo cercato un altro passaggio per raggiungere il laboratorio, ma non l'abbiamo trovato, così abbiamo deciso di tornare, ma lungo la strada Arlòt improvvisamente ha deviato verso il Lungo Amone di Fiordargilla e arrivati vicino al Ponte delle Bambocce è sceso dall'auto senza dirci niente e poi non l'abbiamo più visto. -
- Come non l'avete più visto? -
domandò Teofània strabuzzando gli occhi
- L'era sparì. -
(Era sparito)
rispose Aziz, - Abbiamo paura che sia andato nel BOSCO e lì è rimasto -
concluse Pafol.
Teofània reagì alla notizia rimanendo in silenzio, un silenzio che fu interrotto dall'arrivo dei quattro stragatti che subito andarono a fare le feste a Fratello Julius il quale si mostrò poco turbato alla loro vista.
- Dai! Ci siete anche voi, ma come siete cresciuti?! - esclamò facendogli dei grattini dietro le orecchie. Timidamente la strabambina, che fino a quel momento era rimasta nascosta, si fece avanti, non avendolo riconosciuto guardò con curiosità Fratello Julius che ricambiò lo sguardo di curiosità,
- L'è la polena, at arcôrdat dla polena d'e galeón? - (
E' la polena, ti ricordi della polena del galeone?)
disse Aziz,
- La polena! Quindi che fine ha fatto il galeone? -
domandò Fratello Julius che non sembrò tanto turbato del fatto che la strabambina fosse la polena quanto piuttosto incuriosito di ciò che era successo al galeone. - Il galeone è diventato una motonave. - rispose con un tono di soddisfazione Pafol. - Sè, cl'è là fora. -
(Sì, che è la fuori) commentò Aziz indicando la finestra sul cortile. - Quindi ci siete riusciti? Come? Quando? - - Con un incantesimo che abbiamo trovato nel laboratorio del Signor Budellazzi, l'abbiamo trasformato poco fa. -
raccontò Pafol facendo venire in mente a Fratello Julius che proprio poco fa lui si era scontrato con Torquato L'Unghiato. -E int l'incantesum l'è salteda fora neca la babena e i cvatar gatón.
(E nell'incantesimo è saltata fuori anche la bambina e quattro gattoni) aggiunse Aziz. - Ci siete riusciti a sapere com'è fatto un buco transdimensionale? - chiese a quel punto la strabambina, Aziz e Pafol stavano per ammettere il loro fallimento, ma Fratello Julius sentendo parlare di buco transdimensionale disse:
- Io lo so, è una delle prime cose che mi sono state insegnate da Fratello Chj. -
- Davvero? -
domandarono tutti incuriositi, compresa Teofània che nel frattempo si era alzata a guardare fuori dalla finestra.
- Sì, i buchi transdimensionali qui sono simili a degli specchi grandi e vecchi, se si vuole passare a un'altra dimensione bisogna correrci contro senza esitazione. -
- Mo tot i spèc? -
(Ma tutti gli specchi?)
chiese Aziz.
- No, non tutti, solo alcuni specchi grandi e vecchi. Per distinguere i buchi transdimensionali dagli specchi normali bisogna controllare se lì vicino c'è anche un letto. -
- Un letto? -
domandò con sguardo perplesso Pafol -
- Sì, un letto. -
confermò Fratello Julius
- Ma perché? -
intervenì Teofània, dimostrando particolare interesse per la
spiegazione di Fratello Julius.
- Perché da sotto al letto sbuca un pagliaccio pronto a offrire un sacchetto di caramelle, ma non bisogna accettarle e tantomeno mangiarle perché quelle caramelle non finiscono mai e hanno il potere di distrarre dallo scopo di correre contro lo specchio chiunque lo fa. -
I quattro stragatti si avvicinarono alla strabambina comunicandole qualcosa alla loro maniera.
-Davvero? -
chiese sottovoce la bambina ai quattro stragatti, che risposero affermativamente facendo l'occhiolino.
- Su in soffitta! -
urlò piena di gioia la bambina.
- Dicono che su in soffitta c'è uno specchio vecchio e grande e lì vicino c'è anche un letto.
- Bene! Andiamo. -
esclamò Fratello Julius alzandosi in piedi e invitando tutti quanti a seguirlo.

34

La soffitta della casa era molto polverosa, probabilmente non ci saliva qualcuno da innumerevoli anni, Pafol, Aziz e tutti gli altri non si erano nemmeno accorti che esisteva perché la scala per accedervi era nascosta dietro a un armadio. Solo i quattro stragatti se ne erano accorti grazie alle loro sensibilissime vibrisse.
Il primo a mettere i piedi sui pioli della scala che saliva su in soffitta fu Fratello Julius, subito seguito da Pafol e da Aziz; dietro a loro con due balzi salirono su nella soffitta i quattro stragatti e per ultime salirono la strabambina e Teofània. La soffitta era bassa, lunga e stretta, nella parete in fondo si vedeva un grande specchio vecchio e, poco distante, un letto con una coperta che scendeva fino a sfiorare il pavimento. Fratello Julius suggerì alla strabambina e ai quattro stragatti di non avvicinarsi lentamente allo specchio per non correre il rischio di essere distratti dal pagliaccio sotto al letto, ma di prendere la rincorsa da lì dov'erano.
Pafol, Aziz e Fratello Julius si fecero di lato per lasciare tutto lo spazio per la rincorsa alla strabambina e ai quattro stragatti, Teofània rimase dietro.
Furono attimi di fusa e di abbracci poi la strabambina e i quattro stragatti cominciarono a correre per tutta la soffitta e arrivati a pochi passi dallo specchio saltarono sparendo risucchiati nel buco transdimensionale.
Dietro a loro anche Teofània aveva cominciato a correre verso lo specchio, ma la sua corsa fu bruscamente interrotta da un rumoroso rutto proveniente dal piano inferiore.
- Arlòt! -
urlò di gioia fermando bruscamente la sua corsa e precipitandosi giù per la scala.
Il pagliaccio che era sbucato da sotto al letto, ci rimase di stucco, era la prima volta che qualcuno rinunciava a saltare nello specchio senza che lui avesse avuto il tempo e il modo di offrire il suo sacchetto di caramelle, così per consolarsi cominciò a mangiarle lui stesso.
Appena vide Arlòt, Teofània gli si gettò al collo baciandolo, accarezzandolo e abbracciandolo a più non posso; anche Pafol e Aziz scesero dalla soffitta sorpresi del ritorno di Arlòt dal BOSCO, per ultimo scese Fratello Julius.
- Dove sono la strabambina e i quattro stragatti? -
chiese Arlòt guardandosi intorno.
- Sono appena tornati alla loro dimensione. -
rispose Fratello Julius appoggiato allo stipite della porta alle spalle di Arlòt.
Arlòt si girò di scatto, sorpreso di sentire la voce del suo vecchio giovane amico.
- Julius! -
- Fradel Julius. -
(Fratello Julius.)
specificò Aziz che aveva tanta voglia di capire una cosa:
- Arlòt, mo t’ci andé in t'e BOSCO? T’e vèst i tu? -
(Arlot, mai sei andato nel BOSCO? Hai visto i tuoi?)
- Certo che li ho visti, stanno bene e vi salutano, il prossimo weekend torno a trovarli insieme aTeofània. -
- Eh? -
intervenne Pafol sorpreso dall'affermazione di Arlòt, - Ma sei tornato non puoi mica tornarci, te lo avevamo poi spiegato come funzionano le pillole. -
gli ricordò.
- Eh! T'an la mandaré miga da par lì. - (
Eh! Non la manderai mica da sola) aggiunse Aziz, indicando Teofània.
Allora Arlòt spiegò cosa era successo: - Ieri sera mentre ero al cesso con la scatoletta contenente le due pillole tra le mani, ho avuto un'illuminazione e mi sono ricordato della frase scritta in fondo all''ultima email di Fratello Chj, vi ricordate cosa c'era scritto? - - An m'arcôrd gnãca se incù oja za ‘dbu . -
(Non mi ricordo neanche se oggi ho già bevuto)
rispose Aziz che nel dubbio si stava versando un'altro bicchiere di vino.
- In fondo all'ultima email di Fratello Chj c'era scritto: non è vero che c'è solo una pillola rossa o solo una pillola blu. -
- Cioè? -
- Se le pillole vengono ingoiate contemporaneamente, l'effetto si annulla! -
- Si annulla? -
- Esatto! Si può andar via dal BOSCO e tornarci ed è quello che farò il prossimo fine settimana insieme a Teofània così le faccio conoscere mamma e babbo. -
disse con evidente entusiasmo Arlòt.
- Os-ci! a savél prema. -
(Urca! a saperlo prima)
- Ma per arrivare ai tuoi che giro hai fatto te? -
- Ah boh! È stato tutto strano, prima ho visto sto tipo vestito di bianco che mi ha fatto il cenno di seguirlo, poi mi sono trovato in una specie di galleria stretta e buia e all'improvviso in una stazione che non avevo neanche la minima idea che c'era. -
- Ohi, fena a cvè l'è pracìs. -
(Ohi, fino a qui è uguale.)
lo interruppe Aziz. - Poi è arrivato un treno strano e ci sono salito su, un viaggio che vedrai... -
raccontò Arlòt rivolgendosi a Teofània per darle l'idea di qualcosa d'indescrivibile. - Fino a qui la conosciamo anche noi, ma nel BOSCO chi hai incontrato? - domandò Pafol curioso di sapere se anche lui avesse incontrato gli stessi Traghettatori. - Ah ero appena arrivato che mi si è presentato davanti un bambinetto che sarà stato alto mezzo metro e mi ha chiesto: cerchi qualcuno o qualcosa? Non ho fatto in tempo a rispondergli che mi ha preso per mano e mi ha portato giù per una scala mobile; lì non c'ho capito granché, ma poi è arrivato uno su un sidecar che mi fa: Sali. - - E pu? - (E poi?) - E poi siamo passati per questa strada tutta di pietre dorate e siamo arrivati a una casa dove abita uno che si fa chiamare il Vecchietto del BOSCO, che ha attaccato a raccontarmi delle storie, poi, quando gli ho chiesto di mio babbo, fa: Gisto? Mi sa che la ferramenta non era il suo lavoro, non ne ha ancora aperta una qua. -
- Cun ‘e sidecar, e nö tota a pè la stre per la ca d'e Vcèt, pataca! -
(Con il sidecar, noi tutta a piedi la strada per la casa del Vecchietto, patacca!) disse Aziz toccando la spalla di Pafol, il quale era curioso di sapere da Arlòt: - Immagino che adesso che sai dove stanno i tuoi non dovrai più fare tutto quel giro la prossima volta che ci vai. - - Non so mica come ci sono arrivato, ero lì col Vecchietto che mi aveva offerto da fumare, non so cos'era, ma non era tabacco, mi sono trovato davanti a casa dei miei. l'ho riconosciuta perché usciva fuori l'odore dell'arrosto che faceva sempre mamma. -
- Non si può trovare da soli la strada. -
interruppe Fratello Julius, - Me lo ha insegnato Fratello Chj, c'è sempre l'uomo col cappello a cilindro bianco da incontrare. - - Cioè? -
questa volta fu Teofània a parlare, incuriosita dalla prospettiva di poter andare in quel luogo misterioso che era il BOSCO. -
- Non c'è altra possibilità per andare nel BOSCO, se andate sotto al Ponte delle Bambocce per conto vostro non trovereste nemmeno la porta. -
- Allora come faccio a ritornare dai miei? - domandò Arlòt un po' affranto. -
- Prova a sederti vicino al Ponte delle Bambocce e aspetta, l'uomo col cappello a cilindro bianco prima o poi lo vedrai passare da quelle parti. -
rispose Fratello Julius accomiatandosi momentaneamente dalla compagnia per passare un po di tempo in preghiera solitaria.



35

Il mattino dopo, il primo a svegliarsi fu Fratello Julius che, col cielo che cominciava appena a schiarirsi, fece la sua rituale meditazione dinamica. Aziz si alzò poco dopo costretto dalla necessità di recarsi al gabinetto per non farsela addosso, il cigolio del suo letto svegliò anche Pafol che dormiva nella stessa camera. In quella a fianco invece Arlòt e Teofània continuavano a dormire beatamente avvinghiati l'uno all'altra. Quando Aziz tornò dal gabinetto vide Pafol alzato intento a rivestirsi.
- Incù csa fasègna? -
(Oggi cosa facciamo?)
chiese Aziz mentre si sistemava i pantaloni. Pafol non rispose, uscì dalla camera e andò a bussare a quella dove dormivano ancora Arlòt e Teofània.
- Sveglia! -
dall'altra parte della porta si sentì il mugugno di chi era stato svegliato di soprassalto mentre era nel pieno di un bel sonno. Dopo un po' di tempo si ritrovarono tutti quanti giù in cucina attorno al tavolo, compreso Fratello Julius che nel frattempo aveva preparato la colazione per tutti quanti.
Tutti erano intenti a spalmarsi un po' di marmellata sulla propria fetta biscottata o a sorseggiare qualcosa di caldo, a parte Aziz che preferiva sempre cominciare la giornata in maniera frizzante e soprattutto alcolica.
Fu proprio Aziz a ripetere per tutti gli altri la stessa domanda che poco prima aveva fatto a Pafol senza ricevere risposta.
- Incù csa fasègna? -
(Oggi cosa facciamo?)
Gli altri smisero di fare quello che stavano facendo poi tutti rivolsero lo sguardo verso Fratello Julius che stava continuando a sordseggiare una tisana aromatizzata.
- Io oggi vado a trovare Fratello Chj. -
rispose Fratello Julius distaccando leggermente la tazza dalla bocca.
- Vai già? - - Devo andare, mi ha mandato un messaggio, pare ci siano cose importanti all'orizzonte. - - Che cose? - chiese Teofània incuriosita, - Non lo so, ma se Fratello Chj vuole vedermi deve essere importante. - - E noi, cosa facciamo? -
domandò Arlòt ancora un po' addormentato.
- Voi non avete un uomo con un cappello a cilindro bianco che vi aspetta al Ponte delle Bambocce? -
rispose Fratello Julius,
- Voi due invece... - disse rivolgendosi a Pafol e ad Aziz - Penso sappiate benissimo di cosa dovete occuparvi - e lo disse guardando fuori dalla finestra la motonave in cortile. Poi bevuta l'ultima sorsata uscì dalla casa salutando tutti quanti.
- Ci si vede alla prossima gente! -
Qualche minuto dopo, appena il tempo di preparare due tre cosette, anche Arlòt e Teofània uscirono dalla casa, - Allora andremmo anche noi, devo dire qualcosa a babbo? - - Salutacelo. - risposero Aziz e Pafol con un velo d'invidia per la possibilità che aveva Arlòt di tornare nel BOSCO.
Rimasti soli Pafol e Aziz, intanto che sparecchiavano commentarono tra di loro:
- Zerta che Julius, pardó, Fradel Julius l'è cambiè. -
(Certo che Julius, pardon, Fratello Julius è cambiato.) - Sì, è cambiato, un po' mi manca il piccolo Julius. - Poi insieme uscirono fuori in cortile a guardare la motonave, restarono lì a contemplarla per un tempo indefinito interrotto solo dal commento che fece Aziz:
- Bela patachêda fè l'incantesum acve ch'u n’gnè gnãca un sèc pì d'acva. -
(Bella pataccata fare l'incantesimo qui che non c'è neanche un secchio pieno d'acqua.)
e al quale Pafol non rispose, forse perché non c'era nessuna risposta da dare. Intanto il cielo cominciò a rannuvolarsi e in brevissimo tempo cominciarono a cadere gocce di pioggia grosse come duroni. Aziz se n'era già ritornato dentro casa mentre Pafol, nonostante la pioggia che lo stava infradiciando tutto, continuava imperterrito a restare fuori ad ammirare la motonave.
- Mo dai, ven dëtar! -
(Ma dai vieni dentro!)
lo invitò invano Aziz.
- Guarda se è bella. -
disse Pafol dall'altra parte del vetro della finestra.
- Sè, l'è propi bèla. -
(Sì, è proprio bella.)
rispose Aziz con un velo di commozione.
Restarono per un po', uno fuori l'altro dentro, in silenzio a guardare la motonave e la pioggia che scendeva copiosa e diretta. Non tirava un alito di vento.



36

In tutto il resto della GRAN MADR quel giorno era sereno, specialmente a Fiordargilla dove erano diretti Arlòt e Teofània splendeva un sole caldo, quasi da scottarsi.
Fiordargilla apparve subito più frequentata del solito tanto che Arlòt e Teofània furono costretti a lasciare l'auto parecchio fuori dal centro storico e a stento riuscirono a salire su un mezzo pubblico che li portò presso le piazze centrali. Lì si resero conto che erano finiti in una delle varie manifestazioni enogastromusicali ammantate di tradizionalismo storico che periodicamente si svolgevano a Fiordargilla.
Li colpì l'odore della carne sulla brace, il ribollire dell'acqua pronta ad accogliere chili di pasta, l'effluvio dell'alcool che veniva versato nei gotti in gran quantità e poi musica in ogni angolo e per tutti i gusti.
Arlòt e Teofània cercando da subito qualcuno che portasse un cappello a cilindro bianco, decisero di avvicinarsi il più possibile al Ponte delle Bambocce. Furono però presto travolti dalla folla che sopraggiungeva come una mandria di bufali in preda al panico in direzione opposta.
- Cosa succede? -
chiese Teofània a una signora con la quale aveva avuto un brusco impatto.
- Si stanno menando di brutto! -
rispose la signora senza voltarsi indietro.
Arlòt dall'alto della sua stazza provò a guardare oltre la gente che gli correva incontro e scorse a poche decine di metri dei tipi che se le davano di santa ragione brandendo ogni cosa che si trovasse alla loro portata e nella foga spesso e malvolentieri a rimetterci erano
gli inermi avventori dei locali dislocati lungo la strada.
Il nucleo della rissa si stava avvicinando come un tornado alle piazze centrali di Fiordargilla, alcune guardie tentavano inutilmente di frapporsi mostrando l'alt con la paletta.
A dar vita alla rissa erano i pirati al soldo di Torquato L'Unghiato, che completamente incuranti di tutto e di tutti continuavano a perpetrare la loro devastazione.
L'altruismo di Arlòt lo invitava a intervenire, ma malgrado la robusta presenza non era affatto un tipo abituato a usare le mani contro qualcuno. Nel caos adocchiò una spillatrice di birra abbandonata dai gestori che se l'erano data a gambe e, vedendo che la situazione stava precipitando, si buttò con la bocca sotto al rubinetto e lo azionò facendosi cadere nel gargarozzo copiose quantità di bionda e schiumosa birra. Si rialzò nell'istante esatto nel quale uno dei rissaioli, con un viso malforme e spaventoso gli stava sbraitando qualcosa di incomprensibile in faccia. La risposta di Arlòt fu un potente rutto che pettinò all'indietro la chioma scapigliata di Sgrunz e fermò per un istante gli schiamazzi; un altro rutto più forte e prolungato di Arlòt interruppe per pochissimi secondi la devastazione che riprese subito con la stessa violenza di prima, ma intanto era passata oltre a dove si trovavano Arlòt e Teofània che a quel punto avevano sgombra la strada per raggiungere il Ponte delle Bambocce.
L'istinto femminile di Teofània la faceva tinconare fermando il suo sguardo verso le vetrine dei negozi, soprattutto quelle che esponevano manichini in pose plastiche per mostrare l'ultima moda mentre Arlot cercava di trascinarla via con pazienza. Una vetrina più della altre incuriosì Teofània: era quella di un negozio che vendeva eleganti completi maschili, in particolare un manichino posizionato un po' in disparte che era vestito tutto di bianco e in
testa sfoggiava un cappello a cilindro. Teofània ne fu attratta perché per un'attimo le parve di vedere quel manichino farle un cenno con la mano.
- Ehi, vieni a vedere! -
esclamò ad Arlòt strattonandolo verso di sé
- Cosa c'è? -
domandò Arlòt non notando nulla di interessante in quella vetrina
- Quel manichino là. -
Teofània indicò il manichino vestito di bianco che proprio in quel momento aveva cambiato posizione andando a mettere la mano destra sulla tesa del cappello a cilindro.
- Si è mosso! -
sussurrò tra lo spaventato e l'eccitato Teofània.
Arlòt mostrò uno sguardo di compatimento e poi fece per andare avanti; Teofània che aveva gettato un'altra volta lo sguardo alla vetrina non vedendo più il manichino, le si smorzò un urlo in gola.
Subito dopo entrambi videro un uomo vestito esattamente come il manichino e col cappello a cilindro bianco in testa uscire dal negozio a bordo di un monopattino e dirigersi agilmente verso il Ponte delle Torri.
Iniziarono a rincorrerlo, Arlòt era più veloce di Teofània e la spronava ad accelerare il passo cercando allo stesso tempo di non perdere di vista l'uomo col cappello a cilindro bianco che nel frattempo aveva svoltato lungo il rivalino che conduceva al Ponte delle Bambocce.
Giunti all'inizio del Ponte delle Torri, Arlot e Teofània si resero conto che l'uomo col cappello a cilindro bianco aveva abbandonato il monopattino e aveva proseguito a piedi; non sembrava andare molto veloce e da quella distanza riuscivano a tenerlo d'occhio benissimo.
L'uomo col cappello a cilindro bianco arrivato nei pressi del Ponte delle Bambocce scese il sentiero che portava sotto al primo pilone e come al solito sparì dalla vista.
Teofània che aveva preceduto Arlòt nell’inseguimento cominciò a guardarsi intorno non capendo dove l'uomo col cappello a cilindro bianco potesse essere andato.
- Non c'è più, l'abbiamo perso. -
Arlòt che in quella situazione si era già trovato la prima cosa che fece fu cercare la porta.
- Teofània, guarda qua. -
disse mostrando una porta di legno appoggiata al pilone del ponte.
- Ora stammi vicino, da ora in avanti quello che succederà non l'hai mai visto e non lo hai nemmeno mai immaginato. -
detto questo aprì la porta e trascinò con sè Teofània nel cunicolo illuminandolo con la fiamma tremolante di un accendino.



37

Mentre camminavano nel cunicolo e Teofània gli stringeva forte la mano per non perdere il contatto, Arlòt la rassicurava e la sorprendeva anticipando quello che da lì a poco sarebbe accaduto.
- Tra un po' ci ritroveremo in una stazione e a un certo momento dal nulla arriverà un treno ... -
A ogni descrizione aggiuntiva di Arlòt, Teofània annuiva, ma ogni volta che ciò che le era stata preannunciato si avverava non poteva evitare di avere un sussulto e stringeva ancora più forte la mano di Arlòt per essere sicura di non perdersi.
Tutto sembrava procedere così come stava raccontando Arlòt, persino il comportamente dell'uomo col cappello a cilindro bianco era esattamente quello che Arlòt aveva descritto pochi attimi prima. Quando il treno arrivò nel BOSCO, l'uomo col cappello a cilindro bianco andò verso la solita quercia per sparirvi dietro, Arlòt con Teofània sempre vicina, lo seguì e scesero la scala mobile; fu lì in fondo che le cose cominciarono a cambiare, ad accoglierli infatti c'era il Vecchietto del BOSCO.
- Salve Libero, tu e la signorina siete pregati di seguirmi là. -
e con un ampio gesto puntò la zanetta verso là.
Arlòt guardò con due occhi sbarrati Teofània facendole capire che c'era qualcosa di diverso dall'altra volta.
Là era un passaggio segreto, conosciuto esclusivamente dal vecchietto del BOSCO per arrivare immediatamente a casa sua, in fondo alla strade lastricata di pietre dorate.
Arrivati alla casa il vecchietto del BOSCO, li fece accomodare a sedere su un divano poi, dopo un po', chiese ad Arlòt di seguirlo, lui soltanto, in una piccolo studiolo.
- C'è un problema Libero, c'è un grosso problema. -
esordì il Vecchietto del BOSCO.
- Ingoiando contemporaneamente sia la pillola blu che la pillola rossa hai creato un crepa tra questa parte e quell'altra parte, la parte da dove vieni e da dove sono venuti tutti gli altri che ora sono da questa parte. Sì, compresi i tuoi genitori Libero, tutta gente che quando è stato il momento ha ingoiato la pillola rossa scegliendo di rimanere per sempre qui e non tornare mai più da dove erano venuti. Certo, ci sono stati molti che invece hanno scelto di ingoiare la pillola blu e tornare indietro, ma sapendo di non poter mai più ritornare nel BOSCO, perché così vanno le cose e così devono andare. -
Poi il vecchietto del BOSCO fece una pausa più lunga delle altre.
- Tu ora sei diventato immune al potere delle pillole, ma dovrai assolutamente rimanere l'unico, nessun altro, compresa la tua amica lì fuori, potrà sfruttare questo privilegio. -
Il Vecchietto del BOSCO fece un’altra pausa mentre Arlòt continuava ad ascoltare in silenzio con le braccia conserte e lo sguardo contrito.
- Immagina se da ora in avanti chiunque arriva qui nel BOSCO potesse andare e tornare a proprio piacimento, da questa parte all'altra e viceversa, senza nessun problema: cambierebbe tutto e non avrebbe più senso. -
Mentre il Vecchietto del BOSCO fece l'ultima pausa, Arlòt prese timidamente il coraggio per aprire bocca,
- Ma è stato Fratello Chj a scrivermi che... -
- Fratello Chj? -
Lo interruppe immediatamente il vecchietto del Bosco,
- Ora ho capito tutto, ma tu promettimi che rimarrai l'ultimo ad avere questo privilegio, promettimelo Libero! -
Così dicendo riaccompagnò Arlòt da Teofània e li congedò.
Arlòt e Teofània si incamminarono lungo la strada lastricata di pietre dorate e prima di quanto potessero immaginare arrivarono al livello in cui abitavano i Budellazzi.
I Budellazzi erano entusiasti di conoscere la morosa del loro figlio e da giorni si erano preparati per quel momento; la Lice aveva già pronta una cena con ogni bendidio, erano passati tanti anni dall'ultima volta che aveva fatto da mangiare a suo figlio, ma ricordava ancora che era uno di buon appetito e sperava che anche la sua compagna fosse sulla stessa lunghezza d'onda.
Il Signor Budellazzi dal canto suo si era prodigato nel sistemare la casa, in particolare un'improvvisata stanza degli ospiti.
- Babbo! Mamma! -
urlò pieno di entusiasmo Arlòt appena vide la casa dove abitavano i suoi genitori, la porta si spalancò e si trovarono di fronte gli uni agli altri;la prima a parlare fu la Lice
- Entrate e accomodatevi a tavola che è quasi pronto. -
Attorno a una tavola imbandita a festa i quattro cominciarono a conoscersi reciprocamente; a tenere le redini del discorso erano soprattutto le due donne incuriosite l'una verso l'altra.
Arlòt e suo babbo invece intervenivano in maniera parsimoniosa aspettando l'occasione buona per ritirarsi in disparte e parlare di una questione che riguardava loro due e dei loro amici da quell'altra parte.
A pancia piena e con ancora qualcosina di commestibile in tavolo così come esige la regola della buona ospitalità, anche le chiacchiere sembravano arrivate al capolinea. Fu in quel momento che la Lice per ravvivarle propose a Teofània di preparare insieme la prossima cena per quando lei e Arlòt sarebbero tornati a trovarli nel BOSCO.
Teofània fu gratificata da tale proposta e acconsentì più che
volentieri, un po' meno entusiasta della prospettiva apparì Arlòt, almeno all'occhio esperto del Signor Budellazzi che, prima che la situazione potesse incrinarsi intervenì sviando il discorso verso altri argomenti.
- Libero, vieni con me che voglio farti vedere una cosa. -
dicendolo, il Signor Budellazzi prese letteralmente sotto braccio suo figlio costringendolo ad alzarsi da tavola.
Insieme i due maschi scesero una scala che portava al piano interrato della casa; davanti a una porta chiusa con un catenaccio il Signor Budellazzi aprì delicatamente il lucchetto che lo bloccava e fece entrare per la prima volta qualcuno nel suo nuovo laboratorio.
Assomigliava tanto al laboratorio ad Ozz e Arlòt rimase senza fiato, fermo sotto lo stipite della porta.
- Dai, vieni dentro e chiudi la porta delicatamente. -
il Signor Budellazzi prese due sedie e le pose una di fronte all'altra il mezzo al laboratorio.
- Accomodati. -
Arlòt si sedette continuando a volgere lo sguardo in ogni direzione, cercando di carpire tutti i particolari.
- Allora? -
il Signor Budellazzi quando voleva cominciare un discorso serio con suo figlio esordiva sempre così.
- Allora? -
Arlòt cominciò a raccontare a suo babbo che Teofània non avrebbe dovuto ingerire contemporaneamente le due pillole perché il vecchietto del BOSCO lo aveva proibito, soltanto che Teofània questo non lo sapeva ancora.
- Figlio mio, bisogna che glielo dici -
- Sì, ma hai visto come si sono prese bene lei e la mamma? -
- Ho visto sì, possiamo cercare di rimandare il più possibile la vostra partenza, però prima o poi arriverà il momento di parlarne, tu cerca di farlo con Teofània che alla mamma ci penso io. -
Il Signor Budellazzi si alzò di scatto dalla sedia e si diresse verso un cassetto dal quale prese un foglio scritto a mano di suo pugno,
- Anch'io ho un problema. -
- Cosa? -
reagì con stupore Arlot alzandosi in piedi anche lui
- C'è una cosa che mi manca qui per completare l'esperimento che sto portando avanti, ed è chiusa in una scatola a Ozz.-



38

Arlòt e Teofània si trattennero dai Budellazzi per alcuni giorni, ma poi arrivò il momento di andarsene perché Arlòt doveva fare una certa commissione per suo babbo. Teofània si trovò così per la prima volta ad affrontare la questione della pillola rossa e della pillola blu.
- Allora le devo ingoiare contemporaneamente, giusto? -
domandò rivolgendosi ad Arlòt.
Arlòt a quel punto fu costretto a svelare a Teofània la promessa che aveva fatto al Vecchietto del BOSCO, dal canto suo nemmeno il Signor Budellazzi aveva trovato ancora l'occasione di informare sua moglie della situazione delicata e la reazione delle due donne non fu per nulla benevola nei confronti dei due uomini.
Teofània turbata dall'idea di essere costretta a scegliere se prendere la pillola rossa oppure la pillola blu, andò a rinchiudersi nella cameretta, la Lice invece mandò via da tavola figlio e marito invitandoli a tornare da dove erano venuti.
-Te va, va a cagare. -
disse il Signor Budellazzi ad Arlòt, facendogli l'occhiolino. Arlòt non fece tanto caso a ciò che gli aveva appena detto suo babbo e appena entrato nella cameretta, non vedendo Teofània ingoiò le due pillole, contemporaneamente.
Arlòt si trovò nuovamente sotto al Ponte delle Bambocce a Fiordargilla; insieme a lui c'era anche Teofània che sdraiata sul letto al chiuso della cameretta aveva preso la decisione di ingoiare soltanto la pillola blu, confessando così di aver poca voglia di relazionarsi eternamente con la suocera.
Insieme si diressero verso l'auto di Arlòt attraversando una Fiordargilla molto diversa da come l'avevano lasciata, deserta e desolata, ancora con i postumi del precedente giorno di festa.
C'erano soltanto i pirati che un po' malconci bivaccavano ai margini delle piazze centrali; alla vista di Arlòt e Teofània, Sgrunz brontolò qualcosa e tentò un'imitazione maldestra del rutto di Arlòt, gli altri si alzarono e andarono verso Arlòt ignorando Teofània che si era fermata a osservare distrattamente uno stormo di piccioni che volteggiava armoniosamente tra la scalinata della cattedrale e le logge del palazzo di fronte.
Squalo arrivato a pochi centimetri da Arlòt cominciò ad annusarlo girandogli intorno; intanto anche gli altri si erano avvicinati ad Arlòt squadrandolo dalla testa ai piedi, in particolare Sgrunz si intestardì a osservarlo in faccia.
Non era una bella situazione per Arlòt che, senza una pinta di birra a portata di mano, aveva poche possibilità di uscire da quella situazione. Per sua fortuna i pirati non avevano ben chiaro che cosa volevano fare ad Arlòt e cominciarono a discuterne tra loro.
Dalle parole passarono rapidamente ai fatti, nel senso che cominciarono a darsele di santa ragione, Arlòt riuscì ad approfittare di quel parapiglia correndo incontro a Teofània che continuava a guardare i piccioni svolazzare e le urlò:
- Vai! Vai! Vai! -
incitandola mentre marciava di buona lena verso l'automobile.
Arrivati all'auto si chiusero dentro e senza dirsi nulla cominciarono ad amoreggiare senza accorgersi che Spugna abbandonando la rissa li aveva seguiti fin lì e proprio nel pieno dell'amplesso aveva cominciato a picchiettare sul parabrezza.
- Hei, voi là dentro. -
Arlòt si bloccò di scatto, ma Teofània lo invitò a continuare quello che stava facendo prendendogli la testa tra le mani e spingendola nel cavo del suo seno,
- Hei, voi là dentro. -
insistette l'anziano pirata.
- Mi chiamo Spugna, avete per caso visto in giro il mio capitano? -
Ignorando la bizzarra domanda che proveniva oltre il finestrino dell'auto Arlòt e Teofània continuarono a darci dentro con crescente entusiasmo fino a raggiungere l'orgasmo simultaneo.
Mentre si ricomponevano, Arlòt notò finalmente quel rubicondo vecchietto vestito alla piratesca che di là dal vetro continuava a ripetere.
- Mi chiamo Spugna, sono un pirata, e dall'altra sera non trovo il mio capitano, l'avete visto? -
- Cosa? chi? -
domandò Arlot senza tirare giù il finestrino
- Torquato L'Unghiato, lo avete visto? -
Nell’udire quel nome, Arlòt si rese conto della situazione nella quale si erano cacciati e partì a razzo senza badare alla direzione, agli incroci e agli autovelox.
Si ritrovarono così da qualche parte ai margini della GRAN MADR con il serbatoio della benzina completamente a secco.
- E Adesso? -
chiese Teofània con espressione di rimprovero.
- I pirati, quelli erano i pirati! Torquanto L'Unghiato è da qualche parte qui nella GRAN MADR; bisogna avvisare gli altri. -
- Chiamali. -
disse Teofània indicando il telefonino appoggiato vicino alla leva del cambio.
- Scarico. -
mugugnò Arlòt appena guardò lo schermo.
- Pure quello. -
sibilò Teofània scendendo dall'auto per vedere dove si trovavano.
Intorno a loro solo banchi di nebbia, campi di patate e campi di spagnera, poco più in là si intravedevano le sagome di case basse con radi campanili che svettavano al di sopra dei tetti; capirono di trovarsi oltre Labassa.
Arlòt s'incamminò per cercare un po' di benzina lasciando Teofània in attesa; dopo pù di mezz'ora tornò con una tanica piena di carburante, delicatamente la riversò dentro il serbatoio dell'auto cercando di disperderne il meno possibile.
- Adesso bisogna che vai ad avvisare gli altri che Torquato L'Unghiato e i suoi pirati sono in giro per la GRAN MADR. Ti accompagno alla stazione più vicina. Io invece devo andare a Ozz per una cosa che serve a mio babbo, dì agli altri che starò via per un po'. -



39

Quando Teofània scese alla fermata più vicina vide che sulla casa ci stava piovendo sopra e pioveva soltanto lì sopra; una grossa nuvola scura continuava a riversare sopra la casa e al giardino gocce d'acqua che avevano formato pozzanghere ormai alte una spanna.
Cercando di bagnarsi il meno possibile corse alla porta bussando per farsi aprire. Aziz e Pafol non sentirono niente perché incantati a guardare la pioggia che cadeva sulla motonave.
- Aprite! -
Gridò Teofània ormai fradicia
Finalmente le fu aperto da Aziz stupito di vederla arrivare da sola.
- Ma da quant'è che piove qui? -
domandò Teofània mentre cercava di asciugarsi.
Pafol e Aziz le raccontarono che stava piovendo da quando lei e Arlòt erano andati via e rimasero sorpresi nell'apprendere che stava piovendo soltanto sopra le loro teste, loro credevano che il maltempo fosse per tutta la GRAN MADR.
Teofània che nel frattempo era riuscita ad asciugarsi, si era messa ai fornelli a preparare una zuppa calda per lei e per quei due che non la smettevano di andare avanti e indietro tra la porta e la finestra.
- Ma chissà cosa avrà da fare Arlòt. -
pensava mentre assaporava la sapidità del brodo in ebollizione.
Arlòt le aveva solo detto che doveva andare a Ozz per suo babbo e che sarebbe stato via per un po', non aveva aggiunto altro e lei non aveva fatto in tempo a chiederglielo perché lui era subito ripartito via appena l'aveva fatta scendere davanti alla stazione di Labassa-Ialfunsè.
- Venite che è pronto. -
urlò Teofania mentre metteva il pentolone con la zuppa in mezzo
alla tavola apparecchiata.
- Et sintù Arlot? -
(Hai sentito Arlot?)
domandò Aziz tra una cucchiata e l'altra.
- Macchè, ha il telefonino scarico e il suo caricabatteria l'ha lasciato là. -
rispose sconsolata Teofània indicandolo riposto in un cestino di vimini.
Arlòt intanto era arrivato ad Ozz davanti alla saracinesca abbassata della ferramenta con il preciso scopo di recuperare ciò che era contenuto in una scatola, precisamente una scatola di latta di quelle che in origine contenevano biscotti, quelle scatole con decorazioni natalizie che si regalano proprio in occasione delle feste.
Non sapeva dove cercare quella scatola, in bottega, in casa oppure giù nel laboratorio, suo babbo non gli aveva detto dove l'aveva lasciata l'ultima volta. Entrò in casa scortato dagli occhi indagatori delle attempate vicine di che si erano fatte mille congetture sull'improvvisa scomparsa dei Budellazzi. In breve davanti all'entrata della Ferramenta Budellazzi si formò un capannello di curiosi che si aspettavano l'imminente riapertura.
Arlòt cominciò a cercare proprio dalla bottega, però non aprì la saracinesca, si limitò ad accendere i neon per vedere un po' meglio,
guardò scansia per scansia, ma della scatola di latta non c'era l'ombra. D'altra parte era improbabile si trovasse lì, di solito suo babbo era molto preciso e metodico nella gestione della ferramenta e tutto quanto era rigorosamente in tinta unita, una scatola di latta con decorazioni natalizie sarebbe saltata subito all'occhio; Arlòt allora decise di passare a perlustrare l'appartamento.
Cominciò dal piccolo atrio, poi passò immediatamente al tinello dove passavano la maggior parte del tempo trascorso insieme; aprì le ante di tutti i mobili e anche i cassetti, trovò tazzine da caffè di
ogni fattura, posate d'argento e posate usa e getta, servizi di piatti in peltro e in ceramica, decine di bicchieri originariamente contenitori di chissà quale crema spalmabile, ma della scatola di latta non c'era traccia.
Non si trovava neppure nascosta dietro assurdi soprammobili ricordo di antiche gite o invischiata nelle ragnatele che ragni domestici avevano filato come festoni per un party di halloween.
Arlòt decise così di passare alla minuscola cucina; aprì tutti i pensili che c'erano e pure il frigorifero da cui uscì un tanfo di marcio e di muffa che lo indusse a chiudere immediatamente lo sportello e a trattenere con fatica un conato di vomito.
Arlòt era quasi certo di poterla trovare in cucina quella scatola di latta, era il posto più ovvio dove trovare una scatola di latta che aveva contenuto dei biscotti, ma niente.
Pensò di passare in rassegna la camera dei suoi dimenticando che il suo babbo le notti le passava sempre giù al laboratorio e la camera era rimasta esattamente come il giorno in cui la mamma sparì, chiusa a chiave e la chiave smarrita chissà dove. Gli rimaneva da cercare soltanto nella sua cameretta.
Arlòt aprì la porta della sua cameretta dopo tanto tempo che non ci entrava, il letto era disfatto come al solito, i panni usati buttati a casaccio un po' su una sedia e un po' per terra, nello stereo ancora l'ultimo cd metal, ascoltato per caricarsi prima di un torneo di rutti; per il resto varie pile di fumetti.
Arlòt ivece di mettersi a cercare la scatola di latta si sdraiò sul letto, prese il primo fumetto a portata di mano e cominciò a leggerlo, la stanchezza prese presto il sopravvento e si addormentò.
A chilometri di distanza anche Pafol, Aziz e Teofània si erano addormentati al suono della pioggia che ancora continuava a scrosciare.

40

Chi non dormì quella notte fu Fratello Julius arrivato poche ore prima nel luogo indicato da Fratello Chj, non si trattava di Monte Arcanzal ma di un luogo un po' più a sud, Monte Samaré, probabilmente il luogo più spirituale di tutta la GRAN MADR nonostante dominasse la più mondana delle sette città sorelle, Aremina.
In cima a Monte Samarè c'era una grotta e lì Fratello Chj aveva dato appuntamento a Fratello Julius che fu accolto come la prima volta che arrivò al Monastero Sinc di Monte Arcanzal.
Fratello Chj accompagnò Fratello Julius nel ventre della grotta e arrivati in una piccola camera lo invitò a sedersi; lì presente c'era già un altro Monaco Sinc. - Giro di presentazione. - propose Fratello Chj agli altri due Monaci Sinc che sedevano davanti a lui
- Ciao, sono Fratello Chj. -
disse togliendosi il grande cappuccio dalla testa, - Ciao sono Fratello Julius. -
rispose il secondo Monaco Sinc facendo lo stesso gesto,
- Ciao sono Sorella Luna. -
disse il terzo Monaco Sinc rivelando di essere una Monaca Sinc,
per la precisione una giovane Monaca Sinc afrumagliola.
Fratello Julius non si stupì dell'esistenza di una Monaca Sinc,
però sentì muoversi dentro un qualcosa a cui non riusciva a dare un nome.
Durante la recita del rosario Fratello Julius faticava a concentrarsi sulla preghiera e i suoi occhi non facevano altro che posarsi di sbieco sul saio arancione di Sorella Luna la quale da par suo non
era per niente rimasta insensibile alla presenza di Fratello Julius, in fondo erano due giovani Monaci Sinc e cosa da non trascurare entrambe d'origine afrumagliola.
Durante la notte Fratello Julius non chiuse occhio pensando a Sorella Luna; non faceva altro che rigirarsi di continuo faticando a trovare una posizione comoda grazie alla quale poter dormire.
Il mattino presto la voce cantilenante di Fratello Chj convocò i due Monaci Sinc a inziare la giornata con la meditazione dinamica, poi dopo parca colazione i Monaci Sinc si riunirono nuovamente in cerchio come la sera prima.
Questa volta Fratello Chj disse semplicemente queste parole:
- Io devo andare via. -
poi si alzò dal cerchio e si allontanò verso l'entrata della grotta.
Sorella Luna faticò a trattenere le lacrime perché non aveva compreso il senso delle parole di Fratello Chj.
- Cosa ti preoccupa? -
domandò Fratello Julius a Sorella Luna, vedendola così triste, - Fratello Chj ha detto che deve andare via e io non mi sento ancora pronta. - rispose Sorella Luna senza riuscire a trattenere le lacrime.
Fratello Julius allora le prese le mani e la guardò dritta negli occhi rassicurandola, poi si alzò per raggiungere Fratello Chj il quale accortosi di essere seguito si fermò e aspettò.
Fratello Chj e Fratello Julius arrivarono insieme all'ingresso della grotta, da lì si poteva ammirare un cielo trapunto di stelle.
Fu davanti a quel firmamento che Fratello Chj, prima di andare via, rivelò alcune cose a Fratello Julius, il quale le apprese in rispettoso silenzio.
Al ritorno Fratello Julius vide che Sorella Luna stava pregando in silenzio e la lasciò tranquilla, mettendosi lui stesso in preghiera.
Al sorgere del sole, la cui luce penetrava sottile, rimbalzata dai cristalli presenti nella grotta, Fratello Julius si alzò e prese per mano Sorella Luna, dicendo: - Via si va/ Si va via/ Insieme e in compagnia. -
I due giovani Monaci Sinc s'incamminarono verso l'uscita della grotta tenendosi per mano, e insieme scesero verso la GRAN MADR.



41

- Non piove più! -
urlò Teofània svegliando Pafol e Aziz,
- Non c'è più la motonave! -
urlò più forte sbalzandoli giù dal letto,
Pafol e Aziz corsero fuori nel cortile, sopra di loro il cielo era ritornato finalmente sereno dopo tanti giorni di pioggia; davanti a loro c’era soltanto una pozza di fango, una grande pozza di fango.
Camminandoci sopra Pafol si sentiva sprofondare e più avanzava più sentiva le sue gambe essere attratte in giù.
- Ció, ció csa fét? - (Ció,ció, cosa fai?)
gli gridò Aziz vedendolo andare giù risucchiato dal fango.
-Vado giù. -
rispose Pafol
-Aiutami! -
Aggiunse in preda al panico.
Aziz allungò le braccia più che poteva per raggiungere Pafol, ma era troppo distante.
- Riprova! -
gridò ad Aziz mentre ormai era sprofondato fino alla cintola.
Al secondo tentativo Aziz potendosi sporgere di più grazie all'aiuto di Teofània che era provvidenzialmente accorsa in aiuto, riuscì ad afferrare la mano di Pafol e a tirarlo fuori,
- Cosa sta succedendo? -
si domandarono a vicenda seduti con la schiena appoggiata al muro della casa.
A Ozz intanto Arlòt era stato svegliato da un raggio di sole che era entrato nella sua cameretta colpendolo dritto sugli occhi.
- La scatola di latta, devo trovare la scatola di latta. -
preso dalla fretta di trovare la scatola di latta e pensando che ormai l'unico posto possibile fosse il laboratorio di suo babbo, uscì di corsa dall'appartamento, ma un bisogno impellente lo fece tornare subito sui suoi passi, entrò nel bagno che non aveva affatto considerato per la sua ricerca e, seduto sul water, vide riflessa nello specchio del lavandino la scatola di latta, era lì sopra la sua testa, appoggiata proprio sullo sciacquone.
Arlòt tirò la catena, si allungò per prendere la scatola e senza aprirla uscì fuori, raggiunse l'auto, ci salì sopra e partì via da Ozz diretto verso il Ponte delle Bambocce.
Per la fretta parcheggiò senza preoccuparsi di pagare il parchimetro e si precipitò letteralmente sul sentierino che dal rivalino portava al primo pilone sotto al ponte. Là dove era convinto di trovare la porta, non la vide, si girò intorno per controllare di non essersi sbagliato ponte, ma quello era sicuramente il Ponte delle Bambocce; ricontrollò meglio il pilone, girandoci attorno, ma della porta che le altre volte aveva sempre visto non c'era nessuna traccia. Era lì che stava cercando di capire cosa fare che, in tutta calma, dal rivalino arrivò l'uomo col cappello a cilindro bianco. Passò a pochi centimetri da Arlòt guardandolo con sguardo stupito, tirò fuori l'orologio da taschino per controllare l'ora e, come se fosse stato rassicurato dall'orario indicato, riguardò Arlot con perplessità. Poi magicamente dalla tasca posteriore dei pantaloni tirò fuori una pennellessa con la quale in quattro e quattrotto dipinse una porta iperrealistica sul pilone; l'aprì e con gesto elegante invitò Arlòt a entrare dentro insieme a lui.
Non trattandosi della prima volta Arlòt non fece molta attenzione a tutto ciò che succedeva, con quali sembianze gli si
fossero presentati i Traghettatori. A casa del Vecchietto del BOSCO passò per una veloce fumatina, prima di raggiungere casa dei suoi, badando esclusivamente alla scatola di latta che teneva gelosamente stretta al petto.
Quando fu in prossimità della casa dei suoi, cominciò a urlare
- Babbo, babbo, ce l'ho! -
agitando la scatola in alto.
Il Signor Budellazzi aprì la porta e andò incontro a suo figlio, facendogli cenno di abbassare la voce
- Sta zitto che svegli la mamma. -
poi prendendogli via la scatola di latta,
- Ma quanto c'hai messo? sei stitico? -
Arlòt mostrò di non aver capito ciò che intendeva suo babbo con quelle parole e la prima cosa che fece fu quello di andare a salutare sua mamma.
- Dove vai? -
lo fermò urlando sottovoce il Signor Budellazzi.
-Lasciala dormire e vieni giù con me. -
Arlòt seguì suo babbo giù nel nuovo laboratorio magico, qui il Signor Budellazzi aprì la scatola di latta, era piena di piccole buste contenenti dei semi.
- Basilico, origano, timo, maggiorana, rosmarino, dragoncello, menta, mirto, salvia, santoreggia, prezzemolo, pimpinella, tarassaco, melissa, camomilla, canapa e zavagliona, eccolo qua il seme di zavagliona. -
rimise tutti i semi nella scatola di latta tranne quello di zavagliona.
- Ora posso procedere con l'esperimento. -
disse rivolgendosi ad Arlòt, mostrandogli come fosse una sacra reliquia la bustina contenente l'unico seme di zavagliona.
- Che esperimento è, babbo? -
domandò Arlòt avvicinandosi al tavolo sul quale il Signor Budellazzi aveva predisposto tutto il necessario.
- Fila da mamma, te. -
gli rispose il Signor Budellazzi, senza nemmeno voltarsi a guardarlo,
-Ma ... -
- Fila! -
Arlòt uscì celermente dal nuovo laboratorio lasciando suo babbo libero di esperimentare in santa pace.
- Ciao Mamma! -
La Lice era sveglia già da un po' e in cucina aveva cominciato a tirare la sfoglia per un chilo di tagliatelle.
- Ohi, sei qua; e Teofània? -
senza chiedergli nulla a suo riguardo, la prima cosa che la mamma chiese ad Arlòt furono notizie della sua morosa.
- Boh, è un po' che non la vedo e ho anche il telefonino scarico. -
rispose Arlòt mettendosi a giochicchiare con gli scarti di impasto come faceva da bambino.
- Sei già andato a salutare babbo? -
- Sì, è giù nel... -
In quell'istante si sentì suonare al campanello di casa e la Lice non fece caso a quello che gli stava dicendo suo figlio.
- Va a vedere chi è. -
Arlot andò ad aprire la porta, davanti si trovò un uomo dai lineamenti orientali
- Gisto è in casa? -

42

Fratello Julius e Sorella Luna camminavano uno affianco all'altra scendendo per la strada che dal Monte Samaré giungeva fin sul lungomare di Aremina.
- Fratello Julius, cosa ti ha detto Fratello Chj? -
domandò improvvisamente Sorella Luna interrompendo il suo andare,
- Sorella Luna/ Sorella piccolina /Ciò che Fratel Chj mi ha svelato stamattina/ Non lo dico adesso/ Ma te lo dirò/ Quando sarà il tempo Tutto ti dirò. -
rispose Julius, in una maniera che da molto tempo non usava. 
- Fratello Julius, perché parli in rima? -
- Sorella Luna/ Sorella incuriosita/ Essere se stessi è vitale nella vita. -
Fratello Julius raccontò a Sorella Luna la prima rivelazione che gli aveva fatto Fratello Chj e cioè di non dimenticare mai ciò che si amava fare quando si era bambini perché è lì che si può trovare la propria essenza.
La seconda rivelazione di Fratello Chj, Fratello Julius la volle raccontare a Sorella Luna fermandosi sulle rive di un laghetto al centro di un vecchio parco di divertimenti da tempo abbandonato; davanti a loro giaceva semidistrutta la sagoma in cartapesta di un villaggio pirata.
- Sorella Luna/ Sorella ascolta bene/ Quello che ti dico scorre nelle nostre vene/ Abbiam la stessa pelle, origine e missione/ Staremo sempre con il saio arancione. -
Fu così che Sorella Luna scoprì di essere davvero sorella di Fratello Julius, nata dopo che lui era stato rapito da Torquato L'Unghiato, non aveva mai saputo di aver un fratello più grande.
Anche lei era entrata nel Monastero Sinc di Fratello Chj dopo averlo sognato, ma soltanto ora rammentava un particolare a cui a suo tempo non aveva fatto caso. Vide che mentre lei arrivava a Monte Arcanzal andando incontro a Fratello Chj, sulla strada aveva incrociato un altro Monaco Sinc che le aveva sorriso da sotto l'ampio cappuccio e il sorriso era quello di Fratello Julius.
- Fratello Julius/ Fratello fratellone/ Sento che in te/ C'è in sospeso una questione. -
- Sorella Luna/ Sorella sorellina/ E' la terza cosa che ho imparato stamattina/ Da solo io non posso/ In due però si può/ Ci aspettan grandi cose/Ma altro io non so. -
Fratello Julius e Sorella Luna passarono tutto il resto della notte all'interno del parco di divertimenti abbandonato; al mattino si incamminarono verso il centro storico di Aremina.
- Fratello Julius/ Fratello queste rime/ Se le diciamo corte/ arrivano per prime. -
- Sorella Luna/ Sorella c'hai ragione/ Parliamoci intanto/ Senza iniziar dal nome. -
- Allora dimmi/ Che strada tu vuoi fare/ Io non mi raccapezzo/ Mi sembra tutto uguale. -
Effettivamente il quartiere di Aremina che in quel momento stavano attraversando era caratterizzato da palazzoni tutti uguali, senza nessun particolare che li distinguesse l'uno dall'altro.
- Non ti preoccupare/ Tra un po' arriviamo al mare/ Allora lì vedrai/ Che tutto è un po' speciale. -
Girato l'angolo Fratello Julius e Sorella Luna si ritrovarono sul Lungomare di Aremina, un brulichio di gente e uno sfavillio di insegne al neon perennemente accese anche in pieno giorno.
Da una parte un continuo di hotel, alberghi, pensioni, affittacamere, per ogni possibilità, alternati a negozi di articoli marittimi, turistici, sale
gioco, bar, ristoranti e discoteche.
Dall'altra parte della strada, quella rivolta verso il mare, si potevano contare gli stabilimenti marittimi, ognuno di essi caratterizzato dai propri colori degli ombrelloni e degli sdrai e tutti quanti diffondevano senza sosta le medesime hit del momento.
- Ehi ti va/ Di fermarci in qualche bar/ Vorrei stare ferma un po'/ A godermi questo show. -
- Perché no/ Ci fermiamo per un po'/ Ordiniamo due caffé/ Uno a te l'altro a me. -
I due Monaci Sinc si accomodarono ai tavoli di un bar adiacente all'edicola di un giornalaio; mentre sorseggiavano i caffè Fratello Julius buttò lo sguardo verso l'articolo di un giornale aperto sul tavolino vicino a loro; parlava di una devastazione effettuata a Fiordargilla e della stessa cosa capitata anche a Livvì. In una foto presa da un fermo immagine di una videocamera, si intravedeva la figura imponente di Magilla.
- Urca, urca/ Svelta andiamo/ Senza soste ci riusciamo/ a raggiungere veloci/ Tutti quanti i miei amici. -
-Sì d'accordo/ Come vuoi/ Quelli sono amici tuoi/ Però ancora non capisco/ E ti chiedo di spiegare/ Ma cos'è sta motonave? -



43

L'arrivo di Fratello Chj nel BOSCO, fu accolto con sorpresa dalla famiglia Budellazzi, la Lice ne approfittò per dare sfogo alle sue doti culinarie preparando un gustoso arrosto con contorno di verdure miste, mentre Arlòt e soprattutto Gisto attendevano impazienti di conoscere il motivo di quella visita inattesa.
- Gustosissimo! -
esclamò Fratello Chj pulendosi la bocca col tovagliolo dopo aver spazzolato il suo piatto pieno di arrosto e verdure miste.
- Complimenti alla cuoca! -
ribadì con un cenno di applauso rivolto alla cucina dove la Lice stava tagliando la ciambella che da lì a poco avrebbe servito ai convitati.
- Ma come mai da queste parti? -
domandò Arlòt, versando del vino nel bicchiere di Fratello Chj
-Avevo nostalgia del BOSCO e avevo voglia di incontrare il mio caro amico Gisto. -
Rispose Fratello Chj dopo un lieve sorso.
- Nostalgia? -
la faccia perplessa di Arlòt provocò una sommessa risata in Fratello Chj.
- Devi sapere caro Arlòt che io qui nel BOSCO c'ho vissuto metà della mia vita, diciamo che ci sono quasi nato ed è proprio qui che sono diventato Monaco Sinc grazie agli insegnamenti dei nativi.
- Ma quindi anche tu, posso darle del tu? -
- Certo, siamo tra amici, no? -
- Dicevo, quindi anche tu hai ingoiato le pillole insieme? -
- Ovviamente, fu un suggerimento dei nativi. -
- E sei tornato solo adesso? come mai? -
- Una delle cose che ho imparato da Monaco Sinc è che c'è sempre un tempo per ogni cosa, fino adesso non è stato tempo per me di tornare nel BOSCO, ora quel tempo è arrivato. -
- Mo dai! e ti è venuto nostalgia di questo bel posto solo adesso? -
intervenne il Signor Budellazzi dando una spinta scherzosa sulla spalla di Fratello Chj il quale, per rimando, la restituì al Signor Budellazzi, - Beh, un po' nostalgia e un po' necessità. - disse Fratello Chj facendo l'occhiolino al Signor Budellazzi che intuì ci fosse qualcosa di molto importante in gioco e Fratello Chj lo avrebbe rivelato soltanto in via strettamente confidenziale, perciò si rivolse a suo figlio.
- Arlòt che ne dici se dopo cena prendi le tue pilloline? -
- Ma... -
- Dai, dai che c'è Teofània che ti sta aspettando. -
- Ah, Teofània. -
sospirò Arlòt, poco dopo nell'intimità del gabinetto la pillola rossa e la pillola blu entrarono a braccetto nel suo esofago.
Finita la cena, Il Signor Budellazzi e Fratello Chj si alzarono da tavola e scesero giù nel laboratorio, entrambe sapevano che Arlòt non sarebbe uscito dal gabinetto.
- Cosa mi devi dire Fratello Chj. -
domandò Gisto chiudendosi la porta del laboratorio alle spalle.
- Ho avuto una visione Gisto. -
- Una visione? quale visione? -
la voce di Gisto tradiva una certa proccupata curiosità.
- Ho visto che la motonave rischia di essere perduta per sempre se non riesci a realizzare in fretta l'elisir dell'ubiquità, per questo sono venuto qui ad aiutarti e ho mandato Fratello Julius insieme a sua sorella affinché operino. -
- Fratello Julius ha una sorella? - - Sì, Sorella Luna anche lei diventata una Monaca Sinc. - raccontò Fratello Chj, - Cosa può succedere alla motonave? E Pafol, Aziz? Loro come stanno? Teofania è con loro? -
il Signor Budellazzi fu preso da un improvviso attacco di apprensione,
- Stanno tutti bene. -
lo rassicurò Fratello Chj,
-Anche la motonave sta bene per adesso, ma diciamo che si trova in una posizione un po' particolare e se non facciamo presto a realizzare l'elisir dell'ubiquità rischia di rimanerci per sempre diventando un relitto inutile. -
Il Signor Budellazzi allora andò verso il tavolo sul quale aveva predisposto tutto il necessario e dal quale prese in mano un piccolo vaso
- Guarda ho appena piantato il seme di zavagliona, ci vorranno giorni prima che possa spuntare la pianta. -
- Lo so e quaggiù al chiuso e al buio farà una gran fatica, bisogna portare il vaso aprendere un po' d'aria. -
disse Fratello Chj prendendo in mano il vaso e portandolo nei pressi del vasistas da cui filtrava aria e luce nel laboratorio.
- E col resto come sei messo? -
- Direi bene, è tutto pronto -
rispose il Signor Budellazzi facendo mente locale su tutto quello che serviva per realizzare l'elisir dell'ubiquità.
- Anche le carte? -
-Le carte? A cosa servono le carte? -
reagì perplesso il Signor Budellazzi indicando il tavolo su cui aveva preparato tutti gli ingredienti e il paiolo pronto per essere messo sul fuoco.
- Ma no -
rispose Fratello Chj facendosi una risata
-Le carte non servono per realizzare l'elisir dell'ubiquità, ma nell'attesa che ne dici di passare un po' il tempo facendoci qualche partitina? -
Fratello Chj fece una pausa per capire se il Signor Budellazzi avesse capito bene.
- Allora, ce l'hai un mazzo di carte qui? -
il Signor Budellazzi andò verso un vecchio baule e cominciò a rovistare tra scartoffie che si trovavano all'interno
- Deve essere da qualche parte qui dentro. -
- Lascia stare, ne ho uno io qui nuovo di pacca. -
Fratello Chj prese da una tasca un mazzo di carte ancora incellofanato, lo aprì, mischiò le carte e le e appoggiò sul tavolo:
-Taglia. -
- A cosa giochiamo? -
domandò il Signor Budellazzi.
- Per adesso giochiamo a capire che momento è questo. -
poi Fratello Julius dopo aver disteso le carte sul tavolo invitò il Signor Budellazzi a sceglierne una.
- Dai, girala. -
Il Signor Budellazzi girò la carta e comparve l'asso di coppe.
- E quindi? -
-E quindi sembra sia tempo di bere, comincia a preparare l'elisir. -



44

Fratello Julius insieme a Sorella Luna erano arrivati nei pressi della Stazione Centrale di Aremina decisi a salire sul Trenino della Linea Rossa per fermarsi a Xezena. Da lì, a piedi, avrebbero proseguito lungo la strada che passava davanti alla casa dove Pafol, Aziz e Teofània ancora non riuscivano a capacitarsi della scomparsa della motonave e di tutto quel fango nel quale ci si poteva sprofondare. Anche Arlòt, partendo da Fiordargilla alla guida della sua auto era diretto a Xezena per poi fare la stessa strada verso l'amata e verso gli amici.
Proprio quel giorno a Xezena era in programma un rinomato torneo di rutti, ma Arlòt se ne era completamente scordato. Quando vide i primi manifesti sei per tre che pubblicizzavano l'evento, pur con tutta la volontà che aveva di proseguire il viaggio, la passione per quella disciplina lo indusse a deviare verso il vecchio stadio di Xezena per iscriversi alla Big Burp Battle.
La ressa nella zona del vecchio stadio di Xezena era quella delle grandi occasioni e la fila di gente che voleva partecipare o che desiderava semplicemente assistere all'evento si dipanava fino ai binari di Xezena Centrale, quando scesero dal treno anche Fratello Julius e Sorella Luna si ritrovarono coinvolti in quel trambusto, ma grazie alle loro capacità stavano riuscendo a non farsi trasportare verso lo stadio, ma ad andare nella direzione opposta.
- Fatemi passare per favore, devo andare a iscrivermi! -
La voce del tipo che urlava assomigliava tantissimo a quella di Arlòt, Fratello Julius prese la mano a Sorella Luna per fermarla e intanto cercava di capire da dove proveniva quella voce.
- Sono Libero Arlòt Budellazzi devo iscrivermi al Big Burp Battle, per favore lasciatemi passare! -
Sì, era proprio Arlòt ed era a pochi passi da loro, ma a separarli c'era un bel po' di gente.
- Arlòt! -
provò a chiamarlo Fratello Julius, ma Arlot era riuscito a farsi largo e ad avanzare tra la folla, non rendendosi conto che qualcuno lo stava chiamando.
Fratello Julius non ci pensò più di tre secondi e invitò Sorella Luna a seguirlo; si era reso necessario un cambio di programma, le conseguenze erano imprevedibili, ma bisognava assolutamente seguire Arlòt al torneo di rutti, glielo diceva l'intuito e l'intuito di un Monaco Sinc raramente prende delle cantonate.
Sorella Luna non aveva avuto lo stesso intuito però si fidava di quello del suo fratellone Monaco Sinc e senza indigio, anzi con una certa divertita curiosità, lo accompagnò.
Riuscirono ad arrivare appena in tempo prima che i cancelli fossero chiusi, gli unici posti ancora disponibili erano quelli sul prato, posti soggetti, quindi, a numerosi per non dire infiniti cambi di posizione per riuscire a vedere quello che stava succedendo sul palco. Il palco era come un ring posto al centro del campo da calcio, un corridoio transennato e controllato dal servizio d'ordine, lo univa agli spogliatoi.
Il presentatore si mostrò al pubblico, illuminato dall'occhio di bue, indossava un eccentrico smoking tutto cosparso di lustrini; ad accompagnarlo c'erano due prosperose miss dalla poca stoffa addosso.
- Signore e signori, benvenuti alla Big Burp Battle! -
un coro di urla e schiamazzi si levò per tutto lo stadio e subito dopo fu invitata ad accomodarsi sulle poltrone poste su un apposito palchetto la giuria che quell'anno era formata da un vescovo, da una parrucchiera e da un tacchino.
Allo squillo di tromba, il presentatore cominciò a chiamare col
proprio nome di battaglia i contendenti secondo l'ordine di iscrizione, mentre le due miss li omaggiavano con delle lattine magnum di birra, appena si presentavano sul palco. 
Il primo ad uscire dallo spogliatoio accompagnato dal boato dello stadio fu l'esperto Wyomig, poi fu la volta di Cloaca, l'unica donna in gara; a seguire si mostrò alla folla Tretenori, un cicciobomba dalle potenti doti rutto canore; al suo fianco si posizionò per ironica casualità il filiforme Grissino dalle insospettabili capacità, poi fu la volta di un tale sconosciuto a tutti, un tipo tracagnotto che si mostrò indossando una maschera nera da cerusico e per questo si presentò scegliendo come nome di battaglia Peste Nera, infine salì sul palco Arlòt.
La Big Burp Battle prevedeva tre discipline: potenza, durata, karaoke, nelle quali i contendenti si sfidavano a coppie. Per passare il turno bisognava prevalere almeno in due discipline; ad attendere i vincitori c'era la battaglia finale.
Le coppie erano state sorteggiate in gran segreto, poco prima di salire sul palco, dal presentatore stesso. La prima coppia ad affrontarsi per il rutto più potente fu quella che vedeva coinvolti Wyoming e Grissino, a prevalere fu l'esperienza del primo. 
La seconda coppia a sfidarsi fu quella che vide affrontarsi Peste Nera contro Tretenori: soprendendo tutti Peste Nera umiliò il pur potente Tretenori, con un rutto che rimbombò per diversi minuti nelle orecchie degli spettatori.
Per ultimi si sfidarono Cloaca e Arlòt e fu una sfida che la giuria tra gli applausi e le fischia dello stadio dovette decretare in perfetta parità causa l'astensione del tacchino.
Nella seconda serie di sfide i contendenti dovevano mostrare la loro capacità di far durare un rutto per il maggior tempo possibile.
Questa volta tra Wyoming e Grissino ad avere la meglio fu il
secondo, Peste Nera invece si confermò migliore di Tretenori anche nella durata, il suo rutto fu interrotto per aver superato il tempo limite.
La sfida per il rutto più duraturo tra Arlòt e Cloaca era particolarmente attesa dopo lo scontro di potenza finito in parità. Entrambe in passato avevano vinto dei tornei proprio grazie a questa disciplina. Chi tra i due avesse vinto metteva una seria ipoteca sulla possibilità di accedere alla battaglia finale. Arlò t ce la fece per pochi decimi di secondo, ricevendo sportivamente i complimenti da parte di Cloaca.
La terza serie di sfide era quella karaoke nella quale i contendenti dovevano ruttocantare un brano scelto a caso dalla giuria.
La sfida karaoke tra Wyoming e Grissino era una sfida decisiva per designare il primo finalista. Per sorteggio il primo ad esibirsi fu Grissino che ancora stremato dopo la vincente sfida di durata fece alcune stecche che vennero notate dalla giuria. Wyoming al contrario, fece un esibizione praticamente perfetta diventando così il primo ad andare a prepararsi per la battaglia finale.
La sfida tra Peste Nera e Tretenori al fine del torneo non aveva nessuna importanza, ma il regolamento prevedeva comunque che si fosse svolta. Tretenori si sentiva sicuro di poter lasciare un bel ricordo in quanto quella era la sua specialità. Si sbagliava, anche nel ruttocanto Peste Nera diede sfoggio di una classe sopraffina.
La decisiva sfida karaoke tra Cloaca e Arlòt poteva dire soltanto due cose, o vinceva Arlòt e allora sarebbe andato direttamente lui a sfidare Wyoming e Peste Nera nella battaglia finale, oppure, in caso di vittoria da parte di Cloaca, diventava necessario dar vita a una combinata, ovvero gli sfidanti avrebbero dovuto mostrare le loro doti ruttifere in potenza,durata e karaoke. Tutto insieme senza un secondo di pausa.
Arlòt riuscì a far bella mostra delle sue qualità ruttocanore, ma quella di Cloaca era proprio una bella ruttovoce che il tacchino non esitò a premiare col suo voto e con una coda a ruota, mandando i due contendenti alla combinata.
Cloaca e Arlòt furono invitati a rimanere sul palco, tutto il pubblico presente nello stadio era ammutolito. Cominciò Cloaca ruttocantando con tutta la potenza che aveva, ma la sua esibizione non durò oltre il minuto.
Arlòt avrebbe dovuto fare di meglio, ma mentre attendeva il suo turno chiedendosi se ne valeva la pena, fu in quel momento che notò tra il pubblico Fratello Julius. La vista del suo giovane amico gli diede lo stimolo per impegnarsi al massimo per accedere alla battaglia finale.



45

Già da un po' Fratello Julius aveva percepito che ci fosse qualcosa di sospetto nelle prestazioni di Peste Nera, decise quindi di cambiare posizione per avvicinarsi al palco e capire meglio cosa stava succedendo.
Nel muoversi ebbe la sensazione che tra il pubblico ci fossero anche gli altri pirati e per non farsi vedere si sollevò il cappuccio sulla testa.
- Quello con la maschera/ Non la racconta giusta/ Diamogli una scarica/ Vediamo se si aggiusta. -
Anche Sorella Luna aveva avuto la medesima sensazione di Fratello Julius e, affiancandosi a lui, anche lei aveva cominciato a utilizzare una delle capacità in dote ai Monaci Sinc, fare andare le cose per il verso giusto.
La battaglia finale stava per iniziare, al centro del palco si presentarono più carichi che mai Wyoming, il veterano di tutte le Big Burple Battle e con ogni probabilità quella sarebbe stata l'ultima occasione per riuscire a vincerla per la prima volta, Peste Nera, sorprendente rivelazione di quella sera e Arlòt ancora un po' provato dalla combinata.
Il presentatore invitò tutto il pubblico a recitare la conta per designare chi sarebbe stato il primo a incominciare mentre l'occhio di bue si accendeva e spegneva illuminando uno alla volta Wyoming, Peste Nera e Arlot.
- Sotto il ponte di Baracca, c'è Pierin che fa la cacca, la fa dura, dura, dura, il dottore la misura, la misura trentatrè, uno, due, tre, a iniziare tocca a te! -
L'occhio di bue restò illuminato su Wyoming; al secondo giro di conta il prescelto fu Arlòt che immediatamente cercò tra la folla Fratello Julius là dove l'aveva scorto qualche minuto prima, ma Fratello Julius si era spostato proprio alle sue spalle per concentrarsi sulla maschera di Peste Nera.
Wyoming andò a posizionarsi al centro del palco pronto a dare sfoggio della sua potenza ruttifera, mentre Arlòt girandosi per concentrarsi meglio, vide nuovamente Fratello Julius e al suo fianco un'altro Monaco Sinc.
Per lui fu una sorpresa capace di dargli lo stimolo giusto per mollare il rutto più potente che si era sentito fino a quel momento in tutta la serata. Il pubblico si alzò in una standing ovation che durò un minuto tondo tondo.
Al turno di Peste Nera tutti erano curiosi di vedere se sarebbe stato in grado di emettere un altro rutto potentissimo: lo fu ma non quanto quello di Arlòt. La giuria secondo il regolamento avrebbe dato il suo parere solo alla fine di tutte e tre le prove per cui tutto quanto appariva ancora incerto.
Nella prova di durata Wyoming diede il peggio di sè interropendo la sua prova dopo pochi secondi, per Arlòt non fu difficile fare meglio, ma anche a lui non andò benissimo.
Per Peste Nera quella era l'occasione per mettere una seria ipoteca sulla vittoria finale, ma qualcosa andò storto e anche quella volta la sua prestazione non fu all'altezza della precedente.
Diventava decisiva la prova karaoke; benchè in durata Wyoming
avesse fatto una pessima figura, per lui nulla era perduto, bastava aver la fortuna di dover ruttocantare su una base abbastanza semplice e per il resto darci di esperienza e quella a Wyoming non mancava.
La fortuna non fu benevola con Wyoming e anche l'esperienza non evitò quelle stecche che lo misero direttamente fuori gioco. Arlòt invece raccolse l'applauso di tutto lo stadio per essere sicuro di vincere. Peste Nera voleva mandare in delirio tutto lo stadio, quella era la sua intenzione quando avvicinò il becco della maschera da cerusico al microfono, ma dopo pochi secondi dal becco stesso cominciò a notarsi un po' di fumo. Per nasconderlo Peste Nera andò a coprirlo con le mani, ma nel farlo infilò una serie impressionante di stonature. Il pubblico cominciò a fischiare selvaggiamente e, travolto dall'umiliazione, Peste Nera scappò via confondendosi tra la gente e alla giuria non restò che decretare la vittoria nella Big Burp Battle ad Arlòt che come premio ricevette la riproduzione di una lattina di birra ammaccata ricoperta d'oro.
Ormai il pubblico presente al veccho stadio di Xezena era andato via, sul prato insieme a tutto quanto il rusco, Fratello Julius e Sorella Luna che si erano attardati a uscire notarono la maschera di Peste Nera.
Sorella Luna la prese in mano e rivolgendosi a Fratello Julius disse.
- Fratello guarda qua/Che strana roba ha. -
nel becco da cerusico si poteva notare un piccolo marchingegno ora sbruciacchiato, era facile intuire che il suo scopo fosse quello di creare in maniera artificiosa i rutti di Peste Nera.
Chi fosse in realtà Peste Nera. Fratello Julius lo capì subito avvicinandosi la maschera al volto, l'odore di chi l'aveva indossata. Era certamente quello di Torquato L'Unghiato.



46

La prima preoccupazione di Fratello Julius fu che dentro allo stadio ci fossero anche gli altri pirati, se la ciurma si riuniva sotto il comando di Torquato L'Unghiato ci sarebbe stato un grosso problema nella GRAN MADR. La seconda fu quella di andare a recuperare il suo amico Arlòt che stava ancora festeggiando la vittoria attorniato dal presentatore, dalle due miss, dagli altri concorrenti rimasti e, soprattutto, da una disinibita Cloaca che gli si era letteralmente avvinghiata addosso ricevendo le attenzioni di un Arlòt mezzo ubriaco per la quantità di birra scolata.
- Cosa fai?/ Vieni dai/ Non lo vedi siam nei guai/ Tanto tempo non ci resta/ Non andar fuori di testa. -
Pochi minuti dopo Arlòt era alla guida della sua auto diretto verso la casa dove Arlòt, Aziz e Teofània ancora non riuscivano a capacitarsi della sparizione della motonave.
- Hei! sono tornato. -
urlò Arlot brandendo festante il trofeo che aveva appena vinto a Xezena.
- Non indovinerete mai chi c'è insieme a me. -
continuò facendo un occhiolino d'intesa ai due Monaci Sinc;dentro la casa però tutto era silenzioso.
- Ma dove sono andati? -
Arlòt andò a cercarli al piano di sopra, era tardi.
- Magari, sono andati a dormire. -
pensò, ma i letti erano vuoti, sbirciò dalla finestra verso il cortile e non vide la sagoma della motonave,
- Non c'è più la motonave! Sono spariti tutti! -
urlò mentre si precipitava giù per le scale in preda al panico.
- Non c'è più niente, non c'è più nessuno. -
continuava a dire Arlot.
Fratello Julius per calmarlo gli mise una mano sul cuore, una sulla spalla destra e fece cenno a Sorella Luna di andare a vedere fuori in cortile,
- Sono qua/ Dormono mi sa. -
annunciò Sorella Luna affacciandosi alla porta.
- Teofània! Pafol! Aziz! -
chiamò Arlòt andando fuori di corsa.
Lo accolsero sbadigliando, con ancora gli occhi chiusi dal sonno, non si erano accorti che insieme ad Arlòt c'era Fratello Julius e Sorella Luna. - Guardate chi c'è. -
disse Arlòt indicando Fratello Julius e Sorella Luna,
- A vèg dopi. -
(Vedo doppio.)
pensò Aziz che non riusciva a inquadrare bene i due Monaci Sinc.
Gli abbracci reciproci che si scambiarono appena gli occhi furono aperti, lasciarono presto il posto alla preoccupazione per la presenza dei pirati nella GRAN MADR.
Tutti erano convinti che Torquato L'Unghiato e la sua ciurma fosse di nuovo compatta e che vagando per la GRAN MADR prima o poi sarebbero arrivati alla motonave, già la motonave, se ne stavano dimenticando,
- Ma la motonave dove l'avete nascosta? -
domandò incuriosito Arlòt.
- L’an gn'è piò. -
(Non c'è più.)
rispose Aziz dopo qualche secondo d'imbarazzo.
- L'è sparida, puff... -
(E' sparita, puff...)
continuò facendo il gesto con le mani di qualcosa che svanisce.
-Cosa? -
Arlòt non capiva quello che stava dicendo Aziz e cercò nello sguardo di Teofània e di Pafol una risposta più sensata.
Pafol taceva tenendo gli occhi bassi, Teofània disse:
- Ha ragione Aziz, la motonave è sparita improvvisamente dopo la pioggia che è durata fino a poche ore fa.
- Che pioggia? -
incalzò subito Arlòt e Teofània si mise a raccontare quanto accaduto.
- Quando ci siamo lasciati alla stazione di Labassa-Ialfunsè ho preso il Trenino che mi ha portato a Ravvegna e da lì ho preso la Corriera per scendere alla fermata che sta qualche centinaia di metri qua fuori; c'era il sole ed era un caldo boia, ma quando sono arrivata pioveva a dirotto, c'era una grossissima nuvola scura sopra la casa, una pioggia dritta che non smetteva mai. Quando l'altra notte ha smesso, la mattina dopo ci siano accorti che la motonave non c'era più e al suo posto c'era sontanto una pozza di fango, tanto profonda che Pavol quasi ci sprofondava dentro. -
- Davvero? -
questa volta la domanda era diretta dritta a Pafol che non potè far altro che confermare tutto quanto il racconto di Teofània.
Mentre Teofània stava raccontando a un esterefatto Arlòt e Pafol confermava parola per parola scossando su e giù la testa, Aziz, Fratello Julius e Sorella Luna erano usciti fuori e stavano osservando in silenzio la pozza di fango dove ci sarebbe dovuta essere la motonave,
- Vó aj capì caicvèl? -
(Voi ci capite qualcosa?)
a quella domanda Fratello Julius e Sorella Luna non sapevano cosa rispondere, poco dopo furono raggiunti dagli altri e insieme cominciarono a ragionare sul da farsi con ragionamenti inevitabilmente a vanvera.
Anche Fratello Julius e Sorella Luna si sentivano impotenti davanti a ciò che era successo.
- Come lo risolviamo questo probl...? -
Pafol non fece in tempo a finire la frase che dalla strada si sentì il suono del clacson bitonale di una corriera di montagna. Pochi istanti dopo apparve il nano Deusex Machina insieme a una comitiva di suoi parenti.
- Salve amici! ci pensiamo noi a risolvere il problema. -
In un batter d'occhio, senza aspettare alcun cenno da parte di Pafol, Deusex Machina e gli altri nani da giardino tirarono fuori dai pantaloni, vanghe, pale e secchielli e di buona lena, dandosi il ritmo con una delle loro solite canzoni, si misero ad asportare tutto il fango.
I nani toglievano il fango, scendevano in profondità e trovavano altro fango, lo toglievano e scendevano, lo toglievano e scendevano,
- Eccola! -
si sentì gridare Deusex Machina; i nani si misero a ripulire tutta la motonave dal fango che la copriva fino a riportarla al suo bel colore rosso.
Pafol, Aziz, Arlòt, Teofània, Fratello Julius e Sorella Luna non riuscirono a trattenersi da un fragoroso applauso all'indirizzo di tutti i nani da giardino che in poco tempo erano riusciti a riportare alla luce la motonave.
C'era però un problema, anzi c'erano due problemi, il primo era che la motonave ora si trovava sotto di loro qualche decina di metri e stava galleggiando su un fiume sotterraneo, il secondo erano i nani che nella foga di scavare si erano dimenticati di crearsi una via per risalire ed erano rimasti giù sulla motonave.
- Serve aiuto? -
domandò dall'alto Pafol, con un velo di soddisfazione pensando fosse giunto il momento di sdebitarsi per tutte le volte che Deusex Machina e i suoi parenti erano giunti in suo aiuto.
Dal basso, Deusex Machina si guardò intorno e così fecero tutti gli altri nani, poi in coro risposero:
- No! -
I nani si tuffarono nel fiume sparendo alla vista di chi stava in alto, solo Deusex Machina risalì in superficie per un attimo, quello per dire a Pafol e agli altri:
- Quando, non trovi una via di uscita prova a guardare dall'altra parte. -



47

Da un'altra parte, il Signor Budellazzi e Fratello Chj si trovavano alle prese con la realizzazione dell'elisir dell'ubiquità, una preparazione in parte simile a un normale bisò, che poi doveva essere ridotto fino a farne la dose esatta da riempire una fialetta ghiacciata, guarnita con polvere di fiore di zavagliona essiccato.
Tutto stava procedendo in maniera perfetta, quando furono interrotti dal suono del campanello,
- Ma chi sarà adesso? -
sboffonchiò il Signor Budellazzi.
- Stavi aspettando qualcuno? -
domandò senza distogliere lo sguardo dal paiolo ribollente, Fratello Chj.
- Ma no, a quest'ora poi? -
rispose il Signor Budellazzi, guardando l'orologio appeso alla parete sopra la porta.
Il campanello suonò nuovamente.
- Vado a vedere chi è che suona. -
disse con stizza il Signor Budellazzi. Alla porta si materializzò un tipo longilineo, elegantemente vestito di bianco dalla testa ai piedi che, senza dire una parola, prese a oscillare un candido orologio da taschino davanti agli occhi del Signor Budellazzi.
- Grazie, ma non compriamo niente. -
rispose il Signor Budellazzi, nell'atto di chiudere la porta. immediatamente si sentì nuovamente suonare alla porta.
- Ho detto che non compriamo niente, tanto meno paccottiglia come quella. -
ribadì il Signor Budellazzi, riaprendo la porta. L'uomo vestito di bianco, senza dire nulla, riprese a far oscillare l'orologio da
taschino davanti agli occhi del Signor Budellazzi che nel frattempo era stato raggiunto da Fratello Chj,
- Presto che è tardi! -
intervenì Fratello Chj dando la soluzione; l'uomo in bianco sorrise, ringraziò sollevando leggermente il cappello a cilindro che portava sulla testa e se ne andò.
-Cosa succede? -
domandò il Signor Budellazzi.
- Dobbiamo fare più in fretta, la motonave non può più aspettare. -
rispose Fratello Chj.
Tornati al lavoro, Fratello Chj invitò il Signor Budellazzi a fare esattamente tutto quello che faceva lui, così entrambi avvicinarono la mani al paiolo e come un mantra iniziarono a ripetere.
- Dai, dai, dai, dai, dai, … -
Il processo di realizzazione dell'elisir dell'ubiquità accelerò improvvisamente, Fratello Chj invitò il Signor Budellazzi ad andare a sminuzzare finemente il fiore di zavagliona essiccato fino a farne una povere con la quale guarnire la fialetta che precedentemente era stata messa a ghiacciare nel frizer, mentre lui continuava a mescolare con un lungo mestolo di legno, il vino che ormai era in piena ebollizione dentro al paiolo.
- Se hai fatto, passami quella candela là sopra. -
disse Fratello Chj al Signor Budellazzi indicando un moccolo di cera, posto sul bordo di una mensola impolverata. Il Signor Budellazzi prese la candela e la porse a Fratello Chj,
- Hai da accendere? -
Il Signor Budellazzi prese dalla tasca dei pantaloni una scatola di fiammiferi e la passò a Fratello Chj, il quale ne sfregò uno per dar fuoco allo stoppino della candela; una volta che la fiamma fu bella vivace, con un gesto veloce la accostò alla superficie del vino ribollente dentro al paiolo. In un istante l'incendio bruciò tutto l'alcool presente esalando tutto quanto il profumo di un buon bisò.
Fratello Chj e il Signor Budellazzi si trattennero dal riempire due gotti di ceramica, perché la ricetta dell'elisir dell'ubiquità non ammetteva distrazioni, tutto quanto doveva essere svolto secondo un preciso rituale e ora era giunto il momento di ridurre il bisò a pochi centilitri, esattamente quelli necessari a riempire la fialetta. Nel paiolo c'erano dieci litri di bisò e il processo di restrizione richiedeva parecchie ore, troppe.
Ci pensò Fratello Chj a far presto e questa volta lo fece da solo, invitando il Signor Budellazzi ad allontanarsi dal paiolo e raccomandandosi di non guardarlo.
Il rito segreto, fatto di gesti e parole comprensibili soltanto ai Monaci Sinc durò mezz'ora alla fine della quale del bisò presente dentro al paiolo era rimasto solo uno strato appena sufficiente a intingerci un'unghia.
- Ecco! Ci siamo, tira fuori dal frizer la fialetta. -
fu l'invito che Fratello Chj rivolse al Signor Budellazzi.
Ora bisognava fare molta attenzione, tutta la riduzione di bisò dentro al paiolo doveva essere versata all'interno della fialetta congelata, non ne doveva andare sprecata nemmeno una goccia.
Il Signor Budellazzi prese saldamente con le mani il paiolo e lentamente lo piegò verso Fratello Chj che reggeva la fialetta.
- Vieni, vieni, piano, piano. -
seguendo le indicazioni di Fratello Chj, il Signor Budellazzi piegava il paiolo fino a far cadere le gocce del bisò nell'imboccatura della fialetta. Immediatamente la polvere di fiore di zavagliona essicato che ornava la parete interna della fialetta, si sciolse formando un sottile filo di fumo violetto.
L'elisir dell'ubiquità era pronto ma Fratello Chj e il Signor
Budellazzi si erano dimenticati di scegliere chi tra loro due l'avrebbe dovuto bere; in verità Fratello Chj sapeva benissimo chi doveva farlo,
Da' qua, lo bevo io! -
disse il Signor Budellazzi,
- Sei sicuro? -
- Sì, ho voglia di vedere cosa sta facendo Libero. -
Fratello Chj gli porse la fialetta e il Signor Budellazzi senza tergiversare si piombò dritto in gola l'elisir dell'ubiquità.



48

L'effetto dell'elisir dell'ubiquità non tardò a manifestarsi, il Signor Budellazzi sentì sdoppiarsi ogni organo, ogni ossa, ogni muscolo, ogni vena, ogni nervo, ogni cellula, ogni parte del suo corpo; si rese conto di essere presente dentro al suo laboratorio nel BOSCO e di essere presente anche a la GRAN MADR, proprio davanti a una casa isolata.
Il Signor Budellazzi nel BOSCO non interagiva e non interferiva col Signor Budellazzi a la GRAN MADR e viceversa, ognuno ignorando completamente l'esistenza dell'altro se stesso.
Il Signor Budellazzi nel BOSCO come se avesse appena bevuto dell'acqua fresca propose all'amico Fratello Chj di andare a fare un giro, mentre l'altro Signor Budellazzi, quello che si trovava davanti a una casa isolata nella GRAN MADR accortosi che il cancello era appena accostato entrò perchè gli era parso di sentire delle voci, tra le quali anche quella di suo figlio Libero.
Girato l'angolo li vide tutti: Libero, Teofània, Pafol, Aziz, c'erano anche due Monaci Sinc e tutti quanti stavano guardando quella che a lui sembrava una buca.
- Hei, ragazzi! -
chiamò senza pensarci.
Arlòt, Pafol, Aziz, Teofània, Fratello Julius e Sorella Luna erano talmente presi dalla situazione che non prestarono attenzione a quel richiamo.
Lentamente il Signor Budellazzi si avvicinò al gruppo e appena vide la voragine non gli uscì nient'altro dalla bocca che uno stupito,
- Ma cos'è successo? -
Il primo a voltarsi fu proprio Arlòt
- Babbo, che cazzo ci fai qui? -
farfugliò vedendo il suo genitore,
- Signor Budellazzi? -
fu la reazione incredula di Teofània, Pafol e Aziz, mentre Fratello Julius e Sorella Luna rimasero a guardare in silenzio.
Il Signor Budellazzi non era in grado di rispondere, non sapeva nemmeno come era arrivato lì, certo nell'attimo prima di ingerire
l'elisir dell'ubiquità aveva espresso il desiderio di vedere cosa faceva suo figlio il quel momento, ma quello era il Signor Budellazzi nel BOSCO prima di bere l'elisir dell'ubiquità, questo Signor Budellazzi non ne sapeva assolutamente niente. A non saperne niente era anche il Signor Budellazzi che ora era in giro per il BOSCO insieme a Fratello Chj, di certo secondo suo figlio e anche secondo tutti gli altri, il Signor Budellazzi non poteva essere lì.
- La motonave? -
chiese improvvisamente il Signor Budellazzi
- L'è a là zo. -
(E' laggiù.)
disse Aziz indicando il fondo della voragine; il Signor Budellazzi allora si avvicinò al bordo e con stupore vide la motonave galleggiare su un fiume sotterraneo.
- Ma come c'è arrivata laggiù? -
domandò senza distogliere lo sguardo dalla motonave.
Erano talmente scossi da tutto quello che era accaduto in così breve tempo: la motonave giù in una voragine e il Signor Budellazzi che arriva inaspettatamente, che a nessuno riuscì di rispondere. Ci pensò Fratello Julius a indirizzare la situazione.
- Il tempo sta passando/ I pirati stan tornando/ Laggiù la motonave/ Non può più rimanere. -
A sentir nominare i pirati, tutti si dimenticarono dell'assurda presenza del Signor Budellazzi, Pafol cominciò a sudare freddo,
Teofània si strinse forte ad Arlòt e Aziz cercò di nascondere il disagio versandosi un'altro bicchiere di vino.
- Ragazzi! Bisogna andar giù a vedere se la motonave si può spostare da lì. -
disse il Signor Budellazzi facendo il giro attorno alla voragine.
- Da qua, venite a vedere, sembra che ci siano delle radici che arrivano fino in fondo e sbucano proprio davanti alla prua della motonave. -
Effettivamente, cambiando prospettiva, tutti quanti notarono delle grosse radici che scendendo dal lato in cui si trovava la casa, come se la casa stessa avesse le radici, arrivavano fino alla prua della motonave.
-Vado io! -
il primo ad offrirsi fu Arlòt, ma fu subito fermato da Aziz
- No, te t’ci tròp grös. - (No, tu sei troppo grosso)
poi prendendo il respiro si offrì lui stesso giustificando il fatto di essere alto e magro.
- No, Aziz non voglio che … -
prima che Pafol potesse concludere la frase, Sorella Luna si era già calata lungo la parete e aveva già mani e piedi sulle radici.
- Non pensarci su/Vado io/Vado giù. -
Sorella Luna era a metà della discesa quando perdendo l'equilibrio a causa di una radice molto scivolosa si trovò senza appiglio e cadde di schiena.
- Luna! -
Urlò Fratello Julius, mentre gli altri d'istinto si coprirono gli occhi con le mani
- Hei lassù/Sono giù
Sorella Luna, come una gatta si era rigirata a mezz'aria ed era atterrata agilmente sulla motonave.
- Tutto bene? -
- Sì sapevo che era un rischio/Però io poi me ne infischio/Sono Monaca Sinc vedi/Che io cado sempre in piedi. -
Sorella Luna confermò a quelli che stavano ai bordi della voragine che la motonave stava galleggiano placidamente sulle acque di un fiume sotterraneo che scorreva proprio sotto le fondamenta della casa; le radici ostruivano il passaggio, per questo la motonave non era ancora scivolata via. - Come facciamo a scendere giù? -
chiese Pafol. Sorella Luna rassicurò che le radici erano resistenti, ma bisognava fare attenzione perché alcune erano molto scivolose. Si fecero quindi coraggio a vicenda e lentamente cominciarono a calarsi.Per primo andò Pafol, seguito da Aziz, il terzo a scendere fu Arlòt pronto ad aiutare Teofània qualora avesse avuto bisogno, infine si calò giù verso la motonave il Signor Budellazzi.
Tutti erano riusciti ad arrivare sulla motonave, mancava soltanto Fratello Julius, ma il giovane Monaco Sinc aveva deciso di rimanere a guardia della casa. Il suo intuito gli diceva che a breve sarebbe arrivati i pirati e bisognava evitare che potessero scoprire il fiume sotterraneo.
Scostarono delicatamente le radici e la motonave cominciò a scivolare sull'acqua del fiume sotterraneo.



49

La poppa della motonave aveva appena fatto in tempo a oltrepassare le radici quando Fratello Julius percepì un rumore, come di moto smarmittate, avvicinarsi a forte velocità.
Con tutta calma andò verso il cancello e si fermò lì davanti in attesa, col cappuccio arancione sollevato sulla testa.
L'orda dei pirati arrivò sollevando un polverone impenetrabile, tra urla sguaiate, colpi di clacson, sgasate a ripetizione, Fratello Julius rimase immobile dietro al cancello, con lo sguardo fisso e il sorriso di chi ha totalmente la situazione sottocontrollo o almeno fa in maniera di dare quella impressione.
Riconobbe Squalo, Sgrunz, Kabul, Magilla, Turiddu, Tartaja, i Gemelli Banzaj; c'era anche il vecchio Spugna seduto su una motoretta per disabili, ma mancava Torquato L'Unghiato. Senza il capo a dare gli ordini, i pirati diventavano del tutto imprevedibili.
Fratello Julius ponderò rapidamente tutte le mosse da fare: attendere agendo di reazione sfoderando tutta l'abilità che possedeva nell'eseguire la mossa col quale aveva reso innocuo Torquato L'Unghiato, oppure prendere l'iniziativa rivelandosi ai pirati, confidando nell'effetto sorpresa.
Scelse l'effetto sorpresa, prese il cappuccio con le mani e se lo fece scivolare sulla schiena
- Hei ragazzi, che sorpresa/Che ci fate sulla strada/Voi non mi riconoscete/Ma anch'io ero un pirata. -
la reazione dei pirati non tardò molto, immediatamente tacquero e spensero i motori, soltanto Spugna continuava a stringere ripetutamente la trombetta sul manubrio della sua carrozzina motorizzata; in un attacco di demenza senile non si era reso conto di quello che stava accadendo.
- Julius? -
domandarono e si domandarono in coro i pirati.
- Fratello Julius. -
rispose il Monaco Sinc.
Julius! C'è Julius! Julius si è fatto Monaco Sinc! -
l'allegra reazione dei pirati, con tanto di festosa suonata di clacson
andò oltre le migliori aspettative di Fratello Julius che non esitò ad aprire il cancello e ad andare incontro ai suoi vecchi compagni di pirateria.
Come ai vecchi tempi i gemelli Banzaj lo innalzarono sulle spalle del gigante Magilla, mentre Kabul, Turiddu e Tartaja gli danzavano allegramente intorno; Sgrunz esibì la smorfia che, normalizzando lievemente quel suo sguardo da gargoile, era servita per quietare il piccolo Julius quando si metteva a piangere.
Nel frattempo Squalo raccontava a Spugna quello che stava accadendo.
- Julius, dov'è il piccolo Julius? Voglio toccarlo. -
chiedeva Spugna a Squalo, con gli occhi umidi dalla commozione.
- Spugna vuole toccarti. vieni -
Squalo chiamò Fratello Julius allungando le sue braccia per farlo scendere dalle spalle di Magilla.
Fratello Julius si avvicinò a Spugna che con mani incerte cominciò ad accarezzarlo come per leggere un alfabeto braille.
- Sei proprio tu, Julius? -
sussurrava il vecchio Spugna.
- Adesso si chiama Fratello Julius, è diventato un Monaco Sinc. -
intervenne Squalo che non aveva smesso di stare a fianco di Spugna.
- Oh! Davvero? -
- Davvero Spugna/ Pirata ubriacone/ Ma tu chiamami Julius/ Per tequesto è il mio nome. -
Spugna allungò le braccia verso il collo di Fratello Julius.
- Fatti abbracciare, Julius. -
Il più vecchio e quello che era stato il più giovane dei pirati restarono per un po' abbracciati in silenzio, mentre gli altri pirati aspettavano per ricominciare a festeggiare rumorosamente.
A tutta la scena stava assistendo da qualche minuto un uomo a bordo di un'auto di grossa cilindrata; passava da quelle parti e si era fermato pochi metri più avanti, incuriosito da quel che stava accadendo.
L'uomo scese dalla macchina e si avvicinò sicuro alla comitiva, era di robusta costituzione, indossava una giacca argentata e un cappello a falde larghe in testa a coprire una rasatura totale; gli occhi erano nascosti da un paio di occhiali con le lenti oscurate.
- Buona giornata Signori! il mio nome è Steve Pelloni, Amministratore Delegato di tutta quanta ‘sta baracca. -
presentandosi fece un ampio cenno con la mano indicando tutto il paesaggio circostante,
- Sto proprio cercando un gruppo di persone intraprendenti, piene di entusiasmo, gente con dello sbuzzo, per realizzare una roba straordinaria e voi siete proprio i tipi giusti, ve lo dico io che di queste robe me ne intendo. -
Steve Pelloni proseguì il suo discorso distribuendo ai presenti i suoi biglietti da visita.
- Non esitate a contattarmi! -
salì nuovamente sulla sua automobile viaggiando verso sud.
Fratello Julius e i nove pirati rimasero lì a guardare Steve Pelloni allontanarsi e a rigirarsi tra le mani i biglietti da visita.
- Oi, ppperò … -
esordì Tartaja
- Iiio mmmi sssarei aaanche rrrotto dddi fffare iiil pppirata. -
- Anche me! -
aggiunse Magilla, cercando approvazione nelle espressioni degli amici pirati.
Sgrunz grugnì che a lui non piaceva più fare il pirata, lo stesso pensiero lo fecero intendere all'unisono i Gemelli Banzaj gettando a terra tutte le armi ninja nascoste nei loro kimono e facendo il saluto di commiato.
Kabul scaraventò la sua scimitarra nel fosso accompagnando il lancio con un zaghroutah, mentre Turiddu sparò in aria le ultime pallottole della sua carriera da pirata.
Più indeciso a smetterla col fare il pirata apparve Squalo; gli altri erano nati pirati, lui lo era diventato per fame dopo un'infanzia vissuto nell'indigenza.
- Spugna, cosa dici di fare? -
- Fare cosa, Squalo? -
Spugna che mezzo cieco e mezzo sordo non aveva ben inteso quello che stava succedendo.
- Smettere di fare i pirati, Spugna. -
- Oh beh, quanto vuoi che io possa durare ancora a fare delle scorribande così come sono messo? Se posso andare in pensione ci vado ben volentieri. -
- Allora smetto anch'io, però rimaniamo insieme vero? -
domandò Squalo a tutti.
- Dovete stare insieme/ Vedrete che vi piace/ Passar dal male al bene/ Sarà molto efficace. -
Fratello Julius rallegrato della redenzione dei suoi vecchi compagni, li esortò a intraprendere la nuova vita che Steve Pelloni gli aveva prospettato.
Un po' a malincuore non lì seguì perché lui la pirateria l'aveva
abbandonata già da tempo ed ora era un Monaco Sinc, non poteva essere nient'altro.



50

Il Signor Budellazzi e Fratello Chj stavano rincasando dalla passeggiata, nel tragitto avevano chiacchierato del più e del meno, trovandosi d'accordo su gran parte degli argomenti sciorinati alternativamente e in particolare sul clima che, nel BOSCO, era decisamente migliore che nella GRAN MADR.
Solo quando furono rientrati in casa, Fratello Chj decise che era arrivato il momento di chiedere al Signor Budellazzi se si sentisse bene,
- Sì, che sto bene, abito in una bella casa insieme a una moglie amorevole, vivo in uno dei posti più tranquilli che ci siano, non mi sono mai sentito così bene di salute, ma perché me lo chiedi? -
Fratello Chj indugiò un attimo prima di rispondere, aveva notato che durante tutta la passeggiata il Signor Budellazzi non aveva mai fatto cenno a suo figlio al quale era molto legato.
- No, niente, così, curiosità di un vecchio Monaco Sinc. -
Poi, dopo una pausa durante la quale cercò di trovare le parole giuste, riprese a fare domande al Signor Budellazzi.
- E tuo figlio? La Ferramenta adesso la gestisce lui, immagino. -
il silenzio e lo sguardo ebete del Signor Budellazzi come risposta, rivelò ciò che Fratello Chj sospettava: come effetto collaterale prodotto dall'elisir dell'ubiquità, non solo il corpo si scindeva in due corpi ben distinti e distanti, ma anche l'anima si divideva allo stesso modo, così ciò che provava l'una, i sentimenti, le preoccupazioni, le sensazioni, l'altra non era in grado di provarli più.
Se questo Signor Budellazzi non aveva reagito a una domanda sul proprio figlio, poteva significare soltanto una cosa: non aveva un figlio, per l'assurdo e allo stesso semplice fatto che ad avere un figlio era l'altro Signor Budellazzi.
Resosi conto della situazione Fratello Chj scelse di non insistere sull'argomento e spostò la chiacchierata verso argomenti più consoni al Signor Budellazzi lì presente.
Ora, pensava tra sé e sé, si trattava soltanto di attendere che l'effetto procurato dall'elisir dell'ubiquità svanisse, ma quanto poteva durare l'attesa? Ore? Giorni? Per sempre? Non si sapeva.
Ecco, se l'effetto dell'elisir dell'ubiquità non aveva scadenza, poteva essere un bel casino: cosa sarebbe potuto accadere, per esempio, se un giorno i due Signor Budellazzi si fossero incontrati?
E se uno dei due Signor Budellazzi avesse ingerito nuovamente l'elisir dell'ubiquità? Quanti Signor Budellazzi sarebbero potuti esistere? Per fortuna era una cosa praticamente impossibile. Per quanto fosse abbastanza semplice ottenere la riduzione di bisò, la polvere di fiore di zavagliona era altamente difficile da ottenere trattandosi di una pianta rarissima.
Confortato da quest'ultima considerazione, Fratello Chj pensò che era giunto il momento di lasciare il BOSCO, la sua presenza lì ormai non era più necessaria.
- Senti Gisto, io me ne andrei. -
- Di già? Non ti fermi nemmeno a cena? -
Fratello Chj, valutò l'opportunità di fermarsi per un'ultima cena insieme al suo amico e a quella brava cuoca di sua moglie.
- Ma sì, resto a cena poi però vado, ho da sbrigare un po' di cose -
Il Signor Budellazzi rinfrancato dalla decisione di Fratello Chj si affacciò sul corridoio e urlò a Lice di preparare la cena.
- Lice! Fratello Chj rimane a cena. -
La cena preparata quella sera dalla Lice fu come al solito abbondante e saporita.
- I miei complimenti alla cuoca. -
commentò Fratello Chj asciugandosi la bocca con il tovagliolo.
Lice accolse i complimenti con un sorriso d'orgoglio.
- Un caffé, un amaro? -
- A questo punto abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno; prendo un caffè e un amaro, se è possibile. -
Il Signor Budellazzi, mentre Lice era andata in cucina per mettere su la moka per i caffè, si alzò per andare a prendere dal mobile dei liquori, un po' di bottiglie con i bicchierini adatti.
- Allora, hai proprio deciso di andare? -
- Sì Gisto, è ora che vada. -
confermò Fratello Chj.
- Ci rivedremo presto però, non far mica passare tutti questi anni. -
- Contaci Gisto. -
rispose Fratello Chj mentre pensava che andava via proprio per incontrare l'altro Signor Budellazzi.
I due vecchi amici sorseggiarono insieme per l'ultima volta caffè e amaro, poi Fratello Chj andò a salutare Lice che si era trattenuta in cucina a sistemare.
Uscito dalla casa, mise le mani in tasca e tirò fuori il blister con la pillola rossa e la pillola blu, si guardò intorno per assicurarsi che non ci fosse nessuno presente e le ingerì contemporaneamente, probabilmente non sarebbe mai più tornato nel BOSCO, però era meglio lasciare quella porta sempre aperta.
Si ritrovò come previsto sotto il Ponte delle Bambocce, andò alla cabina telefonica più vicina, alzò la cornetta e digitò il numero che aveva scritto su un foglietto tutto spiegazzato.
- Ciao, vediamoci alla spiaggia libera tra Ravvegna e Aremina. -



51

In ordinata fila indiana, con a capo Spugna che dava l'andatura, gli ex pirati percorrevano le strade della GRAN MADR; meta del loro viaggiare era incontrarsi con l'Amministratore Delegato Steve Pelloni, che li attendeva nella suite del Grand Hotel di Aremina dove aveva sede uno dei suoi sette uffici.
Steve Pelloni, per quella sera aveva un solo e unico progetto, scoparsi l'ennesima turista che aveva deciso di svernare sulle spiagge sud della GRAN MADR. Non si aspettava di certo che quegli scalmanati che aveva incontrato sulla strada si presentassero puntuali, dieci minuti prima dell'ora di cena, cena rigorosamente a lume di candela, soltanto per due.
Steve Pelloni stava in piedi con impaziente attesa davanti alla grande vetrata dietro alla sua scrivania; sapeva che la fortunata era stata prelevata pochi minuti prima e che a breve sarebbe giunta davanti alla sua porta. Un timido toc toc e lui le avrebbe aperto la sua stanza della felicità, l'avrebbe fatta sedere a tavola e con modi romantici ma decisi l'avrebbe sedotta fino a portarsela a letto.
Toc toc.
Steve Pelloni, si sistemò rapidamente la giacca e andò ad aprire elegantemente la porta, sicuro di trovarsi di fronte la sensuale bionda che aveva invitato qualche giorno prima.
- Avanti, -
Si ritrovò di fronte le faccie sudicie di Spugna, Squalo, Sgrunz, Magilla, Kabul, Tartaja, Turiddu e dei Gemelli Banzaj. A far da portavoce fu Squalo.
- Buonasera Signor Amministratore Delegato, saremmo venuti qui per quel lavoro che c'ha offerto oggi. -
- Ma che caz ...Benvenuti! Prego, accomodatevi. -
Appena entrati gli ex pirati, Steve Pelloni si chiuse la porta dietro le spalle; tutto quanto il suo progetto serale era improvvisamente andato a farsi friggere, ma pur di non mandare completamente a monte la serata, approfittò dell'occasione per illustrare ciò a cui stava pensando da un po' di tempo.
- Ssstava aaaspettando qqqualcuno? -
chiese Tartaja educatamente, notando la tavola imbandita,
- No, no è soltanto per una frugale cena di lavoro, che posso tranquillamente rimandare. -
- Cazzo, cazzo, cazzo! -
pensò tra i denti Steve Pelloni rammaricandosi di ciò che non sarebbe potuto più accadere quella sera.
- Accomodatevi prego -
Steve Pelloni andò a posizionarsi dietro la sua scrivania, metre gli expirati andarono a sedersi con qualche difficoltà dovute alla conformazione delle stesse sulle poltrone e sul divano poste di fronte.
- Allora, signori miei. -
Steve Pelloni, prima di proseguire si accese il sigaro, un rito che era abituato a fare ogni volta che cominciava una riunione,
- Io sono alla ricerca di un gruppo di persone coese, capaci e intraprendenti a cui affidare un compito molto particolare. -
Fece una pausa per vedere le reazioni dei presenti, poi riprese.
Un compito molto particolare che potrà dare una svolta positiva, anche e soprattutto dal punto di vista socioeconomicoculturale. -
altra pausa per monitorare l'attenzione,
- Ma non soltanto, questa attività che vi andrò ad illustrare ha certamente anche un fine filantropico, oserei affermare. -
Steve Pelloni dispiegò sulla scrivania una cartina della GRAN MADR.
- Avvicinatevi prego. -
Gli ex pirati si alzarono e si avvicinarono alla scrivania; con il dito Steve Pelloni indicò un punto sulla cartina, un punto in mare aperto.
- Qui, qui signori miei è dove si andrà a fare la storia. -
Sotto al polpastrello appoggiato sulla cartina c'era una X disegnata a pennarello che copriva parzialmente un minuscolo triangolo
Proprio lì, si trovava L'isolata, un'isola artificiale costruita moltissimo tempo fa da una civiltà ormai scomparsa, L'Isolata, che ora sarebbe dovuta essere ridotta a un ammasso di ferro arrugginito e di legno marcio, se non addirittura completamente distrutta e sommersa dal mare, incredibilmente appariva ancora nel suo pieno splendore. Questo, secondo una leggenda a cui Steve Pelloni intendeva dare credito, era dovuta a una energia illimitata la cui origine risultava ancora misteriosa.
Secondo la visione dell'Amministratore Delegato, scoprire la fonte di tale energia illimitata, poteva risolvere tanti di quei problemi nella GRAN MADR.
- Prima però ... -
proseguì Steve Pelloni togliendo il dito dalla cartina.
- Prima servono i soldi per finanziare le ricerche. Per questo ho pensato all'organizzazione di uno spettacolo d'arte varia itinerante da svolgere nelle principali piazze, ingresso ovviamente a offerta libera che così la gente ci viene senza tanti pensieri e con tanto di stand gastronomico annesso che così alla gente viene ancor più voglia di venirci perchè si mangia anche. Ovviamente roba abbondante e genuina del posto, con vino e birra a fiumi, che non badiamo mica a spese quando c'è da far baldoria noi qua nella GRAN MADR. -
Gli ex pirati continuavano ad ascoltare attentamente pur non
capendoci sostanzialmente niente.
- Ecco, quello che serve sono volontari come voi per mettere su questo spettacolo d'arte varia itinerante con stand gastronomico annesso, è inutile che vi dica che soldi non ce ne sono e, se ce ne fossero, servono appunto per tutte le cose che ci sono da fare, ma un piatto e un bicchiere di vino per ciascuno di voi, come è vero che mi chiamo Steve Pelloni e sono l'Amministratore Delegato della GRAN MADR quelli ah beh! Ci sono. - - Possiamo pensarci un'attimo? -
- Tutto il tempo che volete. -
Gli ex pirati si fecero due conti in tasca, racimolando tre monete e mezzo più una rondella di plastica buona soltanto da infilare nei carrelli della spesa.
- Accettiamo, quando si comincia? -
- Anche da subito, io pensavo che sarebbe il caso di partire proprio da qua, da Aremina, avete già delle idee? -
Gli ex pirati non avevano la minima idea di quello che potevano fare, ma la prospettiva di poter mettere qualcosa sotto i denti li indusse a elucubrare qualcosa.
- Per adesso no, ma ci stiamo già pensando. -
- Mi fido di voi, e per adesso grazie e arrivederci. -
Furono le ultime parole di Steve Pelloni mentre accompagnava alla porta i suoi interlocutori.
-Oh, finalmente! -
Steve Pelloni si stravaccò sulla poltrona appena deformata da Magilla e si versò un bicchiere abbondante di un superalcolico a caso e lo sorseggiò con tutta tranquillità mentre osservava le luci notturne di là dal vetro.
La serata non era poi andata così male.



52

La motonave scivolava lentamente, trascinata dalla corrente del fiume sotterraneo, attorno c'era un buio inimmaginabile e un silenzio carico di mistero; nessuno aveva il coraggio di fiatare, la frequenza dei battiti cardiaci era l'unica testimonianza di quanta ansia fosse lì presente, solo Sorella Luna che stava seduta a gambe incrociate sulla prua della motonave, aveva il sorriso di un'attesa un po' incosciente, mentre gli altri erano tutti rannicchiati a poppa.
Ognuno, in attesa di un futuro sotto forma di una qualche specie di luce o di un qualsiasi rumore che tardava ad arrivare, si era messo a fare i conti col proprio passato.
Arlòt e Teofània istintivamente si tenevano per mano e, più che a far conti coi rispettivi passati remoti, Teofània in particolare preferiva non andare molto in là con i ricordi, si erano messi a ripensare a quello che era capitato negli ultimi tempi, a quanto avevano sentito la mancanza l'uno dell'altra, alla paura di perdersi e di non ritrovarsi più.
Aziz, che di passato coi quali fare i conti ne aveva un bel po', tornando a quei momenti in cui suonava il violino nelle piazze della GRAN MADR, pensò che quello era ciò che sapeva fare e nonostante tutto quanto gli era capitato, suonare il violino nelle piazze della GRAN MADR era ciò che voleva fare.
Pafol si rese conto che tutto quello che gli era capitato era stato per caso: per caso quando si ritrovò da solo sulla Dolcinia in seguito alla battaglia dei Mille Fichi; per caso quando la tromba d'acqua trasportò lontano da Saint'Arembage il galeone dei pirati sul quale si trovavano insieme a Julius; per caso o giù di lì, ogni volta era arrivato il nano Deusex Machina a toglierlo dai guai; per caso un mucchio di altre cose che gli erano capitate, o forse no, niente era stato per caso: qualcuno stava ricalcando un disegno ben definito
e lui era soltanto la punta della matita.
Adesso di là da questo buio e da questo silenzio cosa lo aspettava?
Per il Signor Budellazzi quei momenti furono molto tormentati, sapeva che da qualche parte lì, oltre al buio e al silenzio,sulla motonave c'era suo figlio Libero, ma un pensiero cominciò a ronzargli per la testa.
- Se ho un figlio ho anche una moglie, una compagna, un'amica del cuore? -
Gisto, quel Gisto si era completamente dimenticato di Lice, quindi cominciò a cercare tra i suoi ricordi che presto lo portarono dietro al bancone della Ferramenta Budellazzi e poi giù nel laboratorio, ricordò il giorno in cui arrivarono Pafol, Julius e Aziz e le risate notturne al ritorno a casa di Libero dopo uno dei tanti tornei di rutti.
Nei suoi ricordi però c'erano dei grandi vuoti, quelli nei quali c'era Lice, soprattutto quelli con Lice nel BOSCO, che non poteva ricordare perché erano ricordi rimasti all'altro Signor Budellazzi.
- Eppure deve esserci qua
Con questo tormento il Signor Bulcos'altro nel mio passato. -
Continuava a rimuginare il Signor Budellazzi, sfregandosi le dita, soprattutto l'anulare sinistro attorno al quale c'era un anello che non riusciva a motivare.dellazzi passò tutto il tempo trascorso mentre la motonave scivolava lenta trasportata dalla corrente del fiume
sotterraneo; un tormento che gli cagionò un peggioramento repentino della salute.



53

Nel frattempo, Fratello Chj e Fratello Julius si erano dati appuntamente alla spiaggia libera tra Ravvegna e Aremina, ma prima Fratello Chj fece una piccola deviazione recandosi al Grand Hotel per parlare a Steve Pelloni.
Steve Pelloni pur essendo un uomo dalle maniere piuttosto mondane, non disdegnava affatto, anzi provava un profondo rispetto verso gli uomini spirituali come lo erano i Monaci Sinc; in particolare verso Fratello Chj che andava a trovare almeno una volta al mese da quando era diventato il suo personale confidente.
Questa volta però non era Steve Pelloni ad aver bisogno di confidarsi con Fratello Chj, ma era il Monaco Sinc a dover chiedere un favore all'Amministratore Delegato della GRAN MADR.
Fratello Chj giunto alla reception del Grand Hotel si fece annunciare e subito venne accolto da Steve Pelloni con grande entusiasmo.
- Fratello Chj, a cosa debbo questa visita? -
- Vedi Steve, in tutti questi anni sei stato tu a venire da me per confidarmi i tuoi dubbi, per chiedermi dei consigli e io per te ci sono sempre stato cercando di darti le risposte migliori per te e per il tuo lavoro, questa volta sono io che ho bisogno. -
Steve Pelloni preso alla sprovvista dall'inaspettata visita, non riusciva proprio a immaginare quale potesse essere il motivo per il quale Fratello Chj aveva bisogno di lui.
- Volentieri Fratello Chj, ma cosa posso fare io? -
Fratello Chj sapeva bene cosa voleva dall'Amministratore Delegato della GRAN MADR e senza tanti giri di parole andò subito al sodo della questione. Era sicuro, si trattava di una buona idea, mancava soltanto una cosa per realizzarla, l'assenso da parte sua.
Steve Pelloni si fidava ciecamente di Fratello Chj e per quanto l'idea gli parve bizzarra, non esitò un attimo a dirsi disponibile, ma lo invitò ad andare subito insieme a lui al podere dove si stavano preparando gli expirati, per comunicare il cambio di programma.
Gli expirati avevano scelto come luogo dove dedicarsi alla preparazione dello spettacolo per finanziare le ricerche a L'Isolata, un vecchio podere nelle colline tra Livvì e Fiordargilla, abitato tempo addietro da una comunità di sagratori, gente dedita all'organizzazione di sagre paesane. Lì, benchè un po' malmesso, avevano trovato tutto quello che occorreva.
Agli expirati non mancava certamente l'entusiasmo per affrontare quella situazione, purtroppo ciò di cui difettavano era l'organizzazione e soprattutto la disciplina; non capitava più che si mettessero a litigare o tantomeno a menarsi violentemente tra di loro, però divagavano frequentemente perdendosi tra battute e scherzi reciproci, così che gira e rigira alla fine della giornata non avevano combinato un bel niente.
Steve Pelloni e Fratello Chj si resero conto della situazione appena arrivarono al vecchio podere, gli expirati erano impegnati in una battaglia di gavettoni benché la giornata non fosse delle più torride.
Uno dei gavettoni lanciati da Tartaja, il cecchino della compagnia, diretto ai Gemelli Banzaj, i più veloci a muoversi, colpì il parabrezza dell'auto di Steve Pelloni che inchiodò di colpo, uscendo fuori come una furia,
- Oooh! -
A Steve Pelloni gli si poteva toccare tutto, ma non la sua autombile che faceva lavare e lucidare tutte le settimane.
Immediatamente tutti gli expirati rimasero di ghiaccio, era dai tempi delle scorribande che non sentivano un rugghio del genere, di solito era di Torquato L'Unghiato quando veniva disturbato a
sproposito durante la pennichella del dopo pranzo.
Bastò l'intervento di Fratello Chj per calmare la scena.
- Come va ragazzi? -
Gli expirati cercarono di ricomporsi e simulare goffamente una situazione in cui tutto procedeva ottimamente.
- Benissimo! -
A questo punto Steve Pelloni cominciò a declamare quanto la situazione si fosse evoluta e in questo trovò in Fratello Chj un eccellente alleato.
Invece di lamentarsi degli inesistenti progressi fatti dagli expirati nella preparazione degli spettacoli per finanziare le ricerche sull'isola artificiale, si mostrò comprensivo addossandosi tutta la colpa per aver appioppato un compito così gravoso e al di sopra delle loro, pur notevoli, capacità.
Fratello Chj rincarò la dose elogiando la buona volontà degli expirati, una buona volontà che andava assolutamente premiata e per questo.
- Sappiamo che non saprete rinunciare alla proposta che vi stiamo per fare. -
Effettivamente gli expirati accolsero con un entusiasmo sfrenato la proposta offerta: si trattava di tornare a fare qualcosa che conoscevano molto bene, ora dovevano solamente aspettare che gli fosse comunicato quando ricominciare.



54

Il buio attorno alla motonave lentamente cominciò a farsi chiarore, iniziò a udirsi un lieve sciabordio e le sagome piano piano divennero sempre più nitide.
La prima a rendersene conto fu Sorella Luna che alzatasi in piedi si rivolse ai suoi compagni di viaggio ancora sommersi nei loro ricordi.
- Ci siamo! -
ormai disabituati alla luce e a qualsiasi rumore, Pafol, Aziz, Arlòt e Teofània si sentirono talmente disorientati e a disagio che per istinto chiusero gli occhi e si tapparono le orecchie.
- Che succede? -
chiesero spaventati, Sorella Luna li esortò ad aprire gli occhi.
- Guardate! Il mare! -
Il mare, eccolo finalmente, il fiume sotterraneo era emerso nei pressi di una spiaggia libera tra l'estremità sud di Ravvegna e quella nord di Aremina, là dove l'abitato della GRAN MADR abbandonava la costa, lasciando una zona relativamente incontaminata protetta da dune di sabbia e una vasta pineta. Incuriositi seppur titubanti i passeggeri della motonave aprirono gli occhi, ad attenderli sulla sabbia c'era Fratello Julius con una grande sacca vicino ai piedi e, arrivato appena in tempo dalla chiacchierata con gli expirati, anche Fratello Chj, mentre Steve Pelloni era rimasto ad attendere in auto ai margini della pineta.
La prima a scendere dalla motonave, così com'era stata la prima a salirci, fu Sorella Luna che corse ad abbracciare suo fratello.
- Sorellina sei tornata/ Dimmi un po'/ Com'è andata? -
- Fratellone, è stata dura/ C'era un buio da paura/ Un silenzio da spavento/ Il mio cuore ora è contento. -
Fratello Julius, mise mano alla sacca e rovistandoci dentro con le mani tirò fuori un piccolo oggetto e lo donò a Sorella Luna.
- Tieni Luna ‘sto regalo/ Fanne l'uso a te più caro. -
Sorella Luna accolse sul palmo della mano il piccolo cristallo che Fratello Julius le stava porgendo e immediatamente se la portò al petto, poi corse ad abbracciare Fratello Chj.
Il secondo a scendere dalla motonave fu Aziz, che guardandosi intorno, continuava a ripetere
- Fati robi, fati robi, … - (che robe, che robe, ...)
e mentre si girava intorno, indeciso da che parte andare, fu Fratello Julius ad andargli incontro; fu un lungo abbraccio tra i due al quale si aggiunse anche Pafol che nel frattempo era sceso dalla motonave. Fratello Julius nella sacca aveva dei doni anche per i suoi vecchi amici, - Pafol mio caro amico/ Sono sicuro in ciò che dico/ Questo dono ti do in mano/ Sia per te un talismano. -
Nella scatola di legno che Fratello Julius donò a Pafol, c'era una pipa caratina finemente intarsiata, Pafol con gli occhi lucidi dall'emozione se la mise immediatamente tra le labbra facendo finta di assaporare l'aroma del tabacco incendiato.
Ad Aziz che era rimasto compiaciuto della felicità di Pafol nel ricevere la pipa, Fratello Julius donò ciò che di più prezioso poteva esistere per quel vecchio musicista, un violino nuovo di pacca.
Aziz appena vide uscire dalla sacca la sagoma inconfondibile dello strumento ad arco, scoppiò in un pianto di sincera felicità, lo prese in mano e cominciò a suonare un'allegro motivetto saltellando qua e là come un grillo.
- Caro Arlòt, Teofània Cara/ Una cosa già vi è chiara/ Voi starete sempre insieme/ Questo cuore vi appartiene -
dalla sacca ormai vuota, Fratello Julius prese la scatola di un puzzle tridimensionale, la figura da costruire era proprio quella di un cuore.
Arlòt e Teofània furono molto felici per il dono ricevuto e abbracciarono affettuosamente Fratello Julius.
Il primo a voltarsi indietro verso la motonave fu Arlòt, erano passati già alcuni minuti e suo babbo non era ancora sceso.
- Babbo ?! -
Il Signor Budellazzi non rispondeva e Arlòt cominciò a preoccuparsi
- Babbo, ci sei ?! -
Ancora niente e allora Arlòt lasciò la mano di Teofània che per tutto quel tempo non aveva mai smesso di stringere e si incamminò verso la motonave con passo svelto.
- Fermati! Vado io. -
Fratello Chj che aveva capito ciò che stava accadendo, raggiunse Arlòt e appoggiandogli una mano sulla spalla lo bloccò proseguendo verso la motonave. - Credimi, è meglio se vado io, -
disse, ancora rivolgendosi ad Arlòt mentre si stava accingendo a salire sulla motonave.
Quando Fratello Chj riuscì a raggiungerlo Il Signor Budellazzi era ormai completamente privo di forza, con l'anello tra le dita, sussurrava flebilmente.
- Lice? Lice, amore mio, dove sei? -
Fratello Chj si rese subito conto che ormai non c'era più tempo per il Signor Budellazzi, l'effetto dell'elisir dell'ubiquità stava per svanire e insieme a lui anche Il Signor Budellazzi, quello lì, perché quell'altro nel BOSCO probabilmente stava godendo ancora di ottima salute e presto sarebbe ritornato ad essere l'unico Signor Budellazzi, con un corpo e un anima unici.
Senza parlare Fratello Chj appoggià le sua mani sulla testa del Signor Budellazzi accompagnandolo dolcemente nella sua sparizione.
A sparizione del Signor Budellazzi avvenuta, Fratello Chj si accinse a scendere dalla motonave sotto la quale nel frattempo si era formato un capannello, vedendo scendere Fratello Chj da solo, tutti si voltarono verso Arlòt, aspettando una sua reazione.
- E babbo? -
prima di rispondere, Fratello Chj fece cenno a tutti gli altri di allontanarsi e poi abbracciando Arlot gli sussurrò all'orecchio:
- Tuo babbo è scomparso. -
- E' morto? -
domandò Arlòt senza divincolarsi dal tenero abbraccio di Fratello Chj.
- No, è scomparso. - rispose Fratello Chj con un tono di voce totalmente rassicurante.
- Ora non sei in grado di capire ciò che è accaduto, ma posso assicurarti che tuo babbo sta bene ed è felice. -
Arlòt, anche se non aveva capito, mostrò un timido sorriso subito ricambiato da Fratello Chj.
- Ora vai, anzi... -
rivolgendosi anche agli altri
- Andiamo tutti che c'è ancora tanto da fare e l'Amministratore Delegato ci sta aspettando. -
- Chi ci aspetta? -
- Cos'è successo al Signor Budellazzi? -
Fratello Chj veniva tempestato di domande alle quali non intendeva ripondere, almeno non subito,
- Lo scoprirete presto, per adesso abbiate fiducia in me.-



55

Ad aspettarli appena fuori dalla pineta che divideva l'abitato della GRAN MADR dalla spiaggia libera c'era Steve Pelloni, seduto al posto di guida della sua automobile, sfogliava un giornaletto mentre dall'autoradio una musica tamarra usciva a tutto volume. Con quelle distrazioni non si era accorto che Fratello Chj era tornato accompagnato da altra gente.
- Steve! Eccoci qua. -
lo chiamò Fratello Chj avvicinandosi al finestrino,
- Eh? Ah! -
Steve Pelloni gettò malamente il giornaletto sul tappetino e spenta l'autoradio uscì dall'auto, si sistemò un po' tirandosi su i pantaloni si riassettò la giacca, sollevò gli occhiali scuri sulla fronte e squadrò per bene chi si trovava di fronte.
- Sono loro? -
domandò a Fratello Chj.
Assicurato di trovarsi davanti alle persone giuste, si presentò stringendo vigorosamente le mani a tutti, indugiando un po' di più quando si trovò al cospetto di Teofània la quale tentò con un velato imbarazzo di sottrarsi a quello sguardo da marpione.
- Conosci questo signore, Fratello Chj? -
chiese Fratello Julius a bassavoce,
- Certo Fratello Julius, conosco Steve Pelloni da tanto tempo. -
- Me, a n’ ò incora capì gnìt. -
(io, non ho ancora capito niente)
Aziz che era un po' di tempo che non apriva bocca, cercò chiarimenti su tutto quello che stava accadendo.
- Il Signor...? -
- Aziz, am ciãm Aziz. -
(Aziz, mi chiamo Aziz)
-
Il Signor Aziz. - riprese Steve Pelloni,
- Ha totalmente ragione, è ora che vi venga spiegata la ragione di questo incontro, ma non credo proprio sia questo il posto adatto. -
Steve Pelloni prese in mano il suo telefonino e fece una chiamata; dopo neanche mezzominuto furono raggiunti da un taxi sul quale furono invitati a salire Arlòt, Teofània, Pafol e Aziz, mentre i tre Monaci Sinc si accomodarono a bordo dell'auto di Steve Pelloni.
Il luogo dove Steve Pelloni aveva deciso di svelare tutto era una vecchia balera, quel giorno chiusa e lui per qualche ragione aveva le chiavi per entrare.
Fece accomodare tutti sui comodi divanetti di finta pelle rossa che circondavano la pista da ballo e srotolò sul tavolino di plexiglass trasparente la mappa della GRAN MADR così come aveva fatto nel suo ufficio del Grand Hotel di Aremina davanti agli expirati.
- La ragione per la quale ci troviamo qui è questa. -
il suo dito indice puntò dritto su L'Isolata,
- Me, an gn’ ò incora capì gnìt. -
(io non ho ancora capito niente.)
intervenne nuovamente Aziz con un tono col quale manifestava una certa impazienza, Steve Pelloni, proseguì dritto a raccontare con il trasporto che lo caratterizzava ciò che si raccontava riguardo a L'Isolata e di quella energia illimitata di origine misterosa alla quale intendeva accedere per il bene di tutta la GRAN MADR e dei suoi abitanti.
- Beh, cosa ci vuole ad andarci, quanto ci sarà da qui a là' -
intervenne Pavol calcolando a spanella la distanza che sulla mappa stesa sul tavolino c'era tra la costa della GRAN MADR e il punto indicato da Steve Pelloni. - Il problema non è la distanza è che non è ancora stato trovato il modo di avvicinarsi nè via mare, nè via aerea. - svelò Steve Pelloni,
- C'è qualcosa che impedisce di avvicinarsi all'Isolata. - Gli sguardi interrogativi dei suoi interlocutori e la presenza del suo confidente Fratello Chj lo indussero a raccontare ciò che aveva sempre evitato di fare ogni volta che provava a proporre a qualcuno una spedizione verso L'Isolata.
- Ecco, è successo che tutti quelli che hanno tentato di raggiungere L'Isolata, pochi casi ad essere sinceri, al ritorno hanno sempre raccontato la stessa storia. - Ac stôria? -
(Che storia?)
domandò Aziz avvicinandosi verso Steve Pelloni.
- Che improvvisamente si ritrovavano un'altra imbarcazione che gli andava incontro dritta di prua ed erano costretti a virare per evitare lo scontro. -
- Ma poi si rivira e si va verso L'Isolata. -
pensò Arlòt ad alta voce.
- E no! Ogni volta che si punta verso L'Isolata, improvvisamente sbuca fuori un'imbarcazione che viene incontro, tocca virare sempre, alla fine impazziscono tutti. -
Steve Pelloni prima di proseguire si alzò in piedi e si tolse la giacca. - Ma lo sapete qual'è il problema? Il problema è che dai dati satellitari sull'Isolata non c'è anima viva, figuriamoci e ci sono imbarcazioni che vanno contro altre imbarcazioni. -
- Arrivarci dall'alto? Con un elicottero? -
propose Teofània mettendo in mostra il suo intuito femminile
- Ma cara, dove vuoi far atterrare un elicottero, che L'Isolata è tutta fatta a punte, e poi ci sono sempre dei gran nuvoloni sopra che non si vede di sotto. -
Steve Pelloni tornò a sedersi sul divanetto aspettando qualche reazione.
La reazione non tardò molto ad arrivare, fu Pafol che rigirandosi la pipa da poco ricevuta in dono da Fratello Julius, domandò:
- E perché dovremmo tentare di andarci noi su L'Isolata? -
Steve Pelloni provò a spiegare, ma tutti furono distratti dal rumore sempre più ravvicinato di motori smarmittati.
- E' permesso? -
gli expirati fecero il loro ingresso nella balera.



56

Proprio voi, accomodatevi pure. -
Steve Pelloni fece gli onori di casa andando a prendere qualcosa da bere dalla zona bar, mentre alla vista dei pirati tutti gli altri, tranne i Monaci Sinc si misero sulla difensiva.
- Cosa sta succedendo? -
Pafol molto spaventato dell'arrivo di coloro che credeva ancora pirati iniziò a guardarsi attorno come un animale chiuso in gabbia indeciso se tentare una disperata fuga o combattere per la sopravvivenza.
- Pafol, Aziz, Arlòt, Teofània, state tranquilli, qua siamo tutti dalla stessa parte, anche loro fanno parte del progetto. -
Gli expirati fecero cenni di consenso alle affermazioni di Fratello Chj e si accomodarono diligentementi sui divanetti rimasti liberi.
Steve Pelloni riprese il discorso alla fine del quale informò i presenti che a tentare di raggiungere L'Isolata sarebbero stati proprio gli expirati, usando la motonave.
Un brusio si levò nella balera e Fratello Chj chiamò in disparte Steve Pelloni. - Steve, cos'è questa storia? Perché me ne avevi parlato? -
- Scusami Fratello Chj, ma mi sembrava la soluzione migliore. -
- Ti capisco Steve, ciò che dici ha un suo senso, ma guardali bene. -
Fratello Chj senza farsi notare troppo indicò il gruppetto degli expirati che intanto si stavano bevendo delle spume sputandosi vicendevolmente il contenuto. - Boh, a me sembrano dei bravi ragazzi, un po' eccentrici, ma chi non è un po' eccentrico a questo mondo. -
- Fossero solo un po' eccentrici non ci sarebbe nessun problema Steve, è che sono po' indisicplinati, hanno bisogno di qualcuno a badarli. - - Ma come si potrebbe fare? -
domandò Steve Pelloni riconoscendo che Fratello Chj diceva il giusto. - Prova a mischiare le squadre, bisogna tirare fuori il meglio da ognuno di loro. - suggerì il Monaco Sinc,
- Allora facciamo così. -
Steve Pelloni, si scolò tutto d'un colpo un gintonic e facendo affidamento alle sue qualità dialettiche disse:
- Vi vedo perplessi, se la proposta che vi ho fatto non è di vostro gradimento, si può fare in un' altra maniera, per esempio si possono mischiare le squadre. - Sia gli expirati che il gruppetto della motonave mostrarono perplessità riguardo all'ipotesi di mischiare le squadre,
- Fratello Chj, secondo te può essere una buona idea fare una squadra mista con questi ragazzi qua? -
Fratello Chj assecondò Steve Pelloni rincarando la dose,
- A me non sembra una buona idea, questa è un'ottima idea! -
- Allora facciamo scegliere a loro chi partirà verso L'Isolata con la motonave? -
- Mmmm... -
Fratello Chj si guardò un po' intorno per capire dagli sguardi chi
erano i più adatti ad intraprendere questa avventura.
- Io farei scegliere chi sarà il capitano della motonave, poi sarà lui a scegliere chi salirà sulla motonave con lui, si faceva così una volta, se ben ricordo. -
poi rivolgendosi direttamente a Fratello Julius e a Sorella Luna disse:
- Ovviamente noi Monaci Sinc ci asteniamo. -
- Ovviamente, Fratello Chj -
risposero ubbidienti, seguendo una regola dei Monaci Sinc.
- Bene, chi volete fare capitano della motonave? -
domandò Steve Pelloni. Immediatamente si formarono due capannelli, quello formato dagli expirati e quello con Pafol, Aziz, Arlòt e Teofània, c'era un evidente disparità, ma il voto doveva essere, secondo l'intento di Steve Pelloni, individuale e soprattutto libero.
Dopo un po' prese la parola Spugna, il più anziano tra i presenti.
- Io sono stanco, ho una certa età e vorrei andare in pensione, per favore non fatemi capitano, anzi non chiedetemi proprio di salire sulla motonave. - - Aaanche aaa mmme, nnnon fffatemi mmmica cccapitano, ccche nnnon ssson bbbuono dddi dddare dddegli ooordini. -
- Tranquillo Tartaja che non ti facciamo capitano. -
ribattè Squalo tra le risa degli altri expirati.
Anche I Gemelli Banzaj con la gestualità rituale derivata dalla loro tradizione orientale fecero intendere la loro contrarietà a diventare capitani della motonave.
- Oh, non dovete mica decidere chi non sarà capitano, dovete decidere chi lo sarà, su dai, scegliete! -
Steve Pelloni che era un tipo a cui non piaceva quando si andava per le lunghe, mise i presenti davanti a una decisione da prendere immediatamente. Squalo prese la parola facendosi portavoce degli expirati,
- Noi di motonavi non ci capiamo proprio niente, se si trattava di un galeone magari qualcosa potevamo saperla, ma di una motonave proprio no, è meglio se il capitano lo scelgono loro. -
Pafol, Aziz, Arlòt e Teofània furono presi alla sprovvista, tra di loro avevano più che altro fatto delle scommesse su chi avrebbero scelto gli altri. - Noi? -
domandò Arlòt, per essere sicuro di aver capito bene.
- Sì voi, dai decidete. chi sarà il capitano della motonave? -
Steve Pelloni, cominciava a impazientirsi, si stava facendo tardi e lui aveva in programma una delle solite cene a lume di candela.
- Pafol, te t’ci l'onic adàt. -
(Pafol, tu sei l'unico adatto)
disse Aziz, con l'approvazione di Arlot e Teofània.
- Io?! -
Pafol non voleva dichiararlo, ma lo sentiva di essere lui il capitano della motonave, in fondo l'aveva sempre considerata la sua motonave.
- E allora, viva Capitan Pafol! -
decretò Steve Pelloni.
- Viva! - risposero tutti gli altri e i più contenti della decisione furono gli expirati. Aziz prese in mano il suo violino e cominciò a suonare, subito accompagnato dal battito di mani e di piedi degli expirati, Arlòt e Teofània si misero a ballare in pista sulle note del motivetto allegro suonato da Aziz e anche Fratello Julius e Sorella Luna non si trattennero dal cimentarsi nella danza. Al riguardo c'era una regola dei Monaci Sinc che diceva: se c'è da ballare si balla.
Pafol ancora scosso dalla decisione appena presa fu avvicinato da Steve Pelloni e da Fratello Chj, il primo si complimentò dando appuntamento per il pranzo del giorno dopo, il secondo rassicurò Pavol che lo avrebbe aiutato a scegliere la squadra migliore per salpare verso L'Isolata.



57

Mentre gli expirati avevano salutato la compagnia dirigendosi nuovamente verso il vecchio podere sulle colline tra Fiordargilla e Livvì, promettendo di farsi trovare, nella tarda mattinata del giorno dopo, alla spiaggia libera, Pafol, Aziz, Arlòt, Teofània insieme ai tre Monaci Sinc si incamminarono verso la motonave.
Tutti aspettavano che a iniziare qualsiasi discorso fosse Pafol, ma il neocapitano sembrava non aver voglia di chiacchierare e anzi tendeva a rimanere indietro quasi a mostrare il desiderio di distanziarsi dal gruppo per rimanere da solo, - Dai, cl'è têrd. -
(Dai che è tardi.)
Aziz cercò di esortarlo ad accellerare il passo, ma fu subito invitato a desistere da Fratello Chj,
- Lascialo stare, in questo momento è meglio se Pafol sta dietro a tutti quanti, non sempre un buon comandante è chi sta alla testa a volte è necessario che stia nelle retrovie per aver più chiara la situazione. - - Fratello Chj, dici che sta scegliendo chi tra noi salirà sulla motonave insieme a quegl'altri? -
domandò Arlòt, sempre insieme a Teofània, con un po' d'apprensione. - Probabile. -
rispose laconico Fratello Chj, dirigendosi verso Fratello Julius e Sorella Luna che si trovavano a qualche decina di metri più avanti. - Hei voi due! -
- Sì? Fratello Chj. -
risposero i due giovani Monaci Sinc volgendosi indietro.
- Noi tre dobbiamo parlare e sapete di cosa. -
Fratello Julius e Sorella Luna sapevano che prima o poi questo momento sarebbe arrivato, sapevano cioè che le loro strade si sarebbero separate perché così voleva una delle regole dei Monaci Sinc: il Monaco Sinc è un solitario, quando frequenta altre persone lo fa solo per loro necessità e mai per un tempo troppo prolungato. - Dobbiamo lasciarci proprio adesso Fratello Chj? -
- Sì, Sorella Luna, tu e tuo fratello avete già passato troppo tempo insieme e tu hai bisogno di fare la tua esperienza. -
- Ma io come faccio a lasciare i miei amici proprio adesso? Sono tanto preoccupato per Pafol. -
- Comprendo la tua preoccupazione Fratello Julius, ma ricordati che hai già fatto molto e ora è arrivato il momento di lasciare che le cose vadano da sé. -
Fratello Chj lasciò trascorrere qualche minuto di silenzio poi prese la mano di Fratello Julius e quella di Sorella Luna, le unì tra loro dicendo. - Adesso godetevi queste ultime ore insieme sapendo che un giorno potrete incotrarvi di nuovo, io e Sorella Luna domani mattina presto andremo via, ognuno per la propria strada, tu Fratello Julius resta. -
Poi Fratello Chj lasciò procedere avanti i due Monaci Sinc e si lasciò passare anche da Aziz, Arlòt e Teofània, per affiancarsi a Pafol. - Come va capitano!? -
- Eh? Ah sei tu Fratello Chj. -
Pafol, assorto nei suoi pensieri non si era accorto che ormai erano arrivati alla spiaggia libera dove si trovava la motonave, dovevano solo attraversare un tratto di pineta e scavallare le dune di sabbia.
- Hai scelto chi prendere con te sulla motonave? -
- Io, questi li vorrei prendere tutti. -
rispose Pafol volgendo lo sguardo in avanti. - Pensaci bene Pafol, pensaci bene, scegliti le persone più adatte per affrontare quest'avventura, tu lo sai che non sarà una passeggiata. - Con quelle parole Fratello Chj, oltre a ricordagli le conseguenze a cui rischiava di incorrere nell'affrontare quell'esperienza, voleva far capire a Pafol che le persone meritano di essere collocate al posto giusto e non bisognerebbe fargli fare ciò per il quale non sono portate. - Ci penserò Fratello Chj. -



58

Per tutta la notte Pafol faticò a prendere sonno, il compito che era stato chiamato a svolgere richiedeva un'assoluta ponderazione,
le parole di Fratello Chj non avevano fatto altro che alimentare quei dubbi che nella notte prendevano la forma di incubi nei quali si vedeva fallire miseramente, perdendo la fiducia di tutti quanti.
Quando il sole fece capolino all'orizzonte, Pafol ebbe l'unico momento di abbiocco, così non si rese conto che Fratello Chj e Sorella Luna erano andati via; a svegliarlo fu lo schiamazzo degli expirati giunti all'appuntamento in perfetto orario.
Aziz, Arlòt, Teofània e Fratello Julius era svegli già da un po' e in attesa di conoscere la decisione di Pafol avevano improvvisato una sfida a racchettoni.
Pafol si rese conto che non avrebbe potuto ritardare ancora per molto la sua decisione, quindi convocò tutti vicino alla motonave, - Qualcuno ha visto Fratello Chj e Sorella Luna? -
Fratello Julius che era l'unico ad essere a conoscenza di dov'erano andati, spiegò ciò che gli era stato detto la sera prima, Pafol si rattristò per la mancanza di Fratello Chj, al suo fianco, la sua presenza gli dava un senso di sicurezza. - Pafol, dai!/Ce la fai/Scegli e dicci con chi vai. - Fratello Julius si portò al suo fianco per dimostrargli sostegno, Pafol rinfrancato della presenza della prima persona incontrata all'inizio di quell'avventura, prese coraggio e face sapere che con lui sulla motonave voleva soltanto gli expirati e Fratello Julius.
-Ma io avevo detto che volevo andare in pensione. -
- Ah, è vero, scusami Spugna, tu puoi restare a terra insieme ad Arlòt, Teofània e Aziz. -
- Neca me? -
(Anch'io) domandò deluso Aziz.
- T'an um vu piò cun te dop tot ste tëmp?
(non mi vuoi più con te dopo tutto questo tempo?)
Aziz non volle restare lì e dando di schiena a Pafol andò via col violino sulle spalle, a nulla servirono gli inviti che tutti gli rivolgevano a tornare indietro, soltanto Spugna andò a raggiungerlo oltre le dune ai margini della pineta.
- Dai, non fare così, se Pafol ha scelto di non prenderti con te avrà avuto le sue ragioni, guardami, ho qualche anno in più di te, ma non tanti, ho passato una vita in mare e ti assicuro che non è una bella vita, fossi in te mi godrei questi ultimi stracci di vita a fare ciò che mi rende felice, te per esempio ti ho visto come cambi di espressione quando ti metti a suonare il violino, a me invece piace suonare l'organetto, non son di certo bravo come te, ma me la cavicchio. -
Le parole di Spugna servirono a rasserenare Aziz che ebbe come la sensazione di aver incontrato un nuovo amico e, quando si sentì chiedere: - Ti andrebbe di fare qualche suonatina in giro e poi spenderci i soldi guadagnati andando a bere in qualche bar? -
ne ebbe la gradita conferma.
Teofània e Arlòt invece accolsero la decisione di Pafol con sollievo, poco prima si erano confidati il desiderio di metter su famiglia.
Fratello Julius dal canto suo aveva accettato più che volentieri di farsi coinvolgere da Pafol, ma prima di mettersi a sua completa disposizione volle isolarsi un po' per rendere grazie del dono ricevuto rotolandosi allegramente giù da una duna.
Gli expirati furono i primi ad avvicinarsi a Pafol, acclamandolo, portandolo in trionfo e pronti ad eseguire i suoi comandi; fosse stato per loro sarebbero saliti immediatamente sulla motonave pronti per salpare verso L'Isolata, ma Pafol frenò subito il loro entusiasmo. - Calma, prima bisogna informare l'Amministratore Delegato che dovrebbe essere qui tra due orette e poi ditemi un po', quando salta fuori Torquato L'Unghiato? - - Torquato? Buono quello, è sparito lasciandoci qua come degli imbecilli. - rispose Squalo scaracciando per terra.
-Valà valà, meglio perderlo che smarrirlo quello. -
aggiunse Turiddu agitando il pugno come a voler colpirlo, seguirono pernacchie varie da parte degli altri expirati.
Spugna che era tornato proprio in quel momento insieme ad Aziz, accortosi di ciò che stava accadendo, intervenì per mettere definitivamente fine all'argomento,
- Torquato L'Unghiato non esiste più, dimentichiamolo tutti. -
Poi rivolgendosi a Pafol lo rassicuro che quelli lì erano i migliori uomini che potesse mai scegliere per fare quello che doveva fare.
- Io li conosco bene, ho passato una vita in mare insieme a loro, mai avuto un problema. -
Pafol ascoltò rinfrancato dalle parole di Spugna ma non potè fare a meno di notare che anche Aziz era tornato. .
- Aziz, amico mio, non sei arrabbiato con me, vero? -
- Bah, a j so armast un po' mêl, mo a dila tota t’e fat bën e pu adès me am met andé in zir cun e mi nôv amig Spugna e a sunè e a d’bè, a la fazaza di chi u'n s po dì. -
(Bah, ci sono rimasto un po' male ma a dira tutta hai fatto bene, E poi adesso io mi metto ad andare in giro con il mio nuovo amico Spugna e suoniamo e beviamo alla facciaccia di chi non si può dire.)
In quel momento apparve sulla cima della duna Steve Pelloni insieme a Fratello Julius che gli stava illustrando la scelta che Pafol aveva fatto.
- Beh! alla fine hanno fatto come la pensavo io, lo sapevo che finiva cosi, ho un sesto senso per queste cose. -
disse con compicimento rivolgendosi all'amico Monaco Sinc, mentre insieme scendevano giù dalla duna per raggiungere gli altri vicino alla motonave.



59

Allora, quando si …oilà! Che bella motonave tutta rossa! - Steve Pelloni stava per chiedere a Pafol quando intendeva partire ma alla vista della motonave tutta verniciata di rosso da cima a fondo ne rimase esterefatto. - L'avete già battezzata? -
domandò ai presenti
- No e a dir la verità non c'era neanche venuto in mente di darle un nome. - rispose Pafol a nome di tutti.
- Ma come no? Bisogna darle sempre un nome a una motonave e poi ci vuole anche una gran festa. -
- Festa! Festa! Festa! … -
cominciarono a ripetere gli expirati saltellando in girotondo.
- Lei Signorina, potrebbe fare da madrina. -
disse Steve Pelloni rivolgendosi a Teofània che acconsentì con un lieve rossore delle guance.
- Per la festa ci vuole qualcosa da bere e da mangiare, dove lo andiamo a prendere? -
domandò Arlòt sempre ben disposto a far baracca. - Se torniamo a prendere la roba su al podere, io posso mettermi a cuocere qualcosa. -
propose Turiddu, - Ottimo, allora stasera si fa festa e domani mattina presto si battezza la motonave. -
confermò Steve Pelloni fermandosi ancora una volta a rimirare la motonave. - Ma cosa ne dite se la chiamiamo La Rossa. -
- La Rossa? - chiesero alcuni,
- Ah, rossa è rossa. - constatarono altri
- Allora la chiamiamo La Rossa? - domandò Pafol in cerca di conferma
- Sì dai, viva La Rossa! -
urlarono tutti con entusiasmo.
Gli expirati partirono a tutto gas verso il vecchio podere a recuperare un po' di pentolame e qualche fornello dove cuocere quello che gli altri si apprestavano a comperare presso un mercato ambulante che sapevano non troppo lontano da lì. Steve Pelloni si congedò dal gruppo scusandosi di non poter presenziare alla festa, anche per quella sera aveva programmato una cena a lume di candela. - Io rimango qua con La Rossa, non mi va di lasciarla da sola. -
disse Pafol mentre i suoi amici stavano andando a far la spesa. - Giusto, un capitano non abbandona mai la sua nave. -
gli rispose Spugna rivolgendogli un cenno d'intesa.
Verso il tramonto gli expirati tornarono dal vecchio podere con pentole, padelle, graticole, fornelli e anche un paio di tavoli e qualche panca di legno.
Dal mercato ambulante Fratello Julius, Aziz, Spugna, Arlòt e Teofània avevano portato soprattutto della carne da fare ai ferri, braciole di maiale e di manzo in quantità, qualche pollo bello pasciuto, poi del castrato, tanto castrato. Come contorno tre grossi
sacchi di patate da fare fritte, qualche salume, del formaggio da sfettolare nell'attesa che il resto cuocesse e soprattutto varie fiasche di vino rosso per aiutare l'ingestione. Qualcuno si mise subito a cuocere la carne, a pelare e a friggere le patate sotto le direttive di Turiddu, altri prepararono la tavolata coordinati da Pafol, contemporaneamente Aziz e Spugna si erano messi in disparte a provare insieme qualcosa da suonare dopo la mangiata. - E' pronto! -
urlò Turiddu, invitando tutti quanti a sedersi attorno alla tavola. A conclusione dell' abbondante abbuffata Aziz e Spugna diedero il via al loro primo concertino in duo e suonarono fino a notte fonda mentre le fiasche di vino rosso passavano di bocca in bocca; quella sera anche Fratello Julius ci diede sotto col vino.


60


Cominciarono a riprendersi dalla sbornia nel primo pomeriggio, - Ci siamo? - domandò l'Amministratore Delegato della GRAN MADR che era lì pronto da qualche ora indossando la fascia istituzionale e tenendo stretta nella mano la bottiglia di spumante da spaccare contro la chiglia della motonave,

- Ci siamo! -

esclamò Pafol, inciampando sulla scala per salire sulla motonave. Gli expirati gli andarono dietro inciampando a loro volta sempre sullo stesso piolo. Per ultimo mise piede su La Rossa, Fratello Julius che pur essendo la prima volta in assoluto che beveva vino in quantità, aveva retto l'alcool meglio di tutti gli altri.

Tutto era pronto per il varo della motonave, ma prima bisognava scrivere sulle fiancate vicino alla prua e anche dietro nelle poppa il suo nome ovvero: La Rossa. - Qualcuno ha da scrivere? - domandò Steve Pelloni senza ottenere una risposta positiva. Si decise quindi di incidere il nome della motonave, per farlo si offrì Kabul che con la punta di un chiodo sfilato da un tavolo, a testa in giù e tenuto saldamente per i piedi da Magilla scrisse La Rossa in una calligrafia tutta arzigogolata.

A quel punto tutto pareva pronto per il varo, Steve Pelloni passò la bottiglia di spumante nelle mani di Teofània, Aziz e Spugna improvvisarono una marcetta con violino e organetto a cui Arlòt diede un tono più epico tenendo il tempo con sonori e potenti rutti. - Evviva La Rossa! - fu il grido che levarono tutti appena la bottiglia di spumante lanciata con una violenza inimmaginabile da Teofània si frantumò sul La Rossa. - A L'Isolata! - fu l'ordine che poco dopo diede Pafol, accendendo il motore della motonave.

Gli expirati si misero ai loro posti, Fratello Julius si piazzò sulla punta della prua, così come gli aveva chiesto il comandante, era lui che avrebbe dovuto annunciare quando L'Isolata sarebbe stata in vista. La Rossa cominciò a tagliare le onde una dopo l'altra mentre la costa della GRAN MADR lentamente si allontanava, all'orizzonte ancora non veniva segnalato niente, Pafol al timone fumava nervosamente la sua pipa caratina, tutti gli altri tacevano in attesa di qualsiasi ordine.

Dopo una cinquantina di miglia nautiche a Fratello Julius parve di scorgere qualcosa all'orizzonte, stava prendendo fiato per gridare. - L'Isolata! - ma improvvisamente come fosse sbucata dal nulla si ritrovò con una nave che puntava dritto di prua verso La Rossa.

- Nave dritta di prua! - urlò a Pafol che immediatamente diede l'ordine di mettere il motore indietro tutta e iniziò a girare a più non posso il timone.

Sulla motonave il panico coinvolse tutti quanti, la collisione con l'altra imbarcazione fu evitato per un soffio; tornata la calma Pafol preferì rallentare il motore e riunire sulla plancia tutti quanti. - L'abbiamo scampata proprio bella. -

fu il commento sottintendeso dagli sguardi spauriti degli expirati. - Facciamo un altro tentativo? - Domandò Pafol senza sperarci troppo, gli expirati abituati a eseguire degli ordini soprattutto in mare aperto, si guardarono indecisi tra di loro. - - Boh... -

- Mah... - - Scusatemi tutti. - la voce di Fratello Julius che era rimasto dietro si fece avanti tra lo sconcerto generale. - E' stata un'illusione/ Veder l'imbarcazione/ Adesso che rifletto/ Invece era uno riflesso/ Bisogna aver coraggio/ Andiamo all'arrembaggio! -

Vedendo che i dubbi e il timore non si erano per niente dissipati, Fratello Julius si rivolse direttamente a Pafol sussurandogli all'orecchio. - Ricordati dello specchio nella soffitta della casa. - - Come?! - Fratello Julius fece l'occhiolino a Pafol e tornò al suo posto sulla punta della prua. - Motori avanti tutta! - Ordinò Pafol riportando La Rossa in direzione dell'isola artificiale. All'improvviso apparve nuovamente una nave dritta di prua, Fratello Julius questa volta alzò le braccia al cielo e con un enequivocabile gesto in avanti urlò a Pafol.

- Vai! -

Pafol diede ordine di mandare il motore avanti tutta e con le mani

ben salde al timone guidò la motonave dritta verso l'altra.

Un niente prima della collisione così come era apparsa, improvvisamene l'altra imbarcazione svanì, La Rossa squarciò lo specchio come se fosse un sottilissimo velo e di fronte apparve l'isola artificiale in tutto il suo splendore.

- Ecco L'Isolata! -

urlò Fratello Julius. - Ce l'abbiamo fatta! -

urlò Pafol, tra le grida di gioia e l'entusiasmo di tutti. Nessuno poteva immaginare che la notte prima, un uomo tracagnotto su una precaria barca a remi e con un disperato desiderio di cambiare vita, li aveva preceduti su L'Isolata.

...



























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